Gianfranco Gallucci e la Polaroid. Con l’iPhone, però

Quando i fotografi non temono la tecnologia. In dialogo con Gianfranco Gallucci, che è stato folgorato sulla via di Roma. Ma senza cedere alla classicità. La sua indagine, infatti, gioca tutta su una app.

Gianfranco Gallucci, ROMApolaroids

Come è nato il progetto ROMApolaroids?
Mi sono trasferito a Roma nel 2010, il lavoro è iniziato nella primavera del 2011, quando sono arrivato qui ho iniziato subito a scattare. Roma è una città “tanta”, sotto tutti i punti di vista, con le sue bellezze storiche, architettoniche, paesaggistiche, e poi il turismo, il caos, il traffico, i suoi numerosi problemi, i disagi, la gente che vive per strada e così via, dunque mi sono sentito assalire da tutta questa abbondanza di stimoli visivi. Da un punto di vista concettuale-contenutistico credo che il progetto, sì, sia iniziato dopo un anno e mezzo che ero qui, però è come se fosse iniziato quando sono arrivato a Roma nel 2010. Nel senso che non è iniziato quando ho iniziato a scattare. Quando si fa un progetto, si inizia a scattare prima di tutto nella mente, le foto le vedi prima, e la foto in sé è solo la sintesi di ciò che avevi visto prima. È la messa in opera, l’oggettivazione di quello che hai dentro.
Ho risentito di tutto ciò che ho visto più volte, assimilato nel corso dei mesi, e che avevo anche fotografato con altre macchine, però è confluito poi a livello di scelta di uno strumento idoneo di cui fare un utilizzo sistematico, per raccontare tutta questa eterogeneità. Credo sia stato il frutto di un processo di metabolizzazione proprio della mia interazione con la città, di tutto ciò che ho visto e che mi ha colpito.

In quale momento hai davvero iniziato a scattare, pensando al progetto?
Ho iniziato per caso a scattare attraversando la città, in tutte le situazioni quotidiane, lo facevo per me, come una sorta di diario visivo, sfruttando la praticità dell’iPhone. Il telefono è diventato niente più che una macchina fotografica che mi permetteva di scattare senza farmi vedere. In molte situazioni ho potuto lavorare in modo libero, con quella libertà che solo questo mezzo e non altri (come la polaroid analogica) mi avrebbero permesso.
Ho realizzato quello che stava succedendo man mano che salvavo il materiale: c’era un’operazione concreta alle spalle, ho capito che stavo raccontando questa città in tutte le sue sfumature, e ho deciso di continuare, sempre mantenendo la stessa spontaneità, senza mai decidere prima quello che avrei fotografato, aspettando che fossero le cose, le situazioni, i luoghi, le persone, quindi la città stessa a raccontarsi e ho continuato a “registrarle” con una coscienza diversa, un approccio che era lo stesso ma che possedeva una consapevolezza diversa.
La complessità di questo lavoro sta nell’ostinazione che mi ha spinto a continuare per un anno e mezzo a fotografare la città fino alla nausea, fino a esaurire per me la sua capacità narrativa.

Gianfranco Gallucci, ROMApolaroids
Gianfranco Gallucci, ROMApolaroids

In che modo hai realizzato delle polaroid tramite iPhone?
Ho utilizzato un’applicazione per iPhone, del marchio Polaroids stesso, che non fa altro che scattare polaroid digitali, ovvero fotografie con lo stesso tipo di esposizione, lo stesso tipo di sviluppo,  anche se digitale, di cui ho fatto stampare soltanto una copia e senza postproduzione alcuna, proprio per mantenere l’originale unicità delle polaroid. Ho utilizzato il telefono come se fosse una macchina fotografica. Non ci sono differenze con la polaroid analogica in termini di approccio: credo che ciò che conta realmente non sia mai lo strumento che si utilizza, la qualità della macchina, ma chi c’è dietro, l’occhio, il cuore, la propria istintività. La macchina è un mezzo, uno strumento per raccontare quello che hai da dire.

