The New Stone Age

Cosa c’è dopo la fine? Semplice: un nuovo inizio. E dalle macerie comincia a delinearsi una nuova “età della pietra”. Il mondo dove vivremo e dove forse stiamo già iniziando a vivere. Una riflessione di Christian Caliandro per la rubrica “Inpratica”.

Oh my god,
what have we done this time
oh my god,
what have we done this time
(we’ll start living
in the real stone age)

ORCHESTRAL MANOEUVRES IN THE DARK,
THE NEW STONE AGE
(ARCHITECTURE
AND MORALITY, 1981)

 

“Any sufficiently advanced technology
is indistinguishable from magic.”

ARTHUR C. CLARKE

 

[Questo articolo andrebbe letto ascoltando “Meanderthal” dei Torche]

Che fortuna! Stiamo per entrare nella Nuova Età della Pietra.
Che privilegio, e che onore, vivere in un’era del genere. Certo, i disagi saranno inevitabili (e si renderà necessario rinunciare almeno in parte a non necessarie comodità, che sin dall’inizio della nostra vita e sempre più negli ultimi dieci anni ci siamo abituati a dare per scontate); ma volete mettere con i presagi?

Questo dipinto dunque, visto in prospettiva storica (il fatto che sia stato realizzato più di un millennio dopo la vicenda gli consente una certa lucidità dell’analisi), dà una forma alla successione fra due ere, quella antica e quella moderna (non differentemente da come il quadro di Délacroix, nel saggio precedente, era corrispettivo visivo al passaggio dall’era moderna a quella contemporanea). A farlo tornare d’attualità però non è la medesima circostanza che oggi ci vede funambolare sopra un valico epocale sul filo del rasoio che collega ciò che abbiamo chiamato fin qui “contemporaneità”, ossia quell’era del capitalismo che ci stiamo lasciando alle spalle, e la “Nuova Preistoria” (così ribattezzata da un Tiresia dei nostri tempi) che ci si para d’innanzi” (Gian Maria Tosatti, La freccia e il presagio).


E vediamo un po’ com’è (ovvero: come sarà) fatta, questa età che già è nostra di fatto. Di diritto. In cui già ci sentiamo a casa: magari non la troviamo proprio confortevole (almeno per il momento), ma di sicuro ci risulta più familiare di ciò che ci stiamo lasciando alle spalle. Di un’epoca morta – anche se ancora insepolta. È abbastanza chiaro, infatti, che l’esigenza di far rinascere una civiltà si manifesta proprio quando un’altra sta morendo, o si sta già decomponendo. È successo per esempio con il Rinascimento, e persino con la fondazione dell’Accademia 2400 anni fa da parte di Platone: “[…] l’istituzionalizzazione della filosofia attraverso l’apertura della scuola di Platone intorno al 387 a.C. rappresentò una reazione al collasso del modello offerto dalla pólis ateniese. Dalla cruda evidenza essa trasse la conclusione che la democrazia era fallita in quanto forma collettiva di vita gradevole. […] Colto nel momento della sua origine e interpretato secondo lo stato d’animo di fondo che lo connotò, quello che di lì in avanti sarebbe stato chiamato ‘amore della saggezza’ è la prima forma, e la più pura, di romanticismo dei perdenti: conversione di una sconfitta in una vittoria in un altro campo e travestimento di una perdita irreparabile in conquista imperitura” (Peter Sloterdijk, Stato di morte apparente, 2010).


Qui la faccenda è – se possibile – un po’ più complessa e perciò, potenzialmente, ancor più interessante. Innanzitutto, un vantaggio fondamentale è rappresentato dall’abolizione istantanea e radicale di qualunque riferimento al “Sessantotto” (un gigantesca distorsione prospettica, soprattutto in Italia): ogni volta, infatti, che viene fuori il termine “rivoluzione” – e, come forse vi sarete accorti, comincia a saltare fuori piuttosto spesso – c’è sempre qualcuno ansioso di rimembrare i bei tempi andati, o peggio, di riviverli attraverso coloro che, pur con tutte le difficoltà e le disgrazie del caso, son giovani adesso (e non quarant’anni fa). In questo caso, si torna indietro direttamente di 10.000 anni e non se ne parla più. Non ci sarà nessun vivente che pretende di dirci come si fa o non si fa ‘l’età della pietra’.

