Che fine hai fatto, avanguardia?

Da tempo le teorie più radicali hanno superato il muro dei confini estetici e politici entro cui agivano. Cosa c’è di più assurdo che vedere le teorie più ribelli prodotte intorno al ’68 – Deleuze, Guattari, Debord – far parte dei programmi dell’OTRI – Operational Theory Reserch Institute, guidata da due generali di brigata israeliani in congedo?

Militari israeliani a Hebron

Il programma dell’OTRI – Operational Theory Reserch Institute, obbligatorio per gli ufficiali di alto rango, prevede la conoscenza approfondita della psicogeografia di Debord e delle nozioni di “spazio liscio” e “spazio striato” di Deleuze e Guattari.
La psicogeografia di Debord applicata sul campo è utilizzata nelle operazioni di guerriglia urbana nei territori palestinesi, feroce destino per un’idea che è stata a lato di tutti i movimenti di rivolta in Europa. Il caos urbano delle enclave palestinesi è affrontato col caos della psicogeografia urbana, che nell’ottica di Debord mirava a sovvertire gli spazi del potere. Le recenti guerre in Iraq e in Afghanistan sono state condotte dai marines con un manuale di “dottrina operativa” che è un riassunto delle tesi di Deleuze e Guattari rovesciate in chiave militare, che è stato ripreso dall’Otri.
Lo spazio striato delle città – spazio del potere, delle istituzioni, ma anche spazio della rappresentazione artistica in quanto griglia semiotica col suo sedimentarismo spaziale – è attraversato con la logica nomadica dello “sciame”, cioè facendo breccia nei quartieri, abbattendo pareti con esplosivi, squarciando muri interni delle case a colpi di martello fisso e utilizzando questi varchi per muoversi e agire di sorpresa. Lo spazio liscio, nomade, lo spazio del contatto immediato (la performance), che ha alimentato parte dell’arte contemporanea, migra nelle azioni militari, per trasformarsi in feroce “macchina da guerra”, a dispetto di Deleuze e Guattari, che questa “macchina” l’hanno teorizzata.

La società dello spettacolo in versione cinematografica

Stessa sorte atroce delle teorie di Debord, il cui pensiero bandito dalle università di tutto il mondo (nel 1977 Andreotti lo espulse dall’Italia con un decreto) entra a pieno titolo nelle devastanti operazioni militari degli israeliani. Deterritorializzazione estetica, sostituzione del campo d’azione teorico: ecco la strategia operativa che l’arte e la filosofia subiscono sotto l’avanguardia militare.
Da tempo si discuteva che fine avesse fatto l’avanguardia in epoca “postmoderna”, l’epoca che ha livellato tutto. Sta nelle trincee liquide delle guerre di colonizzazione e predazione.

Marcello Faletra

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #3

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Marcello Faletra
Critico d'arte, artista, saggista. Fin dagli Anni Settanta è stato attivo con iniziative culturali e di controinformazione col collettivo Radio Aut, creata da Peppino Impastato e Salvo Vitale e con la Comune di Terrasini fondata da Carlo Silvestro. Nel 1977 si trasferisce a Roma, dove partecipa attivamente ai movimenti di protesta. Negli Anni Ottanta e Novanta vive tra Napoli, Roma e Milano, dove svolge un’intensa attività artistica, partecipando a numerose mostre di pittura e fotografia. In seguito abbandona la pittura per dedicarsi con continuità alla filosofia e alle teorie dell’arte contemporanea. Numerosi saggi e articoli sono apparsi in riviste specializzate e in cataloghi di mostre e pubblicazioni collettanee. È stato animatore e redattore di Cyberzone, rivista di arte, filosofia e nuove tecnologie. Tra le sue ultime pubblicazioni: "Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell'arte contemporanea" (Solfanelli) e "Graffiti. Poetiche della rivolta" (Postmedia Books). Attualmente insegna Estetica dei New Media e Fenomenologia dell'Immagine all'Accademia di Belle Arti di Palermo.
  • Frieze Issue 99 May 2006

    “The Art of War

    The Israeli Defence Forces have been heavily influenced by contemporary philosophy, highlighting the fact that there is considerable overlap among theoretical texts deemed essential by military academies and architectural schools ”

    http://www.frieze.com/issue/article/the_art_of_war/

  • Giovanni

    Avanguardia, termine ambiguo: in termini militari, dai quali è stato preso in prestito, risulta essere la definizione di un particolare settore delle truppe.
    In termini artistici sappiamo che coincide l’inizio della modernità. Bollito oliva e La sua furba invenzione sono serve del pop americano. Ricombinazione non è libertà ma fissismo, economia di mercato del mezzo di produzione. Chiedete a marchiori cos’è L’avanguardia… Ha ha ricordate che l’algoritmo, gli sacchi, l’astronomia e il monoteismo sono nati in Persia. A quei tempi in medio oriente mangiavano la pizza di fango.

