Immagini e parole. Sulla mostra Ennesima e oltre

Ancora una decina a di giorni per vedere una delle mostre più discusse della stagione, allestita alla Triennale di Milano e curata da Vincenzo de Bellis. Qui ne parla Michele Dantini.

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Ennesima - veduta della mostra presso La Triennale di Milano, 2015

Ennesima – veduta della mostra presso La Triennale di Milano, 2015

IDENTITÀ ITALIANA
Ennesima pone un problema critico-storiografico di cui è sensato discutere. Tuttavia credo che non riesca del tutto a definirlo. Provo a spiegare perché.
Il problema è quello dell’identità artistica italiana, o meglio: del rapporto tra “locale” e “globale”. L’arte italiana più recente ha una sua identità? E quanto al futuro: come rinnovare un’eredità senza disperderla, prendendo parte a un dialogo sovranazionale?

COSA CI DICE DE DOMINICIS
Alcune immagini sostengono l’esposizione più di altre, a mo’ di colonne portanti. Non mi riferisco al Fabro di apertura, furbo e un po’ fastidioso, e neppure al mirabile grande telero di Mario Merz, giustamente issato sulla parete maggiore. Mi riferisco invece a Con titolo (1984) di De Dominicis, il grande disegno a pastello e carboncino su tavola che ci attende appartato nella sua saletta. Questa è l’immagine attorno a cui, non saprei dire quanto intenzionalmente, ruota tutto il resto.
Dedichiamo dunque a Con titolo una descrizione attenta: cosa tutt’altro che inappropriata in una mostra che si interroga sulle difficoltà dell’arte di “scrivere” immagini, e dunque anche di scrivere di immagini.
Considerata in generale, Con titolo è un’allegoria dell’arte, una sorta di dialogo figurato con Muse e Predecessori Illustri. Quali? I prioritari, i prediletti. In primo luogo Picasso. Già la tecnica monocroma adottata qui da De Dominicis rinvia a stampe e disegni picassiani, piccoli fogli su cui si staglia l’“idea”. Mi riferisco in particolare ai bianchi e neri che l’artista spagnolo dedica, in distinti momenti della sua attività, al tema dell’artista in studio. In atelier, ci racconta Picasso, al riparo dal frastuono circostante, in una sorta di inviolato tempio d’amore, l’Artista avvia quel misterioso processo di trasformazione della “vita” o della Natura che dà origine alla “forma”. In concreto: trasforma il corpo della Modella e Musa in un quadro o in una scultura. La storia d’amore tra Raffaello e la Fornarina diviene, per il tardo Picasso, occasione di una procace riflessione sul rapporto tra arte ed erotismo. Ecco allora che lo stato di ben visibile eccitazione del Pittore di De Dominicis rinvia appunto all’itifallico Raffaello portato in scena  da Picasso. L’arte, ribadisce (sin troppo) macho-patriarcale De Dominicis, si nutre di passione e desiderio. Non di programmi.

Ennesima, veduta della mostra presso La Triennale di Milano, 2015

Ennesima, veduta della mostra presso La Triennale di Milano, 2015

OLTRE PICASSO, LEGGENDO CARRÀ
Ricapitoliamo. In Con titolo abbiamo il Pittore, alter ego metafisico di De Dominicis; la Musa e una statua, l’idoletto visibile in basso a sinistra. Il Pittore contempla la statua con palese senso di autogratificazione. La Musa alle sue spalle lo accompagna nel processo creativo e gli suggerisce l’”idea”, la pura “forma” impressa nell’argilla (o nella pietra).
Tutto chiaro dunque? No. Stiamo ancora descrivendo in modo generico. Rispetto a Picasso, De Dominicis introduce una variazione cruciale: una variazione per così dire identitaria. La Musa dell’artista spagnolo, archetipica e sovranazionale, diviene adesso l’Italia turrita, giovane donna con il capo cinto dalla corona muraria. Alle spalle del Pittore e della Musa troviamo sì la veduta di una città “sumera”, ma solo sulla destra. A sinistra si erge invece una torre: rimando a una tradizione iconografica che distingue l’immagine di città nella pittura italiana delle origini e rinvia alla leggenda entre-deux-guerres dell’artista-costruttore. La scena metafisica di Con titolo ha dunque luogo non in una qualsiasi antichità pre-omerica, ma in Italia.
Con titolo è una sorta di vessillo, di guerreggiante bandiera. Anche l’idoletto in basso a sinistra è connotato in senso storico e geografico: ha apparenze innegabilmente giottesche – la treccia spessa, il volto di tre quarti, il profilo marcatamente lineare. Per di più il disegno delle mani intrecciate in grembo, arabescante in fogge singolarmente ombelicali, termina in una Croce. Vogliamo credere che simili dettagli siano semplicemente casuali? De Dominicis reinterpreta il tema picassiano dello “studio” o dell’”artista in studio” in chiave di “partito preso” neotradizionalista. È la fedeltà a una determinata ideologia dell’opera e dell’artista a conferire ai suoi occhi “titolo”. La “forma” di cui l’artista va in cerca, la “forma” definitiva, numinosa, perenne è da cercare à rebours, controcorrente, in un dialogo fitto di intese sapienziali con i grandi “primitivi” italiani tre-quattrocenteschi. Questa convinzione non è bizzarra né isolata: è la stessa che Carrà aveva formulato in celebri saggi del periodo metafisico, come La parlata su Giotto.