In più, questo mastodontico punto di riferimento e di origine appare – fortunatamente – incrostato di terribili e meravigliose scorie immaginarie, accumulate tutte all’inizio degli anni Ottanta: per capirci, Mad Max + 1997: fuga da New York (con tutti i loro epigoni) + i primi Killing Joke e Christian Death. È la post-apocalisse culturale in cui ci siamo formati (da piccoli e da piccolissimi), e che ritorna in mille forme e declinazioni, più o meno aggiornate (tra gli ultimissimi esempi: The Walking Dead, la saga di Resident Evil, The Book of Eli; Julian Comstock di Robert Charles Wilson, Robopocalypse di Daniel H. Wilson e La seconda mezzanotte di Antonio Scurati, ecc.). Sono le coordinate mentali a cui siamo agganciati, praticamente da sempre – che ci piaccia o no. Si tratta cioè di una proiezione immaginaria (che funziona anche come esorcismo), e al tempo stesso di una rappresentazione stranamente fedele e realistica di quella che si configura sempre più come una distopia realizzata. Ancorché piuttosto confusa.

Ora, tutto questo è indubbiamente affascinante: ma occorre tenere presente che ogni fine coincide, inevitabilmente, con un inizio (è questo elemento, in fondo, è già presente nella maggior parte degli archetipi sopra citati). La post-apocalisse è anche la fase iniziale, primordiale di una nuova storia. Ed è proprio l’idea di “inizio” che va innescata in questo momento. Riattivata: preistoria è l’inizio umano per eccellenza. Anche Hans Belting aveva collegato, molto sapientemente, la fase della pre-storia dell’arte (arte bizantina, iconica, ecc.) a quella della post-storia dell’arte (postmoderno, riproduzione, simulacro, ecc.); è un modello che funziona abbastanza bene.

Ciò non vuol dire affatto cancellare né rimuovere tutto quanto è avvenuto finora, fare tabula rasa. Ma ritrovare le cose importanti, eliminando tutto il rumore bianco degli ultimi anni. Perché adesso, finalmente, questa operazione è possibile. È un’occasione da non mancare, dal momento che non capita tanto spesso che cause storiche e contingenze fortuite convergano in un unico punto.
Quando chiesero a Novalis perché scrivesse poesie, lui rispose: “Sto tornando alla casa del padre”. Adesso lo stiamo facendo (quasi) tutti. Del resto, abbiamo già cominciato.

Christian Caliandro

 

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • nico mazzini

    Molto interessante l’articolo di Christian Caliandro che segue “l’era della stupidità”. Allego un articolo sullo stesso argomento del prof. paolo Maggi un medico infettivologo barese su
    http://paolomaggi.wordpress.com/
    nico mazzini