  • gisella

    con una decina di anni se ne accorto anche Marcello Faletra!

  • 1b

    quelle ormai sono teorie vintage, la vera avanguardia chimica è questa —> http://www.iljournal.it/2011/u-s-ogni-80min-si-suicida-un-veterano/274825

    • 1b

      beveroni di psicofarmaci atti a sviluppare psicosi, perdita estrema di identità, pensieri omicidi di smembramenti di corpi ma soprattutto suicidi (basta leggersi le controindicazioni di un qualunque antidepressivo, anche se solitamente alle truppe danno psicofarmaci non ancora in commercio proprio per testare nuove sostanze appena sintetizzate) . le teorie citate nell’articolo con una bombetta atomica ben assestata si smembrano facilmente (in iraq del resto sono già state usate armi segrete atomiche a scoppio ritardato nel sottosuolo, senza contare quelle all’uranio impoverito che sono la norma), anzi volendo fanno un po’ ridere per la loro innocenza http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&view=article&id=73856:non-salvare-il-soldato-needahm&catid=83:free&Itemid=100021

  • marcello faletra

    Rispondo alla “signora Gisella”. Che si chiami cosi o in un altro modo non ha importanza…perché appartiene a un certo genere di risposte nichiliste.
    Dal tono liquidatorio della sua risposta sembra che lei sia molto informata sui fatti e soprattutto sul mio passato per arrivare a dire “con una decina d’anni se ne accorto anche marcello faletra”.
    E’ un bene per i palestinesi trovare una sensibilità in tal senso, meno per una causa che approda in un blog che in genere si occupa prevalentemente d’arte e non di questioni geopolitiche così scottanti, e che per questo andrebbero alimentate più che aggirate con banali battute rivolte alla persona facendo passare la questione in secondo piano. Come se si trattasse di fare una gara di solidarietà o di informazione o qualcosa di simile.
    Evidentemente non pratichiamo le stesse fonti di controinformazione, perché per la verità già nel 2001 avevo scritto un testo dal titolo “Se questo è un popolo: la mattanza dei palestinesi” pubblicato in Cyberzone e successivamente ripreso in diversi siti di controinformazione fra cui Rekombinant curato da Bifo e da Matteo Pasquinelli. E altri ne ho pubblicati successivamente. Inoltre con i rappresentanti della comunità palestinese di Palermo, lungo tutti questi anni, abbiamo fatto diverse manifestazioni in cui ho coinvolto fra gli altri Moni Ovadia.
    Giacché la misconoscenza genera spesso battute infelici, comunico alla “signora Gisella” che già nel Settantasette da radio Aut di Terrasini (la radio fondata da Peppino Impastato e Salvo Vitale a da altri amici del circolo Musica e Cultura) mi occupavo di controinformazione e sulla questione palestinese dedicai alcuni editoriali.
    Se dovessi prendere alla lettera la battuta della signora Gisella che parla “di una decina d’anni”, sembrerebbe che il problema per lei sia sorto dieci anni fa. Non so cosa la signora Gisella facesse fino a questa blanda risposta e cosa ha fatto per la causa dei palestinesi (ammetto la mia ignoranza nei suoi confronti). (Il blog a volte è una macchine infelice).
    E in ogni caso ammesso pure che qualcuno stesse prendendo coscienza del problema oggi qual è la questione che genera battute fuori luogo come la sua?
    Questo è un modo non per conoscere il problema ma per affossarlo semplicemente denigrando senza argomentare e soprattutto senza conoscere.
    Per quanto riguarda il mio articolo, breve purtroppo, perché lo spazio dell’editoriale non consente ulteriori specificazioni, vedo che è stato postato il link di Frieze dove un articolo di Eyal Weizman, parla della tecnica dello “sciame” praticato dall’esercito israeliano a Gaza. Ed è lo stesso autore da cui ho avuto informazioni che mi sono servite per l’articolo che originariamente era di 4 pagine, ridotto a mezza per ovvie ragioni editoriali.
    Weizman è una delle fonti del mio breve articolo, (assieme Michel Warshawski e Ilan Pappe) che mette a fuoco non tanto il problema secolare dei palestinesi – la “Nabka” – e cioè l’equivalente della Shoah per gli ebrei, quanto la mutata strategia di guerriglia degli oppressori che arriva a servirsi pure di alcuni dispositivi teorici pur di liquidare un popolo. Era questo che volevo sottolineare. Vale a dire il fatto che una certa idea di avanguardia oggi è stata ripresa (come lo fu nell’Ottocento al tempo di Saint-Simon, il primo ad usare questo termine) dalle strutture militari.

