Il suono contemporaneo visto da New York

Il MoMA ospita, fino a novembre, la prima mostra interamente dedicata a opere di Sound Art. Con l’obiettivo – fra l’altro – di riportare l’ascolto a una dimensione collettiva. Dunque, bando agli auricolari.

Hong-Kai Wang, Still from Music While We Work (2011) Courtesy the artist

La domanda su quale ruolo ricopre lo studio del suono nella ricerca artistica contemporanea è solo uno degli spunti di riflessione che la mostra Soundings: A Contemporary Score, realizzata dal MoMA, cerca di sviluppare. L’evento newyorchese si propone come il primo del suo genere: le curatrici Barbara London e Leora Morinis hanno selezionato le opere di sedici artisti provenienti da tutto il mondo, accomunate da una ricerca sul suono inteso sia come vibrazione fisica quanto come elemento meno tangibile, capace di toccare l’animo dello spettatore con modalità nuove e non banali.
La cosiddetta Sound Art, difatti, dopo aver compiuto i primi passi con gli esperimenti degli Anni Sessanta, ha conosciuto un notevole sviluppo solo negli ultimi anni, grazie soprattutto alle possibilità offerte dalla crescente disponibilità di strumenti tecnologici potenti quanto poco dispendiosi, che ha permesso a un numero via via più importante di artisti di iniziare a compiere ricerche sulla creazione e la percezione delle onde sonore. In un’età come la nostra, in cui l’ascoltatore è spinto ad avere esperienze sonore private, limitato dalle cuffie auricolari dei propri dispositivi portatili, questa mostra sembra andare controtendenza, offrendo ai visitatori momenti di ascolto collettivo: un genere di esperienza già al centro degli riflessioni suggerite dall’evento italiano Helicotrema, la cui seconda edizione è andata in scena pochi mesi fa a Roma.

Sergei Tcherepninm, Motor-Matter Bench (2013) Image courtesy of Murray Guy, New York. Photo by Fabiana Viso
Sergei Tcherepninm, Motor-Matter Bench (2013) Image courtesy of Murray Guy, New York. Photo by Fabiana Viso

Alcuni dei lavori esposti negli spazi del museo newyorchese sperimentano con i sensi degli spettatori: è il caso, ad esempio, di Motor-Matter Bench (2013) di Sergei Tcherepnin, in cui una panca in legno della metropolitana è stata trasformata in un gigantesco altoparlante. Quando il visitatore ci si siede, la musica viene suonata attraverso il legno della panchina e, di conseguenza, il corpo dello spettatore stesso, diventato a tutti gli effetti parte dell’installazione.
Un altro esempio in questo senso è Microtonal Wall (2011) di Tristan Perich, installata in modo che gli spettatori la possano vedere all’inizio del percorso espositivo: 1.500 altoparlanti di piccole dimensioni, ognuno dei quali programmato per suonare una sola frequenza microtonale, sono stati allineati su una parete creando un vero e proprio muro sonoro che dà la possibilità allo spettatore di esplorare lo spazio con la sua sola percezione uditiva. Se questi, infatti, osserva il lavoro da una distanza ragguardevole, può percepire solo il cosiddetto suono bianco, ma se avvicina l’orecchio a un singolo altoparlante può ascoltarne la singola frequenza.
Molte delle opere presenti prendono in esame il field recording, una modalità di registrazione dei suoni naturali di un determinato ambiente. AION (2006) del danese Jacob Kirkegaard è un lavoro basato su I Am Sitting in a Room (1969) di Alvin Lucier, in cui il compositore americano ripeteva innumerevoli volte una frase: Kirkegaard ha posizionato dispositivi per la registrazione del suono in quattro impianti nucleari abbandonati vicino Chernobyl, registrandone gli innaturali silenzi. L’opera della norvegese Jana Winderen, Ultrafield (2013), offre invece ai visitatori l’esperienza di percepire realtà sonore non avvertibili naturalmente dagli esseri umani: l’artista ha registrato gli ultrasuoni prodotti da certe specie di pipistrelli, pesci e insetti marini per poi modificarli in modo che qualunque orecchio possa percepirli.

