Il LAC, la cultura, il collezionismo. Lugano secondo Marco Franciolli

Il cantiere del LAC a pieno regime, uno spazio adiacente dedicato a una collezione privata (che apre il 21 giugno), e poi le due sedi museali storiche, che resteranno nella disponibilità delle arti visive. È quel che sta succedendo a Lugano, e ne abbiamo parlato con Marco Franciolli, direttore del Museo Cantonale e del Museo d’Arte.

Marco Franciolli

Come si sta ri-organizzando l’offerta culturale di Lugano? Cosa succederà nel momento in cui sarà inaugurato il LAC?
Innanzitutto bisogna specificare che il LAC è un centro che assomma alcuni aspetti già presenti nella vita culturale della città. Il nuovo edificio conterrà una sala da concerto impostata secondo i criteri più avanzati dell’acustica, proprio per valorizzare uno degli atout della nostra Regione: il rapporto con la musica, intesa non solo come musica classica.

Ora dove si fa musica?
Abbiamo una piccola sala nella sede della Radio Svizzera, molto valida per la musica da camera e il jazz. Il resto della programmazione avviene in un Palazzo dei Congressi, dove l’acustica è veramente povera.

Torniamo alla sala del LAC.
Nello stesso spazio si potranno realizzare anche pièce teatrali e spettacoli di danza, che al momento vengono allestiti al Palazzo dei Congressi o in un piccolo cinema convertito a sala da teatro. Di fatto al momento non abbiamo uno spazio adeguato per questo genere di rappresentazioni.

Veniamo all’arte visiva.
La decisione di investire in un edificio costruito ex novo ha reso necessaria la ridiscussione delle politiche culturali riferite ai musei. Finora le due identità, Museo Cantonale e Museo d’Arte, erano totalmente indipendenti e non avevano grandi punti d’incontro.
A partire dal 2005, l’equilibrio fra i vari attori è cambiato e ha preso avvio un progetto di ridistribuzione filologica delle collezioni sulle diverse sedi e soprattutto, per quanto riguarda il LAC, una ridistribuzione dell’intera politica culturale. Il fatto più importante è il vedere uniti i due musei preesistenti con il loro patrimonio di opere, il che permette di costruire ulteriori percorsi di lettura; inoltre, ciò consente di operare in maniera migliore sulle attività espositive, di mediazione culturale ecc.

Rendering del LAC, Lugano - (c) Infografico - Virtual Dimensions, Breganzona

Questa unione d’intenti cosa comporta a livello di direzione?
In seguito a un accordo fra il Cantone e la Città di Lugano, mi è stato chiesto di assumere la direzione di entrambi i musei. In questo modo è possibile attivare in maniera più coerente ed efficace il cammino verso l’inaugurazione del LAC. Non sarà semplice. La sfida consiste nel rispettare i mandati ai quali sono vincolati i due musei, e al contempo dar vita a un vero e proprio museo che non ceda alle pressioni populiste, ma che possa essere davvero popolare, in grado cioè di toccare il pubblico più ampio attraverso un’attività in grado di coniugare i contenuti scientifici con una divulgazione alta della cultura artistica.

Ora in mostra nei due musei ci sono Tony Cragg e Giorgio Morandi. Cosa sarebbe accaduto se il LAC fosse già stato pronto?
Ho immaginato le due mostre come un dialogo: entrambi sono artisti che fanno un percorso fuori da ogni sistema, ma restano in relazione col mondo, con la realtà. Sono mostre che, nell’edificio del LAC, avrei allestito insieme, favorendo le connessioni fra un maestro della modernità e uno del contemporaneo.

Le tappe successive del progetto?
Recentemente è stata firmata una convenzione fra la città di Lugano e una coppia di storici collezionisti nonché sostenitori del Museo Cantonale. Convenzione che riguarda il deposito della collezione in uno spazio adiacente al LAC, chiamato -1, che verrà inaugurato il prossimo 21 giugno. Sarà gestito in collaborazione con il museo, in una forma simile a quel che avviene per lo Schaulager di Basilea, ovvero un deposito dove le opere sono visibili. È una collezione che andrà in eredità al museo.

Com’è articolata quella collezione?
Si tratta di un nucleo importante di opere che spaziano dal Futurismo a oggi, con alcuni focus interessanti sui Nouveaux Réalistes e sull’Arte Povera, ad esempio. Per noi è un arricchimento non solo delle collezioni, ma anche per il rapporto con altri musei, nell’ottica dello scambio di opere per costruire le mostre temporanee.
Per la nostra realtà museale rappresenta un passo importante, perché nel passato diverse collezioni hanno lasciato la nostra Regione, allora impossibilitata ad accoglierle. In questo caso, la città sta dando un segnale forte nei confronti del collezionismo privato. È quello che avviene regolarmente nella Svizzera tedesca, dove tradizionalmente vi è un rapporto sano fra collezionismo privato ed ente pubblico. Oggi non è immaginabile lo sviluppo di un museo pubblico senza l’apporto del collezionismo privato. La questione è trovare un equilibrio nel quale l’autonomia dell’istituto sia garantita.