    (Per chiudere: è mai possibile che per dire qualcosa in un blog senza essere banalmente liquidato occorre sfoderare un curriculum? Ci sono questioni dove questo fare a gara è davvero pietoso. Forse qui si scambia il sistema dell’arte fatto di concorrenza e di quotazioni con le questioni sociali, molto più profonde, perché tutto viene vanificato da un modo di fare che non significa altro che: “chi sei tu per dire questo?” che non è altro che una procedura di esclusione o come disse un giorno Foucault a un giornalista il piccolo fascista che alberga nel linguaggio e negli atteggiamenti e che stranamente fa capolino colonizzando la comunicazione, cioè deviandola verso la gara, la battuta goliardica, ecc.).
    Ma spero che non sia cosi.

    • 1b

      sì ma il punto è che su questo sito anche i commenti on topic non rivolti alle persone (oppure rivolti alle persone rimanendo in tema) vengono censurati di brutto . “Se questo è un popolo: la mattanza dei palestinesi” è un libro contro i palestinesi per caso? dal titolo un po’ ambiguo sembrerebbe di sì .

  • marcello faletra

    Assolutamente, si tratta di un articolo dove affronto la questione dell’identità e della pulizia etnica praticata dall’amministrazione israeliana ai danni dei palestinesi.
    Il titolo riprende il ben noto libro di Primo Levi “Se questo è un uomo”, rovesciandone la prospettiva, vale a dire che oggi ad essere sacrificati, (la “mattanza” appunto) sono i palestinesi.

    • Faletra se ha letto quel libro saprà sicuramente che le zone cosidette grigie riguardano anche la condotta delle “vittime’.

      • SAVINO MARSEGLIA (artista)

        Caro Lorenzo, in effetti hai ragione, non esiste la buona o male condotta che in rapporto alla coscienza individuale degli uomini che sono vittime e carnefici..

        • Savino é superfluo che ti dica la stima che porto con sincerità alla tua persona ma lascia che ti dica perché ci tengo, che sei uno dei pochi qui dentro che mi ha sempre capito e senza nessun pregiudizio, perché non sono artista oppure professore , uomo di cultura, esperto e chi più ne ha più ne metta.
          A nos bidere Savi’.

  • marcello faletra

    La “zona grigia” è un capitolo centrale de “I sommersi e i salvati”, e Levi fornisce un’analisi esauriente che non si può riassumere in una generica affermazione. Le “persone grigie” per Levi sono le persone ambigue pronte al compromesso. Un caso estremo di complicità era rappresentato per Levi dalle squadre del Sonderkommando, cioè coloro che sotto tortura avrebbero dovuto fare il lavoro sporco delle camere a gas. E’ sufficiente rileggersi lo stesso Levi.
    Invito però a esplicitare le affermazioni, cioè ad argomentarle, altrimenti si resta sul un livello che rasenta lo slogan, su questione che per ovvie ragioni meritano maggiori chiarimenti.
    Perchè da come è posta la questione da parte di Lorenzo Marras sembrerebbe che gli israeliani deportano ma i palestinesi se lo cercano. Se è cosi, ma forse ho capito male però la frase di Marras lo lascia intendere o fraintendere, allora ho altre posizioni sulla questione ebreo-palestinese. Su questo possiamo confrontarci, ma argomentando.

