Artisti in residenza: il caso ISCP

Dennis Elliott è canadese e voleva fare l’artista. Arrivato a New York negli Anni Ottanta, ha presto capito che la sua strada era un’altra. Dopo alcune vicissitudini e molte esperienze in campo educativo, nel 1994 ha fondato l’ISCP – International Studio and Curatorial Program, uno dei programmi di residenza per artisti e curatori più famosi al mondo. E quello più ambito nella Grande Mela. L’abbiamo intercettato di passaggio in Italia e ci siamo fatti raccontare com’è nata la sua “creatura”.

Dennis Elliott con un'opera di Donato Piccolo attualmente in residenza all'ISCP

Quanti studi avete a disposizione per il programma di residenze?
Sono 35, fra artisti e curatori. Il numero dei curatori sta aumentando, ultimamente. Quando abbiamo iniziato era veramente difficile trovare fondi per i curatori e ci accontentavamo di ospitarne due o tre ogni anno. E stranamente la maggior parte di loro proveniva dall’Est Europa, dai Paesi dell’ex Unione Sovietica, finanziati dal Trust for Mutual Understanding, una fondazione molto attiva a New York e una delle prime con cui abbiamo collaborato. Da allora le cose sono molto cambiate e in genere ospitiamo una quindicina di curatori ogni anno, provenienti da tutto il mondo. Non abbiamo curatori italiani. Però abbiamo avuto in tutto 24 artisti italiani dal 1994 a oggi.

Una delle iniziative più apprezzate dai partecipanti al vostro programma sono gli incontri con critici e curatori da tutto il mondo.
Sì, anche io credo che sia un po’ il cuore del programma. Abbiamo dei “guest critic” che vengono a visitare gli studi ogni due settimane e ricevono un onorario per farlo. Gli artisti e i curatori in residenza possono iscriversi per partecipare a questi studio visit, se non sono via per lavorare a qualche mostra. In genere i critici fanno dieci incontri al giorno, di quaranta minuti l’uno, per un totale di 25/30 incontri. Se vivono a New York, vengono una volta a settimana in settimane diverse, ma per gli stranieri è piuttosto dura perché devono condensare tutto in tre giorni consecutivi. Quando sono troppo impegnati per vedere tutti gli studi, li lasciamo scegliere quali artisti visitare oppure li invitiamo a fare un giro più informale. Gli artisti si lamentano sempre perché le visite di quaranta minuti sono troppo brevi, ma è difficile fare di più.
Dall’Italia vorremmo invitare Irene Calderoni: ho visto la mostra che ha curato alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino [Press Play, N.d.R.] e mi è piaciuta molto. Non vedevo una mostra così bella da tanto tempo.

ISCP Hallway, Second Floor, New York

Parliamo dei curatori: cosa si aspettano di ottenere dalla residenza?
Abbiamo previsto un ufficio per curatori, critici e storici dell’arte sin dall’inizio in 1994, ma non è venuto nessuno fino al 1999, quando abbiamo ospitato una curatrice della Repubblica Ceca, sempre finanziata dal Trust for Mutual Understanding. Da allora ne abbiamo avuti diversi, anche se meno numerosi degli artisti.

Cosa fanno durante il periodo newyorchese?
Non diciamo a nessuno dei residenti (artisti o curatori) esattamente cosa devono fare. Mandano una proposta di lavoro insieme al curriculum quando fanno l’application, ma sappiamo bene che spesso il progetto cambia una volta che sono sul posto.

Molti artisti italiani sono passati dai vostri studi. Al momento per esempio ci sono Donato Piccolo, Loredana Lillo, Alberto Tadiello e Patrick Tuttofuoco.
Sì, abbiamo un buon numero di italiani. Il rapporto con il vostro Paese è iniziato con Viafarini. All’epoca avevo appena iniziato e non sapevo nemmeno se avrebbe funzionato. È bene ricordare che non elargiamo fondi e non ne prendiamo, a parte un piccolissimo sostegno dal Governo. Tutte le residenze vengono “sponsorizzate” da soggetti esterni (ministeri, fondazioni, associazioni o privati). Patrizia Brusarosco di Viafarini è venuta da me indirizzata da qualche artista e per un paio d’anni ha mandato delle persone. Poi è arrivato Valerio Berruti, che era veramente entusiasta del programma e una volta tornato deve aver sparso la voce presso altri artisti.
Il Ministero degli Affari Esteri italiano mandava già degli artisti a New York presso la Columbia University tramite il Gotham Prize, ma erano isolati lì e quindi anche loro venivano all’ISCP. In seguito abbiamo firmato contratti anche con il Ministero dei Beni Culturali e con Terna. Così nel 2010 abbiamo avuto ben cinque artisti italiani che, considerando il momento di difficoltà economica, è davvero sorprendente. Sono stato al Ministero degli Affari Esteri stamattina e sembra che il contratto sarà rinnovato anche per il 2013.

