Meglio male accompagnati che soli

L’Italia ha bisogno di idee. Ha bisogno anche di chi sappia riconoscere il loro valore. E chi sappia investire su di esse, altrimenti le idee si perdono. Ma tutto questo non può più accadere, perché in Italia non esiste più la capacità di elaborare una visione d’insieme, sia da parte di chi produce le idee, sia da parte di chi dovrebbe riconoscerle.

Bruno Ballardini

In Italia è venuta meno la capacità di collegare campi diversi con approccio interdisciplinare, di creare, per così dire, dei ponti cognitivi. Le ultime nefaste riforme della scuola e dell’università hanno fatto saltare proprio questi ponti, assicurando all’Italia un futuro oscuro. Oscuro anche a livello socialem perché dall’interdisciplinarità deriva la capacità di pensare in gruppo e, prim’ancora, di essere gruppo. Il pensiero creativo non può prescindere da questa condizione: minando l’intelligenza collettiva si finisce per minare l’intelligenza connettiva.
La retorica del popolo di “grandi solisti” di “menti elette” che tengono alto il nome dell’Italia nel mondo ha avuto per troppo tempo una funzione consolatoria, utile solo a nascondere la reale condizione d’imbarbarimento culturale e artistico del Paese. In Italia oggi è sospetto perfino il concetto di “arte”. Persiste infatti una concezione romantico-borghese secondo cui l’arte non è un lavoro, ma uno svago narcisistico per pochi geni che, in virtù della loro sregolatezza, possono al massimo ambire a intrattenere il potere. Visione assai diffusa in cui l’arte viene interpretata come un inutile svago per compiacere se stessi, come una condizione privilegiata, non già come un’attività indispensabile per la crescita della collettività. Per il resto, “tutti siamo artisti”, tutti abbiamo questa “insopprimibile” necessità di esprimerci.

Joseph Beuys: tutti sono artisti

È questa malintesa idea di egualitarismo ad aver creato una sottocultura di massa in cui non è più possibile distinguere il valore quando c’è. Bisogna continuare a esprimersi ad ogni costo, anche quando non ci sono idee. È l’altra faccia del sistema della produzione che ammette l’arte come svago proprio perché alimenta, riproducendolo, il modello stesso della produzione. Invece occorrono idee vere e artista può definirsi solo chi è disposto a dedicare la propria vita a queste idee. Franco Evangelisti, il più grande compositore italiano di quell’avanguardia, elettronica e post-strutturalista, che bruciò in pochi anni migliaia di idee fino ad arrivare al silenzio, in un’eroica, irripetibile furia creativa, ripeteva che la prima cosa che un artista deve saper fare è avere un’idea. Ma quando l’idea viene non si sa ancora se è giusta per l’architettura, per la pittura, per la musica ecc. Un’idea è intuizione pura. Riconoscere il percorso che conduce alla sua realizzazione significa avere ben chiari gli ambiti e le categorie possibili e possedere realmente una visione d’insieme come potevano averla gli artisti del Rinascimento. Senza queste capacità non può esserci arte, nel senso pieno e totale in cui la intendevamo cinquecento anni fa, ma solo uno sperimentalismo sterile.

Una icona del Romanticismo

Così, dopo che sono stati sistematicamente fatti saltare i nostri ponti cognitivi e siamo stati abituati a subire quotidianamente il bombardamento dei media, ci troviamo in pieno Media Evo. Dobbiamo continuare a resistere creativamente e a lavorare per un secondo Rinascimento.

Bruno Ballardini
pubblicitario e scrittore

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #5

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Bruno Ballardini è nato a Venezia nel 1954. Si è laureato in filosofia del linguaggio con Tullio de Mauro ed ha studiato composizione e musica elettronica sotto la guida di Franco Evangelisti. Nei primi anni Ottanta, dopo un breve esordio giornalistico, ha intrapreso una lunga carriera di copywriter. È stato docente all’Università di Salerno e all’Università di Roma “la Sapienza”. Alle consulenze strategiche e all’insegnamento alterna l’attività di saggista. Fra i suoi libri più noti, La morte della pubblicità (Castelvecchi 1994, di cui esce quest’anno una nuova edizione aggiornata), Manuale di disinformazione (Castelvecchi 1995), Gesù lava più bianco. Ovvero, come la Chiesa inventò il marketing (Minimum fax 2007; tradotto in dodici paesi) e “Gesù e i saldi di fine stagione” (Piemme, 2011).
  • antonio

    va bene ma questo lo dicono in molti : passiamo ai dettagli.