    • Faletra , vivaddio é lei che fa menzione di Levi e del suo libro come paradigma a sostegno delle sue argomentazioni, in cui da una parte stanno i cattivi o coloro che infliggono sofferenze e dalle altra le vittime che subiscono, dunque buoni.
      È uno schema che può soddisfare chi ha interesse a sviluppare una teoria definitiva a favore di una parte e non è preoccupato da quelle zone grigie oppure se preferisce, opacità, che riguardano ogni singolo.
      Zone grigie in Se questo é in uomo , vengono alla luce, seppure non esplicitate dall’ autore. Lo possiamo ricavare indirettamente , tuttavia, quando nell ambito della questione capitale riguardante il problema sopravvivenza, Levi fa quattro nomi:
      Schepschel , Alfred, Elias ed Henri.
      In ognuno di costoro, viene tracciata una impietosa sequela di atti tutti tesi ad assicurarsi l agognata salvezza (a danno ovviamente di altri).
      Per carità quando le ho parlato di zona grigia non avevo la benché minima intenzione nonché volizione a riferirlo ad una Condanna .
      Volevo semmai significarle che NON È a partire da un identità che si può stabilire che cosa è giusto e cosa non Lo sia. Che cosa sia bene e cosa non Lo sia. Chi ha la ragione e chi ne sia sprovvisto.
      Le sfumature che stanno sempre intorno ad ogni questione sono numerosissime e non riguardano solo chi ha una identità.
      Scrivere di Amministrazione Israeliana non significa scrivere di Israele così come scrivere di Hamas, dei palestinesi.
      Sorvolo sulle conclusioni a cui lei è giunto , in merito alla mia affermazione succinta e non argomentata perché NON mi appartengono.

  • Valeria Carnevali

    Amo Artribune quando si riferisce alla realtà del mondo e non solo a quella dell’arte, e questo articolo (troppo breve) è un eccellente punto di partenza per approfondire, grazie anche alle repliche di Faletra. Il pezzo non va comunque letto come un articolo sul conflitto israelo-palestinese, ma come riflessione sull’attuale utilizzo improprio (post-postmoderno) degli autori citati, per cui molti commenti mi sembrano fuori luogo, o per lo meno adatti ad altre sedi, a siti di altro genere. In ogni caso, è bene considerare aspetti di una “questione geopolitca” da un punto di vista, quello culturale, spesso trascurato. E per questo trovo che Artribune sia la sede giusta, spero di veder pubblicati spesso articoli di questo genere.