 

Tutti gli artisti dell'ISCP sulla mappa del mondo

Quante applicazioni ricevete ogni anno?
Non riceviamo applicazioni direttamente, in genere. Facciamo degli accordi con istituzioni, perlopiù ministeri e agenzie governative, e sono loro che scelgono gli artisti e quindi gestiscono eventualmente anche le application. In realtà gli artisti possono rivolgersi direttamente a noi, ma devono avere uno sponsor. Nel caso in cui riceviamo application che riteniamo interessanti ma che non sono finanziate, contattiamo l’artista e gli diciamo che saremmo contenti di ospitarlo, ma che è necessario trovare per lui una forma di sostegno economico. Di questo genere di richieste ne riceviamo circa 12 al mese, rispondiamo positivamente a una ventina in un anno, ma di queste soltanto 4 o 5 riescono poi a trovare fondi.

Qual è l’età media dei partecipanti?
Direi 35 anni, circa. Un pochino più alta per i curatori, forse 37.

Cosa ti ha spinto a fondare un programma per artisti?
Avevo bisogno di un lavoro! Ero un pittore, sono venuto a New York a vent’anni come artista. A quell’età gli unici lavori che potevo sperare di fare erano come muratore o come assistente di un altro artista. E non ero entusiasta di nessuna delle due opzioni, anche se ovviamente le ho provate entrambe, come tutti. Così pensai di provare a fondare qualcosa di mio e di programmi per artisti ne ho fatti ben cinque. Ho iniziato con un progetto accademico che coinvolgeva i college in cui avevo studiato, come il Nova Scotia College e il California College of Arts. Il programma coinvolgeva diciotto college americani, quattro canadesi (io sono canadese) e uno giapponese riuniti in un consorzio, con l’obiettivo di per mandare i loro studenti più grandi a New York per un semestre. Quell’esperienza mi ha quasi ucciso, fu un incubo.

ISCP, Lounge, New York

Addirittura…
Dovevo di fatto occuparmi di venticinque ragazzini a New York, che si mettevano continuamente nei guai. Dovevo tirarli fuori di prigione, o accompagnarli ad abortire e cose del genere. Erano ragazzi in gamba, ma erano lontani da casa, e la città negli Anni Ottanta era più pericolosa di ora, girava tantissima droga. Era un periodo buono per fare queste iniziative perché c’erano ancora molti soldi e le scuole volevano spenderli, ma fu veramente un’esperienza devastante. Nei miei quattro mesi liberi avevo solo voglia di andare a fare l’eremita in qualche bosco per riprendermi dallo stress.

Che tipo di programma era? Che facevano i ragazzi a New York?
Al di là delle difficoltà, offrivamo a quei ragazzi un’esperienza educativa di altissimo livello. Ogni settimana li portavo negli studi di grandi artisti come Chuck Close, Jeff Koons, Erich Fischl, dove potevano vederli al lavoro. E ogni lunedì sera c’era un critico d’arte di New York che teneva un seminario sull’arte contemporanea in città. Non c’è più niente del genere negli Stati Uniti. Quando c’è stata la recessione, dopo l’esplosione della bolla delle dotcom, il programma è stato terminato. Così avevo di nuovo bisogno di un lavoro e volevo anche fortemente uscire dall’ambiente accademico. Ho lavorato per una Fondazione in Colorado, uno studio program solo per americani che ha una commissione molto prestigiosa e molti soldi. Io però mi annoiavo, non era stimolante. Assegnavamo diciassette studi ad altrettanti artisti per un anno, degli spazi bellissimi, grandi e costosi, a Dumbo. Ma non c’era nessun programma associato, nessuna didattica, nessuna iniziativa.
Per un periodo ho anche lavorato per Hollywood, ma non ero veramente interessato a quell’ambiente. E poi, nel 1994, ho fondato l’ISCP.