Marco Fusinato, Mass Black Implosion (Shaar, Iannis Xenakis) (2012) Courtesy the artist and Anna Schwartz Gallery, Melbourne & Sydney
Marco Fusinato, Mass Black Implosion (Shaar, Iannis Xenakis) (2012) Courtesy the artist and Anna Schwartz Gallery, Melbourne & Sydney

Diversi importanti aspetti riguardanti il suono, inteso come elemento teorico ancor prima che meramente fisico, sono affrontati da numerosi altri lavori esposti. L’australiano Marco Fusinato, ad esempio, ha realizzato Mass Black Implosion (Iannis Xenakis, Shaar) (2012), una serie di cinque disegni in cui ha scelto una singola nota di una pagina di uno spartito musicale come punto focale, per poi collegarla attraverso linee con tutte le altre note presenti sul foglio, suggerendo l’intima connessione tra gli elementi minimi della scala tonale. Il tedesco Carsten Nicolai, invece, partecipa all’evento con Wellenwanne Lfo (2000-2012), un’opera che dimostra l’impossibilità di raggiungere il silenzio più assoluto sfruttando i principi dell’ottica e dell’acustica. Una composizione di suoni con frequenze molto basse, non percepibili naturalmente dall’orecchio umano, è trasmessa nella superficie di una pozza d’acqua, che la avverte grazie alle variazioni della pressione dell’aria. Ogni suono crea continuamente cerchi concentrici sulla superficie della pozza, rendendo visibile ciò che altrimenti resterebbe segreto alla nostra percezione.
Un evento come questo si configura come un momento speciale per la ricerca artistica contemporanea che si occupa prettamente del suono: la vetrina che le offre è di primo piano e le permette di presentarsi a un pubblico eterogeneo, composto tanto da addetti ai lavori quanto da visitatori variamente interessati all’arte contemporanea, pronti a esplorare un genere artistico relativamente fresco che sembra aver raggiunto, finalmente, la piena maturità.

Filippo Lorenzin

New York // fino al 3 novembre 2013
Soundings: A Contemporary Score
a cura di Barbara London e Leora Morinis
MoMA
11 West at 53 Street
www.moma.org

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Filippo Lorenzin
Filippo Lorenzin è un critico d’arte contemporanea e curatore indipendente. Si interessa principalmente del rapporto tra arte, tecnologia e società, seguendo un percorso in cui confluiscono discipline come l’antropologia, la psicologia e la storia. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Venezia e allo Iuav, sviluppando un interesse nelle ricerche artistiche che si confrontano con le problematiche derivanti dalle modalità di interazione tra individui, contesti culturali e strumenti. Ha realizzato numerosi studi riguardanti il rapporto tra arte contemporanea, Internet e pubblico online, affrontando casi come il crowdfunding e le mostre d’arte virtuali. Affascinato dal confronto diretto, predilige la forma dell’intervista in quanto occasione per discutere e imparare.
  • effe

    “L’evento newyorchese si propone come il primo del suo genere”.. Filippo Lorenzin, dove ha vissuto negli ultimi 30 anni? ma si informa prima di scrivere un articolo? la prima mostra sul suono nell’arte (allora il temine ‘sound art’ ancora non si usava) la fece René Block a Berlino nel 1980, e da allora ne sono state fatte, in musei e spazi privati, a centinaia. Mostre come questa del MoMa, che arrivano ultimissime, non possono che mettere in luce gli aspetti più manieristici di un fenomeno ormai logoro, e la presenza del solito Carsten Nicolai (molto noto per le sue collaborazioni con Sakamoto, è tutto dire..) è sintomatica: in una truppa di sconosciuti o quasi (almeno al grande pubblico) si mette la star del ‘glitch’ – insieme all’altro onnipresente nei musei USA, il debolissimo Vitiello – per attirare un po’ di attenzione, come specchietto per le allodole, che è poi la prassi solita del MoMa, un museo davvero molto sopravvalutato, perché tutto quello che succede a New York deve essere per forza ‘cool’..
    Mi spiace dirlo, ma questo articolo fa della pura disinformazione.