  • marcello faletra

    Ma io nel mio intervento non parlo affatto e soprattutto non associo i palestinesi ad Hamas, cosi come non parlo di “ebrei” nello loro stratificata storia, e non li riduco alla sola identità dello stato ebraico. Da ebreo conosco perfettamente queste dinamiche (e soprattutto la storia). Se io parlo di “A”, poi accade che qualcuno, come nel suo caso ti appioppa anche “B”, e cosi via, dando per scontato qualcosa che il mio intervento non contemplava. Non capisco da dove il signor Marras estrae questa riduzione di cui mi si vuole ad ogni costo autore, per poi argomentare cose che non ho mai detto ne scritto come questa: “Volevo semmai significarle che NON È a partire da un identità che si può stabilire che cosa è giusto e cosa non Lo sia”. Se parlo di amministrazione israeliana è perchè non riduco tutti gli israeliani alla Likud, il partito di destra che governa da diversi anni, con tutte le conseguenze che sappiamo. Forse non tutti sanno che l’opposizione israeliana è stata smantellata, ridotta all’impotenza, le università sono sotto la diretta osservazione dei rabbinati incalzati dagli Haredim – la frangia più estrema dei sionisti, gli ultraortodossi – , mentre alcuni giornalisti sono stati costretti ad andare via da israele. Anche il mondo dello spettacolo ha subito un repulisti tale da costringere la più importante cantante israeliana la Yorkoni a non avere più commissioni se non all’estero. Una situazione analoga si è verificata tra i palestinesi, dove non tutti seguono Hamas. Questo vedere ad ogni costo nel mio intervento “Buoni” e Cattivi” , secondo un’ottica manichea, appartiene più alla sua immaginazione, perché a rileggerlo, il mio intervento, è evidente che affronto ben altre questioni.
    Tuttavia se la questione si sposta sul piano di una presunta identità dei due popoli allora le cose si fanno più complesse. In effetti la questione israelo-palestinesesi tocca altri termini che qui semplicemente sfioro.
    I sionisti israeliani attualmente al governo incarnano effettivamente gli insegnamenti della grande tradizione ebraica? Il principio rabbinico secondo il quale i “giusti” di tutte le nazioni partecipano al mondo futuro, non esprime semplicemente un’idea escatologica, ma incarna l’idea che tutte le diversità possano ritrovarsi facendo del rispetto dell’Altro il Principio Etico di ogni nazione. E l’idea di un popolo “eletto” non va storpiato in un cieco e rabbioso diritto di prelazione sulla Palestina. Piuttosto come diceva il rabbino Nachman e più recentemente prima di morire il grande filosofo ebreo Emmanuel Lévinas, esso indica che l'”elezione” è la coscienza straordinaria del fatto non di essere privilegiati nei diritti, ma nei doveri: si è “eletti” verso gli altri. Un dottore della Toràh ha detto: “chi ama la moltitudine ha il raccolto”. Il grande insegnamento della tradizione talmudica – l’infinità dell’altro, l’alterità irriducibile all’Essere, il nomadismo dell’identità – è stata da Sharon e dai suoi successori rovesciato nella feroce difesa di un’identità riconducibile a una specie di “etnia” ebraica. Certo, possono esserci delle identità culturali, politiche, linguistiche, ma le etnie? Dall’antropologia sappiamo che le etnie sono un costrutto ideologico, una credenza basata sulla differenza biologica. La categoria della “razza” fonda la sua esistenza sulla mistica del legame di sangue che sancirebbe il criterio dell’autenticità di un gruppo o di un popolo. Ma: esiste un popolo “autentico”? Oggi, lo sappiamo bene, la parola etnico, con la sua patina esoterica e turistica serve ad occultare l’ideologia razziale.
    I sionisti (cioè coloro che perseguono un progetto politico) – dunque non “gli ebrei” – dal punto di vista politico si sono fatti imprenditori dell’etnicità ebraica, e lo perseguono con ogni mezzo.
    Chiunque attraversa le strade delle città israeliane può individuare scritte, manifesti, graffiti che inneggiano alla distruzione degli arabi. Ecco alcuni segni:
    “La Giordania è lo stato palestinese – Trasferimento subito” (centinaia di manifesti sull’autostrada).
    “Espellere il nemico arabo” (manifesto)
    “Annientare gli arabi” (manifesti)
    O noi o loro” (manifesti)
    “Morte agli arabi”(graffiti)
    “No ai media ostili” (autoadesivo)
    “Compro solo dagli ebrei” (manifesti)
    “La pace è una catastrofe, vogliamo la guerra” (autoadesivo)
    “No alla Palestina” (graffiti)
    “Niente gente di sinistra niente attentati” (graffiti)
    “Shoah per gli arabi” (scritta sull’autostrada per Gerusalemme) .
    I segni s’impossessano dello spazio visivo pubblico ratificando la rappresentazione dell’altro come nemico da eliminare. Colonizzano l’immaginario costituendo una scenografia “naturale” dell’odio. L’affermazione: “La pace non è all’ordine del giorno per i prossimi cent’anni” di Sharon, è diventata uno slogan presso gli ambienti della destra israeliana, e appartiene allo stesso ordine di espressioni che circolavano presso i cristianissimi Hutu in Ruanda, quando dicevano “andiamo a lavorare”, che voleva dire “andiamo ad ammazzare i Tutsi”.
    E’ sul piano dell’immagine e del linguaggio che si costruisce uno degli aspetti più tragici del massacro dei palestinesi. Questa mobilitazione generale all’odio, alla deportazione e all’espulsione dei palestinesi, è stata costruita in oltre quarant’anni. C’è un altro aspetto da considerare. Ogni massacro si fa perché si è certi dell’impunità. I Turchi lo hanno fatto con gli armeni all’inizio del secolo scorso, e ci sono riusciti. I nazisti con gli ebrei, e ci sono riusciti. Gli americani impiegando armi chimiche (napalm) e non hanno avuto conseguenze. Questa certezza tira in ballo la responsabilità delle democrazie occidentali che hanno permesso che Israele commettesse crimini efferati. La nostra angoscia non è l’angoscia di chi non sa se la propria vita o quella dei propri figli durerà ancora un giorno. Lo stesso linguaggio non può sostituirsi a ciò che si prova davanti ai propri figli spappolati dalle bombe. Il massacro decreta, in un certo senso, anche la fine del linguaggio.

    • 16

      – Il grande insegnamento della tradizione talmudica – l’infinità dell’altro, l’alterità irriducibile all’Essere, il nomadismo dell’identità – è stata da Sharon e dai suoi successori rovesciato nella feroce difesa di un’identità riconducibile a una specie di “etnia” ebraica. –

      a me non risulta che il talmud dica questo, nemmeno lontanamente, non è un manifesto universale anzi è molto concentrato sull’identità ebraica per usare un eufemismo . forse tratta in parte il nomadismo dell’identità (prestando molta attenzione alle regole per una incontaminazione del giudaismo da parte della società gentile) . ma del resto non mi va nemmeno di approfondire troppo perchè mi sono rotto di essere censurato da gente ignorante .