 

La sede dell'ISCP, New York

L’ISCP esiste ormai da diciotto anni, e quando avete iniziato l’idea di “residenza per artisti” non era così diffusa. Poi, negli ultimi anni c’è stato un proliferare di questo tipo di iniziative. Cosa ne pensi?
Quando abbiamo iniziato i programmi di residenza erano pochissimi e la maggior parte erano del tipo “classico”. Quello in cui l’artista va in posti sperduti e si mette in comunicazione con la propria musa, come la MacDowell Colony, ad esempio. L’unica residenza “urbana” era quella del P.S.1. Due circostanze mi hanno aiutato: la recessione, che mi ha permesso di usufruire di affitti veramente bassi, e il fatto che gli sponsor fossero insoddisfatti del rapporto con il P.S.1. Non si sentivano trattati bene e non gli veniva permesso di scegliere gli artisti. La mia formula invece era: se sei tu a pagare, tu devi scegliere l’artista.

Avete cambiato sede diverse volte negli anni. Come mai?
Inizialmente eravamo a Tribeca, molto prima che la zona “esplodesse”. Ci siamo rimasti per sette anni prima che tutti scoprissero il quartiere e i prezzi schizzassero alle stelle. Il mio affitto aumentò del 400 per cento. Così ci siamo spostati a Midtown, dove siamo stati per altri sette anni, prima di approdare a Brooklyn, dove siamo ora.

Come vi trovate a Brooklyn?
Io ero molto legato a Manhattan e un po’ snobisticamente non mi piaceva l’idea di spostarmi a Brooklyn. È una zona industriale, molto “rozza” da un certo punto di vista. Poi, la sera dell’inaugurazione, un giornalista dell’NPR mi ha intervistato sul tetto dell’edificio mentre guardavamo il quartiere dall’alto. Il panorama era composto da una gigantesca stazione di benzina, di quelle che possono rifornire trenta macchine per volta, uno strip club, uno sfasciacarrozze, cose così.
Così dissi al giornalista: “Questa potrebbe essere la zona industriale di una qualsiasi città degli Stati Uniti, ma c’è una grossa differenza. E questa differenza è che ci sono più artisti, curatori e professionisti dell’arte per metro quadrato a Bushwick, Williamsburgh ed East Williamsburgh che in qualsiasi altro posto. A New York, negli Stati Uniti e nel mondo”.

L'opera di Rena Leinberger sotto al Queensboro Bridge

Non male come slogan…
Sì, infatti ha funzionato! Da quel giorno l’ho usato in ogni cocktail, ogni intervista e ogni richiesta di fondi. La cosa divertente è che poi, diverso tempo dopo, prendendo un caffè con Dana Schutz, un’artista molto importante in città al momento, lei mi disse: “Dennis, ho saputo che hai spostato l’ISCP a Brooklyn”. E io: “Sì, grazie, ci piace molto il quartiere”. E lei: “Sai che cosa ho sentito dire? Che ci sono più artisti e curatori per metro quadrato lì che in qualsiasi altra parte del mondo!”. Come si dice: “What goes around comes around”…

New York è ancora la città dei sogni per gli artisti? Cosa si aspettano di trovare?
L’aspetto commerciale è senz’altro uno dei più importanti. Molti hanno il mito di Chelsea, anche se dopo il disastro dei subprime e dei mutui la reputazione generale di Chelsea è molto scesa. Una cosa che ho notato è che oggi gli artisti che vengono in residenza sono molto più interessati a questioni politiche e sociali, questioni che venti o trent’anni fa non erano così preminenti. L’arte pubblica, per esempio, è aumentata moltissimo e l’ISCP ha un dipartimento apposito per il coinvolgimento della comunità locale (i partecipatory projects). Questo genere di progetti sta anche ricevendo maggiori fondi, dal governo e dalle istituzioni locali.
Di recente abbiamo installato un lavoro di Rena Leinberger sotto al Queensboro Bridge, un’opera pubblica che è stata finanziata dal Dipartimento dei Trasporti e c’era tantissima gente all’inaugurazione. L’attenzione per il lavoro degli artisti, anche in contesti non convenzionali, è aumentata esponenzialmente negli ultimi anni.

