Questione di parole

Incomincia a scollarsi l’unità fra culture digitali critiche e l’ambiente web/business che rappresenta lo specchio industrial-commerciale della digital r/evolution. Il termine web2 non è mai stato rimesso in discussione. E alla Net Art cosa succede?

Mark AmeriKa - filmtext

Come molti altri termini e concetti nella Net Art affetta da “sindrome della velocità”, la necessità di continuo upgrading per coprire culturalmente lo sviluppo infinito della rete finisce per far saltare il discorso critico. Web2 è un dato reale o un termine di “corporation che serve a vendere un “nuovo” ipotetico, a fare refresh dopo la caduta delle dot.com?
Christiane Paul ritiene necessarie tassonomie di misurazione, e quindi che un termine abbia un valore neutro. In parte è vero. Però è un cedimento di una volontà critica della cultura digitale colta e attivista. Nice è il termine più utilizzato oggi per i progetti di Net Art. Segno che la critica al web ha meno forza, ora che il gigante/rete ha preso le sembianze di grandi corporation? O si sta abbassando il “livello di esigenza” verso i nuovi media?
Un esempio di cambio di rotta è Mark AmeriKa, severo (ma divertente) propagandista di una cultura nella rete, per la rete ecc.,  di cui vediamo un grazioso video al Festival Isea di Istanbul, girato con un iPhone ma uguale ai linguaggi della videoarte di sempre. Nice? Semmai good o bad. E rispetto alla sua storia è bad, perché non ha memoria delle problematiche precedenti.

Christiane Paul

La critica dei linguaggi digitali non dovrebbe avere la qualità semplicemente relazionale-colloquiale-organizzativa del “curating”, semmai la partecipazione “strutturata” ai problemi posti da uno spazio “responsabilizzante” come quello dei linguaggi digitali. C’è bisogno di scelte più coraggiose ed efficacemente critiche nei contenuti e nelle strategie. La contiguità fra tecnico e creativo è sempre più sospetta, così come l’atteggiamento d’ironica appropriazione delle strategie industriali. La contiguità che nel passato aveva posto il problema di un valore unico (il tecnico come artista) non è più sostenuta dai salti di crescita della tecnologia.
Steve Jobs è stato un industriale-scopritore-ricercatore di estrema capacità creativa e la sua morte è “eroica”, ma un tecnico illuminato e geniale è una cosa, un creativo-creatore è un’altra. Le cose diventano più “noiose”? Certo, ma anche più credibili. E le parole per dire queste cose devono avere maggior complessità.

Lorenzo Taiuti

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #3

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Lorenzo Taiuti
Lorenzo Taiuti ha insegnato corsi su Mass media e Arte e Media presso Academie e Università (Accademia di Belle Arti di Torino e Milano, e Facoltà di Architettura Roma). E’ esperto delle problematiche estetiche dei nuovi media. È autore di video, installazioni e website, collabora con musicisti sperimentali in produzioni audiovisive. Ha collaborato sui temi di arte e media con vari periodici, tra cui "Giornale dell’Arte", "Virus", "Alias"", "Terzocchio", "Linea d'Ombra", "Repubblica", “Juliet”, “Exibart”, “Artribune”, “Arte e Critica”, “Digimag”, “Noema”, “D’Ars”. Ha pubblicato i seguenti testi sulle tematiche dell’arte e i nuovi media: Arte e media. Avanguardia e comunicazione di massa (Costa & Nolan 1996), Corpi Sognanti. L’Arte nell’epoca delle tecnologie digitali (Feltrinelli 2001), Multimedia. L’Incrocio dei linguaggi comunicativi (Meltemi 2005), I linguaggi digitali (per la serie XXI secolo - Enciclopedia Treccani 2010).
  • o forse servono esperienze polisemiche?

    l’iphone è “perfetto”. In quanto vuoto.

    E’ un oggetto vuoto in tutto: nell’estetica, nell’assenza di pulsanti, nell’interfaccia.

    E’ “vuoto”, in quanto pronto ad essere riempito di te.

    E in questo coglie il contemporaneo.

    Era già successo in passato, con il Sony Walkman: essere in due luoghi contemporaneamente, create confini autonomi e spazi personalizzati.uno strumento critico in aiuto del nostro uso dello spazio. “Tutto” questo era possibile con il Walkman.

    Walkman e iPhone sono diventati cultura: perchè sono framework.

    Ora: arte non è cultura e cultura non è arte. Ma arte e culture si muovono assieme, nella comprensione e rappresentazione dell’espressione umana.

    L’essere umano è cambiato: impara in modo differente, si relaziona in modo differente, si aspetta cose differenti, si esprime in modi differenti. Ha addirittura sensi aggiuntivi, esternalizzati su dispositivi e reti. Identità, presenza, spazio e tempo sono diventati “cose” differenti.

    L’evoluzione dal cinema verso il videogame e i serial televisivi indica anche qui diverse strade: si parla di *worldmaking*, di *mitologie* e, anche qui, di polisemie.

    Forse non è l’era dell’informazione, né della conoscenza. Forse è l’era dell’espressione: dell’ascolto dell’espressione, della sua visualizzazione e dell’accesso, per generarne altra.

    In questo, il “creare framework” è probabilmente tra le cose più interessanti che si possano fare.

    Questo, però, prosegue nell’opera di disassemblaggio di discipline ed arti: perchè continua ad essere sempre più difficile e insignificante stabilire bordi e confini tra cosa è arte, scienze, design, architettura, narrativa, politica, commercio, critica.

    Creare framework è attività complessa, e a farla si assomiglia sempre più ad “aziende” piuttosto che ad “artisti”: forse diventa poco leggibile l’arte in questi termini. O, almeno, poco leggibile secondo i canoni di qualche tempo fa.

    O, forse, siamo nel bel mezzo del cambiamento, e tutto è di già cambiato. E quel che c’è di bello da vedere e comprendere lo capiremo tra un po’.

    • mi son quasi commosso. ben detto, Salvatore. e soprattutto, ben scritto.

  • “O, forse, siamo nel bel mezzo del cambiamento, e tutto è di già cambiato. E quel che c’è di bello da vedere e comprendere lo capiremo tra un po’.” … credo che tutte e tre le proposizioni siano vere :
    Siamo sempre nel bel mezzo del cambiamento.
    Tutto e’ sempre già cambiato, in ogni istante, perché ogni singolo cambiamento rende il “tutto” irrimediabilmente “cambiato” rispetto al “prima” .
    Ci vuole sempre “un po’ ” per “vedere” e “comprendere” che c’e’ di bello in un cambiamento (che quando avviene, magari inconsciamente, da’ un po’ fastidio perché ci costringe ad affrontare il “nuovo”) … persino chi il “nuovo” lo produce, ci mette un po’ a capirlo…