Dopo le mostre al China World Art Museum di Pechino, all’Ermitage di San Pietroburgo e al Vittoriano di Roma, l’antologica su Giovanni Boldini giunge nelle Sale delle Arti della Reggia di Venaria. Fino al 28 gennaio sarà possibile osservare 115 opere del pittore ferrarese e di altri artisti a lui contemporanei, tra cui Giuseppe De Nittis, Telemaco Signorini e Federigo Zandomeneghi. L’esposizione vanta la collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia, che ha concesso alcuni film d’epoca, e con la Fondazione Arte Nova, che ha prestato mobili e oggetti in stile Liberty floreale.

La mostra antologica dedicata a Giovanni Boldini (Ferrara, 1842 – Parigi, 1931) e proveniente dal Vittoriano di Roma ha un impianto cronologico. Grazie ad esso ricostruisce il cammino artistico del geniale maestro italo-francese, articolandolo in quattro sezioni. Per ognuna abbiamo scelto un’opera.

 

Giovanni Boldini, Ritratto del padre Antonio Boldini, 1867, olio su tela, 65x53cm, collezione privata, Ferrara
Giovanni Boldini, Ritratto del padre Antonio Boldini, 1867, olio su tela, 65x53cm, collezione privata, Ferrara

IL SOGGIORNO A FIRENZE. POETICHE E VERISMO DELLA LUCE MACCHIAIOLA

Dopo essersi trasferito a Firenze nel 1846, il pittore ferrarese poté respirare l’aria di rinnovamento culturale dell’allora prossima capitale del Regno d’Italia; le sue indubbie qualità entrarono in contatto con gli agguerriti macchiaioli, liberandolo dai convenzionalismi della raffigurazione tardo-romantica a favore di una resa verosimile e vitale del soggetto, data dal fascino chiaroscurale del tratto.
La prima sala regala al visitatore una delle opere più commoventi della collezione: è il Ritratto di Antonio Boldini (1867), padre dell’artista. Rappresenta un addio allo stile “didascalico” a favore di un’evoluzione definitiva – il ductus fluido della pennellata, la vibrante ariosità e l’effetto sprezzantemente neosecentesco sono le nuove peculiarità. Un legame necessario, quello con la pittura macchiaiola, intransigente e rigorosa nel fraseggio di luci e ombre: il padre, pittore di una certa fama a Ferrara, fu per lui un capofamiglia e un maestro, aiutandolo a consolidare le proprie idee sull’arte antica. Il forte legame di rivalità, orgoglio e gratitudine non ha motivo di essere spiegato: le pennellate dello sfondo, della barba e del cappotto parlano da sé.

Giovanni Boldini, La contessa de Rasty coricata,1876, pastello su seta applicata su carta, 44,5x116,5cm, collezione privata
Giovanni Boldini, La contessa de Rasty coricata,1876, pastello su seta applicata su carta, 44,5×116,5cm, collezione privata

I PRIMI ANNI DI PARIGI. L’AMORE PER BERTHE, IL GALLERISTA GOUPIL E LA CONTESSA DE RASTY

Il giovane Boldini si trasferì a Parigi nel 1871 e si affidò al titolare di una celebre maison d’arte in costante ascesa grazie alle sue scelte artistiche à la mode, Adolphe Goupil, con il cui aiuto “era impossibile essere sconosciuti”. In questi anni il pittore ferrarese iniziò a ritrarre sistematicamente le donne, la sua dolce e disincantata ossessione estetica: donne nei salotti e sulle panchine; donne austere, fiere davanti alla vorticosa, febbrile e devozionale tela.
Tra le opere dei primi anni parigini vi sono Berthe che legge una dedica su un ventaglio (1878), ritratto della modella Berthe, con cui ebbe una relazione durata più di dieci anni, e La contessa de Rasty coricata (1880), ritratto della moglie del Conte Constantin de Rasty, Gabrielle, amante di Boldini.
Non ancora femme fatale, la contessa è raffigurata in un’atmosfera di intimità, senza messa in posa: colpiscono, oltre all’uso del pastello e all’originale inquadratura mossa che rimandano a Degas, la rapidità di esecuzione e la maniera sottile dei tratti neri che ospitano le modulazioni di ombre e colori luminosi. La Rasty si distingue per l’espressione leggermente ironica e desistita: Boldini sposò così la maestria degli antichi con lo sguardo, eccitato e consapevole, dei tempi suoi contemporanei.