Valentina Tanni

www.iscp-nyc.org

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Dal 2011 collabora con Artribune.
  • rost

    partecipare costa una marea di soldi

    • non all’artista direttamente però, se ho letto bene l’intervista di valentina

      • rost

        hai ragione mi spiego, brevemente
        Partire dall’Italia è molto difficile, devi avere un’istituzione o un ente che ti copra le spalle, per cui devi avere una raccomandazione di qualcuno.
        Oppure te la cavi con uno sponsor, ma tu trovalo oggi (in tempi ci crisi) uno sponsor che copra quella spesa.
        L’ISCP ti darebbe uno spazio di pochi metri quadri per lavorare.
        Ok vanno bene anche pochi metri quadri, sei a New York
        Ma poi ti devi trovare un alloggio per vivere e pagarti il vitto e spese materiali, ecc.. ecc..
        Ecco cosa intendevo.. alla fine è una bella spesa

    • assolutamente giusto che costi, si chiama selezione naturale

      • rost

        sì, selezione naturale tra che ha i dinari e chi non li ha..?!?

        beh mi sembra poco democratico..

        • La selezione naturale non è democratica, i denari sono solo un “accidente”, come per una giraffa il collo più lungo o per un atleta una struttura muscolare più potente…ci nascono così, non fanno niente per esserlo, I soldi se uno non li ha ma ha talento li trova, una galleria, un collezionista che ti finanzi lo si trova sempre…

          • Davide W. Pairone

            dillo a Van Gogh! A parte le battute, se il fund raising fosse il carattere determinante nella selezione naturale non avrebbe più molto senso parlare di poetica, stile, tecnica ma bisognerebbe ridurre l’arte ad una forma di imprenditoria

          • rost

            … e avere potenzialità economiche fa la differenza, soprattutto oggi !!

          • Davide, VVG aveva il fratello che lo sponsorizzava…è poetica anche il trovare le risorse economiche per farla esistere…

          • Lorenzo Marras

            Abbondio Lei commette l’errore di “definire” la poetica come un attributo. Cosa che la poetica Non è , essendo un dispiegamento della potenza che crera i suoi possibili. Di questo , gli Artisti, sono in condizione di mettere in atto.
            E di questo , ancora, ne era assai consapevole Platone se ebbe l’intuizione di escluderLi dalla comunita’ cittadina , ben conoscendone il pericolo .

            Ma l’idea di arte che prevalse in seguito , rese , diciamo un po’ obsoleta questa concezione , superata da una, piu’ rassicurante per l’uomo dei tempi che vennero dopo.
            “l’arte” si mette a servire e dimentica quello che fu in origine.

          • @Giampaolo Abbondio magari esiste anche una poetica che consista nel “trovare le risorse economiche per farla esistere…” o forse e’ solo il sogno, oggi reso quasi vero, del gallerista ma ti assicuro che esiste anche altra poetica che viene ad esistenza prescindendo dalle risorse economiche ed infischiandosene di sponsor, gallerie e mercato, perché trova altri canali ed altre vie di diffusione e, mi dispiace per te, ma questa nuova poetica sta diffondendosi e, in un futuro non lontano, diventerà quella prevalente.

          • @ Lorenzo Marras: beh…se son 2000 anni che è stata dimenticata non mi preoccupo più di tanto di un possibile ritorno in tempi brevi…
            @Luciano G. Gerini: mi spiace essere sistematicamente frainteso, è vero che presto o tardi la verità viene a galla, penso a De La Tour che venne apprezzato con tre secoli di ritardo per esempio, ma è anche vero che in questi tempi in cui siamo tempestati di informazioni attraverso gli innumerevoli canali esistenti, la forza anche economica abbia un peso rilevante nell’opera di un artista. Poi esistono canali alternativi, sicuramente, penso alla morte dell’industria discografica come esempio lampante di un sistema scardinato in questa maniera, ma vi chiedo, credete davvero che esista ancora l’artista incompreso? Che non riesce a trovare uno sbocco?