      • E perché mai allora Abramo viene chiamato Padre di popoli anziché padre di uno solo, popolo?

  • LorenzoMarras

    Faletra, non ha compreso . Non mi passerebbe mai per la testa pensare che gli Israliani deportano e i palestinesi subiscano. tanto è vero che ho distinto Amministrazione o meglio Governo dello Stato di Israele e sua politica da Israliani e specularmente ho fatto menzione anche di Hamas (si tranquilizzi dalla mia aggiunta, non è a Lei imputabile).
    Noi due scriviamo le stesse cose ma non è possibile incontrarsi. Forse non abbiamo letto bene Levinas riguardo la verita’ che l’altro è un legame a cui non possiamo mancare.
    Non sapevo che fosse un Italiano di origine Ebraica. Sono d’accordo interamente con i contenuti del suo ultimo intervento che considero anche miei.

  • marcello faletra

    L’equivoco può essere un buon punto partenza per un dialogo. Rispetto chi ha sempre il coraggio di firmare le proprie idee. Tutto Il contrario di provocatori che a volte infognano la comunicazione dei blog nascondendosi dietro fittizie sigle per provocare o trasformare un problema in una carnevalata. E che allo stesso tempo riducono le enormi potenzialità di un forum in una discarica di imbecillità e di provocazioni nello stile del fascismo mediatico dei reality show. La codardia non ha limiti. Si scambia un forum virtuale per un asilo infantile dove ciascuno rivendica il diritto di dire qualsiasi cosa, indipendentemente dalla cosa in questione e dal contesto, tanto non si sa chi dice quelle cose o fa quelle provocazioni, insomma non si assume le sue responsabilità. E’ facile, da vigliacchi. E’ una specie di mafia della comunicazione , dove da un lato si cerca di essere corretti, mentre da parte di imbecilli si fa di tutto per provocare o per fare della goliardia. E’ per questo che in molte realtà virtuali i forum falliscono.
    Per quanto riguarda la risposta di Lorenzo Marras, dispiace anche a me per gli equivoci. Evidentemente a volte si danno per scontate cose che non lo sono affatto. L’uso del linguaggio nei forum meriterebbe una maggiore attenzione. Per quanto riguarda Lévinas, che ho conosciuto a Napoli nel 1985, dove abitavo, e col quale ho avuto une breve corrispondenza in quegli anni, alla domanda che gli feci circa la questione israelo-palestinese, mi disse che era un problema di fronte al quale provava un grande imbarazzo. Ma che non aveva dubbi per un dialogo e per un riconoscimento reciproco.

    • 16

      io rispetto chi in un forum è in grado di sostenere un dialogo, cosa che tu chiaramente non sai fare in modo civile a quanto sembra dalle tue offese scomposte ultramaleducate e dalla censura spinta a cui sottoponi i commenti . oltretutto se parli di me sarebbe una mossa intelligente cliccare il tastino rispondi, non sta bene ed è molto codardo lanciare offese insinuanti al vento no? i forum falliscono solo quando ci sono oltranzisti isterici che si mettono a bannare chiunque non sia in linea con il proprio pensiero mainstream limitato di comodo, ricordatelo . ciao comunista oltranzista fondamentalista integralista affannosamente vintage .

  • Angelov

    “Traité de nomadologie: La machine de guerre,” in Mille Plateaux, Paris, Editions de Minuit. Ecco una delle fonti dell’articolo, bersaglio di così selvagge divagazioni. Si parla anche dei Sommergibili Nucleari, la cui rotta non è mai stabilita a priori ma,(favorita dalla grande autonomia dovuta alla fonte di energia utilizzata, che non richiede frequenti soste), rotta che viene di volta in volta modificata via radio dalla Base, per rendere il sommergibile stesso irrintracciabile da eventuali nemici. Questa tecnica di Aleatorietà, con altri esempi, viene proposta come un’influenza di quella componente Nomade che caratterizza culture non occidentali. Nel saggio si tratta anche della differenza tra la Spada diritta occidentale e la Scimitarra araba, curva; differenza che esprime due tipi diversi di Strategia dello Spazio. Il saggio è stato scritto negli anni ottanta, all’inizio di quei movimenti migratori che ancor oggi vediamo, e di cui ne presagiva il realizzarsi. Si stratta di uno studio sulla Nomadologia, ed è questo il concetto base del libro, che nessuno di quelli che hanno riempito questa pagina ha probabilmente letto. Lo lessi molti anni fa’ e lo trovai veramente straordinario.

