Robert Wilson sulla strada della semplicità. Fra Lione e Milano

Il regista statunitense sceglie la leggerezza per “Zinnias”, il suo nuovo spettacolo che ha aperto le “Nuits de Fourvière” a Lione. Un musical che racconta la vita di Clementine Hunter, raccoglitrice di cotone, domestica e soprattutto pittrice.

Sul palcoscenico per "Zinnias" di Robert Wilson, foto Hervé

Per il suo nuovo spettacolo Zinnias, che ha aperto l’edizione 2014 del festival Nuits de Fourvière di Lione, Robert Wilson (Waco, 1941) ha scelto la semplicità. Il che non vuol dire minimalismo, tutt’altro, ma una stilizzazione che si mette al servizio della storia e del tema trattato. Unico tratto marcato sono i tipici colori wilsoniani che caratterizzano gli sfondi e i vestiti degli attori-cantanti: non un vezzo, bensì l’efficace segno distintivo di uno spettacolo che, nel narrare una storia, corteggia l’astrazione.
Zinnias è la biografia in forma di teatro musicale di Clementine Hunter (1886-1988), dapprima raccoglitrice di cotone nei campi della Louisiana e poi domestica tuttofare nella proprietà di una donna bianca che vi accoglie scrittori, pittori e poeti. Qui si scopre per caso il talento di pittrice di Clementine (le zinnie del titolo sono il suo soggetto preferito): arriverà a esporre nei musei americani senza poter presenziare alle inaugurazioni a causa della segregazione razziale. Una storia che coinvolge personalmente Wilson, che da bambino conobbe Clementine Hunter.
La performance degli attori è di primissimo livello, tra qualche dialogo e molti brani danzati e cantati: per la musica, un blues attualizzato al contemporaneo, Wilson si è affidato come già in passato a Bernice Johnson Reagon. Il tono leggero e speranzoso che caratterizza lo spettacolo è chiaramente una scelta consapevole: anziché indugiare nel tragico, si sceglie di tratteggiare lampi di speranza e di riscatto, simboleggiati dalla riuscita nel campo della pittura. Com’è ovvio, tale scelta costituisce anche un problema, perché fa correre il rischio di essere irrispettosi verso temi di fondamentale importanza e gravità come la schiavitù e la segregazione. Ma proprio la stilizzazione e l’astrazione cui si accennava danno estrema grazia all’operazione, e il rischio si può dire sventato.

Una scena da "Zinnias" di Robert Wilson © Stephanie Berger
Una scena da “Zinnias” di Robert Wilson © Stephanie Berger

A proposito di astrazione, una delle scene più riuscite è quella in cui la padrona della tenuta di Melrose e i suoi ospiti chiamano incessantemente Clementine per chiederle dei servizi. Il nome di Clementine, cantato anziché pronunciato, diventa un vocalizzo astratto, simbolico e significativo come le parti dialogate.
Siamo lontani anni luce, dunque, dalla “pesantezza” che caratterizza ad esempio i video di Wilson. Se in essi si sfiora pericolosamente il kitsch, in Zinnias la leggerezza è il carattere distintivo. Una leggerezza che però non toglie niente al piacere e che cela un grande dispiego di mezzi, con dispositivi scenografici spettacolari e l’alternanza vorticosa di scene sempre rinnovate. Senza contare la scenografia fornita dal luogo che ha accolto lo spettacolo, l’anfiteatro romano sulla collina con vista mozzafiato dell’intera città.
Dopo l’apertura con Wilson, le Nuits de Fourvière – tra i festival più importanti di Francia – continuano fino al 2 agosto. L’ottimo programma prevede star della musica leggera (Etienne Daho, Vanessa Paradis, Stromae, Elton John, Portishead), musica colta, teatro, danza e arti circensi.
Dal 12 al 21 giugno Wilson sarà protagonista anche a Milano. Al Teatro dell’Arte viene infatti proiettato il film di Giada Colagrande che racconta le prove e la tournée dello spettacolo Bob Wilson’s Life and death of Marina Abramovic, biografia sui generis della performer scritta e diretta dal regista statunitense.

Stefano Castelli

www.nuitsdefourviere.com
www.triennale.it/it/teatro

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.