          • Caro Abbondio, non credo di averti frainteso e non mi riferivo a ” verità’ ” che prima o poi vengono a galla ma proprio a quelli che chiami “canali alternativi”, per essere più precisi, mi riferisco al vasto mondo di Internet, innanzi tutto e soprattutto, ma non solo, penso anche alla street art, alle iniziative spontanee e direttamente gestite (tutt’altro che nuove ma che, oggi in tempi di difficoltà economica e di mercato e (sopratutto) di “sistema” molto chiuso e strutturato, tornano ad essere esplorate ed utilizzate più diffusamente ed infine alle “applicazioni” per smartphones e tablets (siamo solo agli albori della loro diffusione ma in India e Cina, tanto per dire di due “universi” che da soli fanno più meta’ della popolazione mondiale, stanno per esser messi in commercio tablets dal costo di 30/40 dollari l’uno che, almeno in India, verranno, in un primo momento regalati a tutti gli studenti delle scuole elementari e medie ed analogo progetto esiste in Thailandia)… modalità e canali che si propongono di portare l’arte a tutti, gratis o a poco prezzo, avendo alle spalle costi nulli o quasi.
            Quanto alle tue due domande se “esista ancora l’artista incompreso? Che non riesce a trovare uno sbocco? ” eccoti la mia risposta : si’, certo che esistono ancora e credo esisteranno sempre ma l’ artista incompreso e l’artista che non riesce a trovare uno sbocco rappresentano due diverse “tipologie” . La prima attiene al “linguaggio” dell’artista, che magari e’ troppo “nuovo” per essere compreso o magari e’, semplicemente, assolutamente incomprensibile : nel primo caso, forse, vera’ compreso un giorno o forse no, perché nel frattempo si sara’ persa persino memoria ed evidenza dei suoi lavori, nel secondo caso rimarrà, ovviamente, per sempre “incompreso”. La seconda tipologia attiene al carattere dell’artista,in relazione all’ambiente ad esso circostante c’e’ chi e’ intraprendente e caparbio e chi no, chi ha facilita’ di contatti umani e chi no, chi sa come “promuoversi” e chi no, chi ha buone relazioni o sa come procurarsele e chi no e cosi’ via. Non dimenticare, infine, che “trovare lo sbocco” significa spesso,meglio, quasi sempre trovarsi al momento giusto nel posto giusto con le persone giuste e che questo introduce quindi il caso (o fortuna) che, come in tutte le vicende umane, rappresenta sempre un fattore determinante.

          • Gentile Luciano, ti faccio un esempio…quando ho iniziato nel 1987 a lavorare sui mercati in Italia non era ancora diffuso nessun sistema di informazione telematica, ci si basava sui giornali e sulle segnalazioni dei broker che chiamavano dalle varie piazze internazionali. Nel giro di dieci anni Reuters e Bloomberg avevano messo quattro schermi sulle scrivanie di qualsiasi operatore dai quali uscivano un flusso ininterrotto di informazioni…ti assicuro che la prima situazione è identica alla seconda, troppe notizie sono uguali a nessuna notizia. Così anche i tablet e qualsiasi altro strumento che possa essere utilizzato per diffondere l’opera di un artista porta con se una marea tale di offerta da riportare il nostro sfortunato creatore al punto di De La Tour…lasciamo stare l’artista incompreso per ora, se è tale deve essere talmente astruso da non poter realmente comunicare con i suoi simili, infatti dopo tutto quel che si è visto nel XX secolo mi riesce difficile concepire un’espressione artistica che non venga riconosciuta da nessuno. Lo sbocco: qui torniamo al punto di partenza, la forza dell’opera secondo me contiene anche la propria possibilità di esistere ed emergere, il mondo dell’arte è sì ristretto, ma non così tanto da non permettere a un nuovo talento di trovare un proprio spazio, magri addirittura “uccidendo” i propri padri….è sempre stato così, solo in questo paese negli ultimi tempi i padri, spesso nonni, non mollano….