Qual è la tua metodologia di lavoro? Emerge una forma indiretta con la quale ti rapporti al soggetto, ovvero sembra che tu sparisca dietro l’obiettivo, rispetto ad altri tuoi lavori…
Non so se si può parlare di una vera e propria metodologia di lavoro. Ho iniziato a scattare e il materiale raccolto via via mi ha rivelato cosa stavo facendo. Ho continuato con la stessa spontaneità e istintività a raccogliere frammenti visivi, esplosi, di questa città, colta nella mia e nella sua quotidianità. La cosa più interessante è stata l’interazione che ho avuto con lei, che non conoscevo, quasi in un lungo processo di corteggiamento amoroso reciproco, di cui forse questo diario visivo rappresenta la testimonianza.

Molti grandi autori si sono confrontati con l’utilizzo della polaroid, da Andy Warhol a Nobuyoshi Araki, passando Maurizio Galimberti e Luigi Ghirri, senza tralasciare Helmut Newton, Jeanloup Sieff e altri…Ti sei ispirato a qualcuno in particolare?
No, conosco le polaroids di Araki, Galimberti, Ghirri e altri, ma stranamente la “corrente” polaroid non mi ha mai interessato direttamente, come genere fotografico a sé. Per quanto le polaroid siano oggetti particolari, restano comunque fotografie come le altre, e quindi piuttosto mi ha influenzato la produzione di alcuni autori, il loro approccio, affini più di altri forse a questo progetto, come Ghirri, ma sempre in modo inconscio. Credo che l’influenza da parte di altri autori debba fluire indirettamente nel proprio lavoro in modo sempre un po’ inconsapevole, senza soffermarvisi troppo.

Gianfranco Gallucci, ROMApolaroids
Gianfranco Gallucci, ROMApolaroids

Scorrendo le polaroid, senza un ordine preciso, ho rivisto tanti frammenti della mia vita qui a Roma, ho rivissuto alcune esperienze, e secondo me questa è la grandissima forza del tuo lavoro. Sei riuscito nel tuo scopo?
Penso di esservi riuscito nel momento in cui ho sentito delle persone raccontarmi che questi singoli frammenti si ricomponevano nel loro immaginario personale e soggettivo. Nonostante il fine fosse l’esigenza di metabolizzare e raccontare la città, mi fa piacere scoprire che il progetto sia riuscito a emergere dalla sua dimensione soggettiva per estendersi a una riconoscibilità di senso comune, dove chi guarda si sente coinvolto direttamente da una serie di stimoli che comunque gli appartengono.

Progetti in corso?
Lavoro principalmente come fotografo documentarista, quindi mi occupo anche di altre tematiche e con un approccio del tutto diverso nei confronti del soggetto, rispetto al lavoro di cui sopra. Attualmente comunque sto cercando di realizzare un libro di ROMApolaroids e sto cercando un editore interessato a pubblicarlo.
Nel frattempo sto ultimando un progetto documentaristico sul tema dell’immigrazione a Roma, iniziato nel 2010. L’anno scorso ho realizzato un progetto di documentazione sulla Circonvallazione Nomentana e le aree limitrofe, commissionato dalla Galleria Gallerati e dal quale è stata selezionata una fotografia per la collettiva sul tema delle infrastrutture nel mondo, che si è conclusa a febbraio presso la Triennale di Milano. In questo periodo inoltre mi sto dedicando a dei nuovi progetti, personali e collettivi che ho già in cantiere da tempo e sto editando vecchi lavori che vorrei vedessero la luce presto.

Serena Silvestrini

www.gianfrancogallucci.com

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Serena Silvestrini
Serena Silvestrini è da sempre appassionata d’arte. Fin da bambina si divertiva a sfogliare i grandi volumi di Argan di sua zia, leggendo con curiosità di movimenti e correnti artistiche e ponendo continuamente domande su artisti e singole opere. Gli studi universitari in storia dell’arte contemporanea all’Università La Sapienza di Roma sono dunque stati la logica prosecuzione del suo percorso, arricchito da 6 mesi di studio in Francia presso l’Université Paris 1 Panthéon – Sorbonne e culminato nella Laurea Magistrale conseguita con lode nel 2011. Nel 2011/12 ha poi frequentato l’annuale LUISS Master of Art. Con il tempo le varie esperienze formative e professionali l’hanno portata a scoprire e coltivare la predilezione per la fotografia, alla quale si dedica attraverso la curatela di mostre e numerose collaborazioni con gallerie e istituzioni romane. È una delle fondatrici del progetto almost CURATORS.