Giovanni Boldini, Ritratto di signora in bianco con guanti e ventaglio, 1889, collezione privata
Giovanni Boldini, Ritratto di signora in bianco con guanti e ventaglio, 1889, collezione privata

UNO STILE DESTINATO AL SUCCESSO. IL PITTORE DELLA VITA CONTEMPORANEA

Artista sempre attento a captare ogni segnale della Storia, Boldini era affascinato dai nuovi riti urbani e dal mito del progresso: in quadri come Corse a Longchamp (1890) sembra anticipare il Futurismo per la velocità d’esecuzione e allo stesso tempo caratterizza la figura umana, definendola e delineandola.
Nel tumulto sociale del cambiamento, la donna, di contro, viene sottratta alla quotidianità per essere sublimata in una condizione di divinità terrena basata sulla bellezza. In Ritratto di signora in bianco con guanti e ventaglio del 1889, infatti, Boldini non imita il reale, ma aggiunge vita alla vita. Il pastello della misteriosa donna, altera ed elegantissima nel suo abito bianco, è l’immagine della “femminilità suprema”, pudica, elegante e irresistibile. Il nuovo modello divenne quello delle “divine” (definizione, si dice, coniata dallo stesso pittore), immortalate in letteratura da D’Annunzio; figure vitali, tanto carnali e reali quanto ideali e trasfigurate, che segnarono, nell’arte come nella società, tutta la prima metà del Novecento.

Giovanni Boldini, Ritratto di Mademoiselle De Nemidoff, 1908, olio su tela, 232x122cm, collezione privata
Giovanni Boldini, Ritratto di Mademoiselle De Nemidoff, 1908, olio su tela, 232x122cm, collezione privata

IL FASCINO BELLE ÉPOQUE. SENSUALITÀ E MAGIA DEL RITRATTO FEMMINILE

Il Novecento consacrò Boldini tra gli artisti più celebri a livello internazionale; la sua fama venne sancita dalla mostra di New York del 1897, che lo vide all’apice del successo. Le “divine” di Boldini vennero descritte dal poeta ed esteta Robert de Montesquiou come “le Sfingi dell’atelier, il cui enigma modula, in cento tele, le due frizzanti parole: Modernità, Pariginismo”. I nuovi abiti luccicanti, il divertimento salottiero e l’idea di spensieratezza sono il simbolo della Belle Époque; le visioni folgoranti risaltano l’emancipazione della donna, finalmente consapevole della sua capacità espressiva.
Uno straordinario esempio è il Ritratto di Mademoiselle De Nemidoff (1908): l’opera rivela sia la personalità forte e volitiva, sia la capacità d’introspezione psicologica tipica di Boldini; fasciata nel lungo abito nero che risalta le nude spalle bianche, la famosa cantante dell’Opéra di Parigi è ritratta in una posa serpentina e ammiccante. Infine lo sguardo, celebrazione ipnotica di “emanazioni di calore, tremori, contraddizioni” che si confondono con i desideri stessi dell’autore. Tuttavia, nella nevrosi della guerra mondiale, lo sfaldarsi di tutti i principi racchiusi nelle opere boldiniane definiscono una distanza ormai incolmabile con l’atmosfera privilegiata ai margini di un ulteriore mutamento, suggerendo il segno di un’imminente decadenza.

– Federica Maria Giallombardo

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Federica Maria Giallombardo
Federica Maria Giallombardo nasce nel 1993. Consegue il diploma presso il Liceo Scientifico Tradizionale “A. Avogadro” (2012) e partecipa agli stage presso l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Biella (2009-2012). Frequenta la Facoltà di Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Torino, laureandosi nel 2016 con una tesi di ricerca di Filologia Italiana sull’epistolario di Vittorio Alfieri. Partecipa come relatrice alla X edizione della Scuola di Alta Formazione “Cattedra Vittorio Alfieri” nel settembre 2016. Collabora con la Fondazione Centro Studi Alfieriani e con Palazzo Alfieri. È associata alla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze. Scrive recensioni per la webzine «OUTsiders». In occasione di Artissima 2016, partecipa al progetto “Ekphrasis 21”. Collabora con diversi artisti, tra cui Giuseppe Palmisano, Massimo Brunello e Stefania Fersini, dei quali cura il portfolio e i comunicati stampa.