          • Vedi Abbondio se tu che mi fraintendi (o forse son io che non so farmi intendere). Tu parli di “canali” e pensi ai canali di “pubblicizzazione” o di “diffusione” di opere che, evidentemente nel tuo pensiero rimangono oggetti (quadri, sculture, foto ecc. ecc.) con una fisicità distinta dal “canale”. Pensi alla necessita’ di “pubblicizzare” un lavoro per poterlo vendere al meglio. Io quando parlo di canali in realtà penso a nuove modalità di “produzione” di arte. Quelli che ti ho indicato prima io (e, credimi, non sono ne’ il primo ne’, tanto meno, l’unico) non li vedo come “la via per rendere note opere d’arte” ma come nuovi mezzi per “fare” opere d’arte, alla stessa stregua di pennelli, colori scalpelli e sgorbie, marmo, tela, carta sensibile.
            Esistere… trovare un proprio spazio … qualsiasi opera d’arte, anche quella dello sconosciuto “esiste” e “trova un proprio spazio” (a casa dell’autore o di qualche suo parente o amico e, con la diffusione dei nuovi “canali”, spesso in ambiti decisamente più vasti e lontani e viene, spesso, persino venduta anche a prezzi non necessariamente “modesti”)
            …”emergere”… ecco la parola che fa’ la differenza.
            E’ sull’emergere che occorrerebbe fare un lungo, lungo, discorso (e temo che a tentare di farlo qui finiremmo per incorrere nelle ire di qualche “solito noto”).
            Perdonami se, in sostituzione di esso, ti rivolgo qualche domanda :
            Credi che sia *indispensabile* che un artista viva *esclusivamente* della sua produzione artistica ? Pensi che un artista debba *necessariamente* puntare ad un successo anche commerciale del proprio lavoro? Pensi che un artista debba porsi come *obbiettivo primario* quello di emergere, di aver successo, di vendere? (gli asterischi tengono il posto della sottolineatura che qui non e’ possibile eseguire)

          • Beh mi sembra quanto meno ingenua la tua domanda, se si vuole continuare a produrre arte, dalla stessa bisogna trarre un ricavo, non foss’altro che per pagare tele e pennelli o anche solo il caffè che beve l’autore prima di mettersi all’opera!!! L’aspirazione presumo sia quella di poter fare esclusivamente quello, cioè creare, ma nessuno impedisce all’artista di fare anche altro, penso al grandissimo Fabio Mauri. E per quel che concerne la “pubblicizzazione”…mai conosciuto un artista che non fosse più che desideroso di far conoscere il proprio operato…e qui si entra nel filosofico, ma se l’opera non si sa che c’è, esiste davvero?

          • per quel che poi riguarda i “nuovi mezzi”…beh, sarò sincero, non mi interessano particolarmente, ovvio che non rifiuto niente, ma trovo che i “vecchi” abbiano ancora delle potenzialità di parlarci e di interrogarci.

          • Attento caro Giampaolo, dici cose sensate e corrette ma hai ignorato il “sottolineato” delle mie domande, che è ció che le fa essere tutt’altro che “ingenue” o peggio. Per esempio: un poeta è certamente un artista, ha anche lui dei “costi”, pensi che possa proporsi di vivere solo dei proventi della poesia? Se il poeta no, perchè il pittore sí? Certo che ogni artista fará il possibile per rendere noto il suo lavoro che è essenzialmente comunicazione e senza “recettori” fallisce il suo scopo ma pensi davvero che, per renderlo noto, abbia quale unica via quella delle gallerie commerciali e del mercato dell’arte?
            Sui “nuovi media” (ma io parlerei di nuove “modalità”), capisco bene che, dal tuo punto di vista siano poco interessanti e non pensi affatto che essi determineranno la fine di pittura, scultura ecc. ma sono altrettanto convinto che giá siano e che diventeranno sempre piú in futuro, un diverso modo di creare, diffondere e addirittura d’intendere la comunicazione artistica.

          • …scusa… “..e io non penso affatto che esse determineranno…”

          • Francamente mi piacerebbe che un poeta potesse vivere della propria poesia, così come un artista riesce in genere a campare con le proprie opere…purtroppo le leggi di mercato non le ho fatte io e ti assicuro che pure io di fronte a casi come Alda Merini o Riccardo Bacchelli fremo di rabbia…ma più che comprargli qualche libro non posso fare….

            Quanto alle alternative al canale galleria, guarda Franko B con il quale ho lavorato per un certo tempoha passato gran parte della carriera lavorando al di fuori del sistema…a me sembra che nel periodo con me tutto sommato fosse contento di essere sollevato dal dover risolvere certi problemi per concentrarsi sul creare…poi ognuno penso faccia storia a se.

  • rita

    ma tuttofuoco è del 1974?