    • marcello faletra

      Il bel libro di Deleuze e Guattari l’ho letto già appena uscito nel 1980′ quando fu pubblicato in Francia per le edizioni Minuit. In Italia verrà tradotto molto tempo dopo dall’Istituto delle enciclopedia Italiana nel 1987.
      Ma alcuni estratti li conoscevo già da trascrizioni di un ciclo di lezioni risalenti al 1971. il corso si tenne a Vincennes. E le lezioni costiituirono le fondamente di quelle che poi sarebbero dicventate sia “L’anti-edipo”, sia il “Mille plateaux”, dove appunto vi è un capitolo dedicato alla nomadologia. Ma nell’articolo il centro non è Mille Plateaux con la sua teoria dello spazio liscio e striato ma l’uso che ne fanno i militari. E’ evidente che ini 2200 battute – spazio dell’articolo – non vi è spazio per tutte le opportune citazioni, riferimenti, eccetera. Le lezioncine sulle fonti o si fanno bene o si evitano, se non si è opportunamente informati. Perchè spostano l’argomento su un altro terreno che è quella fretta di far sapere agli altri che non saprebbero nulla e cose de genere. Ho già detto in un post precedente quali sono state le mia fonto relativamentea l’uso delle teorie di Debord e di Deleuze e Guattari. Dunque, ripeto, le fonti non della teorie ma dell’uso strumentale di essa.

      • Angelov

        Se i militari Israeliani hanno letto anche questo libro per affinare le proprie tecniche di Difesa; avranno anche letto Guerra e Pace, ed il libro Just and Unjust Wars, molto famoso a suo tempo. Ben per loro. I Mussulmani invece vanno sempre all’attacco con solo il Corano. Ben per loro. Il compito di un Intellettuale, secondo me, non è quello di buttarsi come uno Sciacallo su tutto ciò che gli permette di mettere se stesso in evidenza. Mi hai accusato di non essere abbastanza informato? Sono un esperto di Scacchi e per anni sono stato, in gioventù, anche Schermidore. In fatto di Strategie la mia conoscenza non è solo teorica.

  • LorenzoMarras

    L’articolo anche nella premessa , è chiaro nei suoi rimandi.
    E tra l’altro anche quanto mai attuale in altri contesti, specialmente in quello specifico che si dibatte sempre in questo spazio (quello delle arti visive).

    Vorrei sottolineare un particolare che è questo : Tutti i poteri USANO.
    USANO ogni cosa per mantenersi, incluse e sopratutto le teorie atte se non a neutralizzarlo , a renderlo EVIDENTE .
    Ricordo che il testo la Societa’ dello spettacolo è quello maggiormente letto dagli operatori dello spettacolo, ovvero di coloro che per paradosso ne sono indicati come i manovali esecutori, di prima fascia, piu’ fedeli.
    Sembra di assistere ad una sorta di fabbricazione di un vaccino dove uno dei componenti dello stesso è il veleno che si deve combattere e per farlo lo si circoscrive e profila adeguatamente affinche’ non produca nessuna conseguenza.
    Ecco perche’ se è vero che le strategie di potere si affinano sempre piu’, quelle che Vi si oppongono debbono modificare ed adattare le proprie strategie.
    Disertare, in silenzio, in punta di piedi.