    “Lo scorso novembre il noto quotidiano statunitense Wall Street Journal ha dedicato un articolo al romanzo “Quell’estate prima della fine del mondo”, opera del brillante e immaginifico avvocato barese Enzo Varricchio. Il libro in questione si ispira ai gialli del filone paranoide alla Dan Brown, facendone una garbata parodia. Ma in realtà parla di molte altre cose. In particolare, quello che ha colpito il giornale economico è stata una serie di scenari previsti per il futuro e puntualmente realizzatisi dopo l’uscita del libro, dalle proteste di piazza degli indignados, alla caduta del governo Berlusconi, fino all’elezione bipartisan di un governo tecnico. Il bello sarà se si realizzeranno anche le ulteriori previsioni fatte dall’autore, ben più sconvolgenti.
    Al di là di tutto però, quello che ci ricorda Varricchio è che il mondo, almeno quello che noi conoscevamo, è ormai finito. Che ce ne siamo accorti o meno, che ci piaccia o meno, che il momento di rottura sia stato l’estate del 2011, anno dell’uscita del libro, o quella del 2012, anno della sua ambientazione, le cose stanno proprio così.
    In realtà, a dispetto di quello che si pensa, le grandi epoche non sono quasi mai finite all’improvviso: spesso si inizia in sordina e, dopo un tempo imprevedibile, a poco a poco, ci si trova in un mondo completamente diverso. A volte vi à un episodio traumatico che segna un confine, a volte no. Chi ha occhi per leggere le cose del mondo si accorge di questo prima degli altri.
    Che il mondo economico, sociale, energetico, del lavoro, in cui eravamo nati sia ormai finito e che si sia in una lunga e imprevedibile era di transizione, è ormai sotto gli occhi di tutti. La fine della scienza per come l’abbiamo intesa sino ad oggi è un evento assai meno visibile, e forse anche assai meno accettabile. Ma anche in questo caso molti dei paradigmi dominanti stanno venendo meno e siamo in piena epoca di transizione.
    Sono ormai molti anni che serpeggia fra gli uomini di scienza, nella cultura, ma soprattutto fra la gente, un sottile e inconfessato malessere. Nel momento storico in cui il progresso scientifico sembra essere arrivato al suo apice, la sfiducia nei suoi confronti è crescente. Ebbene si, la scienza post galileiana, post newtoniana è in crisi, forse è già morta. Ma, a differenza dell’economia, del lavoro, della politica, delle energie, su questo argomento esiste una censura. Anzi, diverse censure, perché la crisi della scienza fa davvero paura. L’immagine di una scienza e di una medicina sempre vincente, capace di risolvere ogni problema, se non oggi certamente domani, è un immagine che, se messa in crisi, atterrisce i pazienti, blocca i finanziamenti pubblici e privati che muovono i settori industriali più grandi e potenti del mondo. Ma questa crisi non conviene molto neanche agli organi d’informazione, alla stampa, alla televisione, in altre parole a tutti quelli che formano l’opinione pubblica, a tutti quelli che determinano la cultura corrente. L’idea di una scienza che scopre le sue debolezze, che analizza i suoi limiti, che si compulsa sulle ragioni della sua perdita di credibilità, è un qualcosa che fa paura, ma non fa notizia. Anche la cultura dominante non ama far filtrare la notizia che la scienza è in crisi. Perché, nonostante tutto, l’immagine della scienza che circola tuttora è ancora quella che è uscita dalla grande ubriacatura positivista tra il XIX e il XX secolo, la scienza rassicurante delle “magnifiche sorti e progressive”, che nessuno avrebbe mai fermato.
    Ma chi ha occhi per vedere quello che gli altri non vedono, intuisce già come sarà la scienza e la medicina del futuro. Questo è in realtà quanto oggi ci serve: occhi nuovi per leggere i segni che ci porta questa fine del mondo, per capire cosa sorgerà dalle macerie del passato. Occhi che siano capaci di leggere gli eventi da angolature diverse, inconsuete, occhi di uomini a testa in giù rispetto alla cultura dominante. Come suggerisce la copertina del libro.
    Cosa ci porterà il nuovo mondo? Difficile dirlo ora. Una cosa è certa. Il futuro lo costruirà chi avrà salde e profonde radici nel passato, chi riuscirà a leggere la storia della nostra evoluzione scientifica non più in bianco e nero, come negazione di tutto ciò che è accaduto prima di Newton e Galilei ed esaltazione di tutto quello che è accaduto dopo. Ma come la storia di un unico cammino, che fa tesoro di tutto quello che gli serve per proseguire, da qualsiasi epoca e cultura esso provenga”.
    Paolo Maggi