    • rost

      del ’73 o ’74, ed è nipote di Alberto Garutti

      • kim

        ma quale nipote di garutti…

  • gianni

    Ma come è possibile che anche nell’arte ci siano i raccomandati, un vero schifo in questa italietta cosi piccola,ed è per questo vuol dire che l’arte non conta nulla e non conterà più nulla se adottiamo sistemi come questo.

    • ristorantedellarte

      comunque all’ISCP ci vanno tutti gli ultraraccomandati se noti i nomi sono sempre gli stessi….e non domandatevi perche’ va tutto a tarallucci e vino….

  • max

    questa storia dei raccomandati dell’arte e’ ridicola!!! secondo voi se una persona non raccomanda un’altra e’ perche’ ci crede? io credo che una persona sfrutti l’artista ed il suo talento per farsi pubblicita’ come fanno questi “sponsor”…e’ una questione di ritorno di immagine non di raccomandazione. un rientro bilaterale.

  • max

    certo che tra Rena Leinberger e Donato piccolo non si vede nulla, uno fa luce ed una tira i coriandoli dal ponte?

  • lamela

    Tirare i coriandoli è divertente…………ma l’arte che c’entra? I coriandoli li dipinge damien Hirst

    • SAVINO MARSEGLIA

      tirare i coriandoli e realizzare teschi è diventata l’arte di impedire alla gente di guardare da vicino ciò che la riguarda.

  • Nadia

    Certo, anche giudicare un lavoro da una foto è una pessima abitudine. Pessima.
    Tantopiù che basta una ricerca su Google per trovare informazioni un minimo più dettagliate sul lavoro della Leinberger. Che può anche non piacervi, ma non tira coriandoli dal ponte.

    http://renaleinberger.com/section/283611_When_it_opens_like_this_up_is_not_over.html

  • Ma basta con questa New York, ed un po’ più di campanilismo e meno lamentele!!!

    So che non dovrei farlo, ma guardate qua, che spazio mi è stato affidato (500 mq REALI) , semplicemente curando bene e seriamente delle mostre:

    http://www.youtube.com/watch?v=tzFqO-J6Bzw

    Diamoci (e datevi) da fare, non vedete come sghignazza nella foto Dennis Elliott?

    Chi se ne frega di quello che fa lui! BASTA!!!!

  • aiazzone mobili

    donato piccolo… siamo alla frutta

    • max

      comunque voglio lanciare una freccia a favore di Piccolo che nel panorama italiano e’, senza dubbio, l’artista giovane piu’ interessante e sperimentale in questa massa di copioni neomanieristi garuttiani. siamo sinceri e non spariamo sempre su chi fa un lavoro serio e pulito con rigore formale, estetico e concettuale.
      Purtroppo ora che ho difeso Piccolo diverra’ normale attaccarlo perche’ su internet funziona cosi’…
      Ricordate quanto attaccavano il nostro carissimo Mochetti? un artista talaltro che credo abbia molte analogie concettuali con Piccolo. poi ha vinto il premio maxxi e ha sorpassato artisti internazionali di grosso calibro.
      Credo che dobbiamo imparare a vedere il lavoro di un artista non il suo pedigree…

  • LUDOVIKA

    Ma aiazzone mobili….. certo devi avere qualche problema personale con Piccolo…. ma che ti frega di esprimerti cosi’… sei fuori tema….. l’argomento, caro rosikino, è un altro… così fai solo pubblicità a Piccolo…..certo come mobilificio non te la devi passare tanto bene… vedo e sento meno pubblicità tua in giro, anzi scomparsa…….. la crisi….. però onestamente devo dire che mi sei sembrato sempre un pò sfigatello…. ma sono sicuro che sei meglio nella realtà, spero………mmmmmmm…….. forse…..!buon dessert…!

  • riccardo

    pienamente d’accordo con max. bravo Piccolo ma poco apprezzato in italia..

  • max

    non ho detto poco apprezzato, ma in italia non credo ci sia molto da vedere. Per me Piccolo e’ fuori competizione qui. sara’ perche’ ho visto una mostra a Spoleto che e’ stata la mostra migliore degli ultimi cinque anni e enello stesso giorno vidi la mostra di Mochetti…che e’ a mio avviso un fuoriclasse, anche lui fuori dalle leggi di sistema

  • riccardo

    concordo pienamente valutiamo il lavoro non il pedigree