    • marcello faletra

      Le osservazioni di Marras sono pertinenti, nel senso che rilanciano uno spazio di discussione nell’ambito delle strategie di assoggettamento, oggi cosi liquide, rispetto a cui nessuna teoria è indenne o sufficientemente vaccinata per sottrarsi all’uso strumentale di essa. Cosi come c’è in atto una guerra delle immagini – in cui certa produzione artistica è coinvolta, spesso inconsapevolmente – allo stesso modo vi è una guerra delle teorie. Nel senso che a volte anche quelle teorie nate per sovvertire sistemi e convenzioni si trovano ad essere utilizzate dalla parte del potere stesso a proprio vantaggio. E’ un destino crudele. Si tratta allora di andare oltre quelle teorie e, pur trovando ispirazione da esse, tuttavia occorre volta per volta approdare a nuove costellazioni teoriche in grado di sottrarsi all’irreggimentazione non solo accademica (questo è in genere il primo passo), ma anche a quella del potere strategico. Ora nell’ambito delle recenti guerre degli ultimi dieci anni – giusto per darci un limite temporale – quello che è accaduto nei sistemi militari americani e israeliani è proprio un “aggiornamento” strategico dei piani operativi, che si avvalgono delle strategie di guerriglia urbane nate in sudamerica negli anni Cinquanta e Sessanta in contrapposizione ai regimi dittatoriali e successivamente esportate in Europa durante gli anni delle contestazioni. Dunque una genealogia che meriterebbe maggiori approfondimenti. Giustamente Eyal Weizman (direttore del Centre for Research Architecture al Goldsmith College di Londra – ma israeliano d’origine) fa notare che “in campo militare la guerriglia urbana è la forma di guerra postmoderna per eccellenza”, a cui si aggiungono, come mi ha detto Michel Warschawki, la sorveglianza ottica (la piattaforma aereo-spia), che consente un apparato per la produzione di immagini da vivisezionare in funzione degli attacchi. A questi si aggiunge la strategia della mimetizzazione tipica della guerriglia, vale a dire l’inserimento nel territorio “nemico” di figure che operano dall’interno, spesso queste persone sono mercenari del luogo, indistinguibile per lingua e condizioni antropologiche.
      Ma queste sono solo alcune delle strategie di guerriglia impiegate. Il fatto è che proprio queste strategie esemplificano nella loro portata operativa l’idea di “visione macchinina” che già nei primi anni Settanta elaborava Felix Guattari in tutt’altro contesto e con scopi ben diversi, e che confluiranno nel lavoro in comune con Deleuze sia nel loro “Anti-Edipo”, sia nel lavoro successivo “Mille-Plateaux”. Ne “La révolution moléculaire” pubblicato in Francia dalle Edition Recherches, Fontenay-sous-Bois nel 1977, Guattari parlava di macchine concrete, vale a dire di semiotiche miste che si servono sia dei processi diagrammatici sia dei processi di rappresentazione (entrambi, nota Guattari, fanno parte di effetti di ridondanza). Ora dice ancora Guattari “nei sistemi capitalistici, fondati sulle stratificazioni significanti e su quelle di soggettivizzazione, nessun potere potrebbe essere instaurato indipendentemente da queste macchine di voltità”. Ecco un punto, fra gli altri, estremamente significativo per dire quanto questa concezione macchinina del potere sia stata presa in seria considerazione dalle strategie militari, studiata a fondo e messa concretamente in opera. Per il potere si tratta di chiudere tutte le potenzialità che le micro-comunità – in questo caso palestinesi – hanno per sfuggire alla sorveglianza ottico-militare. Si tratta di riconvertire un processo semiotico aperto in uno chiuso, e per far questo devono da un lato “deterritorializzare” le enclave palestinesi, generare un contro-spazio o un “non-luogo” (come direbbe Marc Augé), sono i campi profughi, sprovvisti di tutto e dove si muore per poco; dall’altro “riterritorializzano” i quartieri palestinesi con sistemi di controllo e di recinsione non soltanto materiale – l’esercito – ma con sistemi opto-elettronici che rivelano il calore emesso dai corpi, dove è difficile non esser individuati.
      Questo doppio sistema semiotico, che rivoluziona la vecchia strategia di guerriglia (legata soltanto alla sorpresa, ma sprovvista di controllo opto-elettronico e di altri sistemi analoghi) è costantemente modificata in funzione delle forme inedite che assume il conflitto. E’ per questo che i militari fanno largo uso della nozione di “non-linearità”, anch’essa presa dal vocabolario di Deleuze e Guattari, ma supportata dalla teoria della deriva di Debord, dove nel suo articolo pubblicato nell’”Internazionale situazionista” (n° 19 del 1958) parlava di ”tecnica di passaggio veloce attraverso svariati ambienti”. Ma se nell’articolo di Debord questo rapido passaggio era in funzione di un comportamento “ludico-costruttivo”, nei piani operativi dell’OTRI è rovesciato, vale a dire è distruttivo.
      Taglio dell’acqua, della luce, blocco degli alimenti e dei medicinali, disintegrazione della popolazione che viene suddivisa in piccole unità in modo da poterle controllarle meglio, ecc. ecc.

      • Angelov

        Caro Faletra, scusa la mia approssimazione. Le mie conoscenze ed esperienze mi hanno portato ad allontanarmi molto dai presupposti culturali occidentali. Ammetto che i miei interventi tradiscano una certa mancanza di articolazione. Ma le tue repliche sono improntate a vera professionalità.

        • marcello faletra

          Signor “Angelov” la sua onesta intellettuale è ammirevole, e risalta se posta nel marasma di arroganze e “approssimazioni”, come lei dice. La ringrazio per la sua testimonianza.