  • Lalla

    roboante fuffa, comme d’habitude.

  • L’arte e l’artista che intende partecipare alla formazione dell’etica ha difficoltà
    di operare per un ritorno all’idealismo che sprofonda spesso nel “fascismo”
    strisciante. L’artista che connota con significati non solo etici ma anche
    “politici” (intendiamo con quest termine non il partitismo), non ha spazio.
    Tra l’astratto e il “verismo” pittorico si perde l’occasione di mostrare un arte
    fortemente connotata con la disperazione e la voglia di protagonismo di una parte
    della società che non ha voce se non nella “piazza” e chi vuol dare loro importanza viene escluso dagli spazi dell’arte, siano essi museali e/o galleristici,
    perfino dalla “politica” culturale e artistica degli enti locali.
    Antonio Tateo

  • > “Persiste infatti una concezione romantico-borghese secondo cui l’arte non è un lavoro, ma uno svago narcisistico per pochi geni”

    Ma che romantico-borghese! L’ARTE NON È E NON DEVE ESSERE UN LAVORO!
    Magari può anche generare profitto, ma non è un lavoro! Ed è una questione populistico-anarchica.

    Il cosiddetto “lavoro” è una sottomissione, lo si fa per necessità economiche, ossia fisiche e per non soccombere agli oneri e al fio che richiede la società specialistica moderna; mentre l’Arte la si fa per bisogno spirituale, intellettuale. Al limite i bisogni intellettuali sono aleatori; mangiare invece è una necessità inalienabile.

    Se Beuys diceva che tutti siamo artisti, ed è verissimo, ciò implica che nessuno è nato per sottostare al cosiddetto lavoro per gli altri, ossia la prestazione d’opera in cambio di sostentamento.
    Il vero lavoro, quello che nobilita l’uomo, è quello che si fa per se stessi, in tal senso qualsiasi lavoro si faccia per se stessi è Arte.

    Parliamo francamente: a chi ha fatto dell’Arte una cosa da mangiare, una sudata pagnotta (o ricco panettone), dà molto fastidio quest’immensa mole di artisti “dilettanti” che ha generato il grande interesse per l’arte nell’epoca contemporanea, siccome il pubblico ha imparato a farsi la pagnotta da sola e il panettiere è preoccupato per l’inesorabile calo delle vendite del suo pagnottone.

    Sapete, in Germania sono molto diffuse le macchine per fare il pane in casa.

  • giorgiouno

    Sarà così: tutti siamo artisti e non ci vergognamo di quello che facciamo! Almeno anticamente ( ovvero, sino a metà del Novecento ) l’Artista , pittore o scultore, lavorava e si guadagnava ” la pagnotta”, e si iscriveva ai Sindacato Professionisti Artisti. Oggi ci sono artefici che guadagnano “una ricca pagnotta” ( e Beuys è uno di questi ), e sono quelli che dicono che l’arte non deve essere un lavoro……

    • dikipop(disoccupato)

      (e Beuys era uno di questi) a limite… usiamo i tempi giusti, mi pare che il grande artista sia defunto, mi pare ineducato tirarlo in mezzo ad una conversazione, in cui non credo vorrebbe mai entrare dalla sua attuale posizione…R.I.P.

  • oblomov

    Che barba…e siamo ancora lì che facciamo la coda per vedere le banalità di una Abramovic, e le marachelle di Cattelan…e ci facciamo spiegare da loro cos’è l’arte…quando potremmo benissimo stupirci di meno e pensare di più.. tutta sta preoccupazione di fare far arte ai giovani quando ai giovani bisogna fornire le condizioni affinchè lavorino e facciano il loro percorso di crescita e vivano un mondo adeguato..l’arte ci sarà sempre e non ha bisogno di teorie che la contrappongano alle situazioni di vita. Uno può essere artista mentre fa l’operaio o mentre fa la casalinga o se si impegna a tempo pieno a fare certe cose che si vedono in giro..il porsi troppi problemi banalizza la questione. Purtroppo certi guadagnano molto facendo certe cosine e molti non verranno mai apprezzati perchè in questo sistema sono trasparenti, insesistenti…ma passeranno i secoli e forse in futuro ci si vergognerà di certe cose, e se ne faranno altre, si spera.