Gerhard Richter - Fenstergitter - 1968 - Ludwig Museum-Museum of Contemporary Art, Budapest

In realtà quello dell’influenza privati è spesso uno spettro agitato senza ragione. Soprattutto perché un’influenza “esterna” già c’è, ed è quella della politica. In questo senso, la presenza dei privati può addirittura giovare all’autonomia del museo, poiché funge da contrappeso alla politica…
Ti racconto un aneddoto. Quando Giuseppe Panza di Biumo ha donato 200 opere al museo, certa stampa ha insinuato che fossero stati presi chissà quali accordi con lui. Ho perciò chiesto l’autorizzazione al Consiglio di Stato di rendere pubblico l’atto. Dal quale si evinceva che Giuseppe Panza non aveva chiesto nulla, se non una pubblicazione relativa alla donazione stessa. E non abbiamo realizzato un libro celebrativo, ma un volume scientifico. È stato veramente un atto di mecenatismo.
Oggi, dove tutto è finanziarizzato, è difficile far comprendere gesti come quello di Panza o dei collezionisti di cui parlavamo.

Ulteriori passi verso il LAC?
In estate presenteremo un lavoro nell’autosilo del LAC. Ma non possiamo ancora parlarne! Va detto però che gli introiti del parcheggio andranno a finanziare il centro culturale.

Ah, questo è un aspetto interessante!
Per affrontare economicamente l’operazione, una parte del sedime, quella dove sorgeva l’Hotel Palace, è stata ceduta a privati per la realizzazione di appartamenti extra-lusso, un’operazione necessaria per poter finanziare la costruzione del nuovo centro culturale.

Facciamo un ideale passo in avanti. Il LAC apre: che fine fanno le altre due sedi?
Sia la Villa Malpensata, sede del Museo d’Arte, che il Museo Cantonale sono frutto di donazioni. Dal punto di vista legale, sono vincolate per quanto riguarda le destinazioni d’uso.

Rendering del LAC, Lugano - (c) Infografico - Virtual Dimensions, Breganzona

Avrete quindi tre sedi?!
Stiamo analizzando alcune varianti in modo da poter avere dei benefici in termini di ottimizzazione delle risorse senza generare una crescita dei costi di gestione. Al LAC non avremo uffici, ma solo superficie espositiva e di conservazione. Gli uffici saranno distribuiti sulle due “vecchie” sedi. Al Cantonale avremo dall’arte antica al pre-Futurismo; al Museo d’Arte avremo il Gabinetto d’incisione, stampa ecc. e la fotografia; al LAC, infine, arte moderna e contemporanea.

Questa suddivisione riguarda le collezioni?
Esatto. Mentre per le temporanee, il perno per le mostre di peso sarà il LAC, mentre sulle altre due sedi ci saranno mostre più contenute. Questo perché il LAC è la struttura meglio predisposta per le grandi esposizioni.

Parliamo dei cosiddetti servizi aggiuntivi: come sarà attrezzato il LAC?
Una grande hall caratterizza l’edificio. Quello sarà uno spazio comune per biglietteria, prenotazioni ecc. Sempre nella hall, abbiamo un piccolo spazio caffetteria, e nell’area che conduce al museo è collocato il bookshop. Nei giorni di spettacolo ci saranno dei punti di ristorazione nei mezzanini, mentre al roof ci sarà il ristorante.

Chiudiamo tornando al futuro prossimo. La prossima mostra?
Una finestra sul mondo, che apre il 16 settembre. Sarà distribuita sulle due sedi e dedicata alla finestra. Si parte dall’idea che la finestra sia allo stesso tempo strumento e metafora, e copriamo un arco temporale che va dal Medioevo a oggi. Si comincia con Dürer e la sua finestra riflessa nell’occhio, poi alcuni esempi fino all’Ottocento, quando avviene un mutamento importante: da un lato Friedrich apre la strada a una prospettiva inedita, dipingendo il porto dal suo atelier, scostandosi dunque dalla prospettiva rinascimentale; poi con  Bonnard, Vuillard e tutti i Postimpressionisti, si attua una sorta di azzeramento del confine fra interno ed esterno. Matisse porta a compimento questo percorso. Sull’altro versante, ci si avvia verso la griglia modernista con esperienze come quella di Mondrian, che dipinge l’edificio di fronte al suo studio, con opere in bilico fra astrazione e figurazione. E poi cercheremo di decostruire il luogo comune della “finestra sul mondo”, partendo da una rilettura dell’Alberti.

Henri Matisse - Nice, cahier noir - 1918 - Hahnloser/Jaeggli-Stiftung, Winterthur

Arrivate fino alla Net Art, al monitor come finestra “virtuale”?
Ci siamo concentrati su altri aspetti. Alla fine della mostra ci sarà semplicemente una postazione con un computer e Google ad accesso libero. Ci siamo resi conto che bisognerebbe fare una mostra a sé su questo tema.

Marco Enrico Giacomelli

www.mdam.ch/poloCulturale/centro_culturale.cfm

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • Jean-Marie Reynier

    Mi piace questa intervista, la trovo schietta e onesta. Lavorando molto con il Ticino non può che stimolare le realtà indipendenti locali a brillare!
    E a tutti quelli che si lamentano (ce ne sono tanti) non si può che suggerire un cambio di mestiere.

  • Andrea Casagrande

    Bravo!! cambiare il mestiere di chi si lamenta!! E una bella dose di olio di ricino a chi fa spallucce quando parla Jean-Marie Reynier, che lavora duro con il Ticino per far brillare le realtà locali, Corro a guardare la meteo per capire la giornata migliore per fare un saltino ad abbracciare il Franciolli prima che ci diventi borgomastro per i meriti espressi nell’intervista. Ancora complimenti a tutti, alla redazione e agli utenti di questo brillantissimo blog.

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