IL GRANDE MENTORE GIONI
Perché ho scelto di dedicare tanta attenzione a Con titolo? Semplice, perché Ennesima ne accoglie in parte l’eredità, proponendosi di sfidare da punti di vista “ultratradizionali” determinate prescrizioni correnti – la citazione è da De Bellis, curatore della mostra, nel saggio in catalogo. Poi però esita tremula tra punto di vista identitario e internazionalismo mainstream venendo progressivamente meno a una persuasiva capacità di scelta.
Introdotto come Grande Mentore nel catalogo, Gioni appare vistosamente in conflitto con la tradizione italiana dell’immagine di culto, sul presupposto della sua minore “esportabilità” [sic]. Ma come si conciliano appartenenza e globish? Chi sa. Forse non si conciliano affatto. Considerate dal punto di vista dei Giganti boscaiuoli di Merz o del Pittore disperatamente itifallico di De Dominicis, le affermazioni di Gioni illustrano nel modo più plastico il contrasto tra la volontà di resistenza dell’artista e il mimetico conformismo del curatore in stile globish. Ennesima avrebbe potuto aiutarci (e aiutare soprattutto i giovani artisti, critici e curatori in formazione) a riconoscere un determinato dilemma geopolitico-culturale; e contribuire allo scioglimento di sanguinosi aut aut. Questo invece non avviene. Il dissenso rimane implicito e l’occasione prende la futile piega di un ritrovo tra amici.

Ennesima, veduta della mostra presso La Triennale di Milano, 2015

Ennesima, veduta della mostra presso La Triennale di Milano, 2015

ENNESIMA EKPHRASIS
Come già accennato, la mostra trae il proprio nome da un’installazione a parete di Paolini. Un’installazione in apparenza molto semplice: sette disegni a matita dello stesso formato che simulano (tutti, tranne l’ultimo) una grafia corsiva. Ogni disegno, tranne il primo e l’ultimo, si suddivide in riquadri, via via più piccoli e numerosi. Ogni riquadro accoglie l’immaginaria descrizione di opere che né vediamo né conosciamo. Il sottotitolo dell’Ennesima paoliniana è: “appunti per la descrizione di sette tele datate 1973”. Il senso dell’installazione è da cercare non in un qualsiasi relativismo (o “agnosticismo”) relativo al linguaggio verbale o alle pratiche interpretative o storiografiche, al contrario. Ennesima è una riflessione sulle responsabilità della parola.
Al suo livello più superficiale, la serie di disegni costituisce una satira della critica contemporanea, verbosa e ideologica. Rinvia inoltre, in modo ambivalente, alle tesi sulla “critica acritica” che Celant aveva appena formulato (ne scrivo qui). A un livello più profondo Ennesima è un invito al silenzio che precede la parola. Non qualsiasi “parola”, ma solo la parola critica, chiamata a corrispondere all’immagine che ci si propone di “descrivere” e interpretare. Come nasce questa parola? Nel suddividersi sempre di nuovo al proprio interno, i singoli riquadri obbligano le “descrizioni” a farsi progressivamente più stringate e laconiche. La penultima descrizione accoglie una sola parola, primordiale, onnicomprensiva. L’ultima descrizione non prevede più parole, ma solo un metaforico “vuoto”.
La perspicacia dell’interprete, suggerisce Paolini, discende da un atteggiamento di partecipe contemplazione che permette di cogliere e completare le “intenzioni” dell’artista, restituendole in un diverso linguaggio. Tatto, acutezza, dono metaforico: come non vedere, per così dire in controluce, il tratto inconfondibile delle “descrizioni” di Roberto Longhi? Nel misurarsi con le difficoltà della “traduzione” da visivo a verbale, Paolini rende un riservato omaggio al più potente critico ecfrastico della storia dell’arte del Novecento.

Michele Dantini

Milano // fino al 6 marzo 2016
Ennesima
a cura di Vincenzo De Bellis
Catalogo Mousse
LA TRIENNALE
Viale Alemagna 6
02 724341
[email protected]
www.triennale.it

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/47243/ennesima-una-mostra-di-sette-mostre-sullarte-italiana/

Articolo pubblicato in versione ridotta su Artribune Magazine #29

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  • Sburflaio

    Bisogna dire che il dibattito sortito dagli articoli (e forse ancora di più dai commenti fuori dai denti ai piedi degli stessi) di Artribune ha sortito i suoi effetti. Spiazzata , “flash art” nell’ultimo numero fa il quarto grado al curatore proponendogli le stesse varie obiezioni comparse da queste parti. Ma conoscendo il direttore e i suoi zelanti accoliti, l’occasione era ghiotta per attaccare la concorrenza stampata vicina all’organizzazione di Ennesima. Se Politi e compagni fossero sempre così in forma la loro rivista sarebbe più leggibile ma allo stesso tempo pensiamo che dovrebbero però essere severi altrettanto con molte sciocchezze che continuano a pubblicare.

    Quanto al discorso di Dantini , come altri impegolato con il discorso della risposta nazionale ai meccanismi omologanti della contrapposizione , diremo che il silenzio e l’abissio del tempo non sono connotati nazionali

    • Sburflaio

      Errata corrige , penultima riga: globalizzazione non contrapposizione

      • Michele Dantini

        Non sono certo di essere personalmente “impegolato”. Lo era senz’altro De Dominicis “assiro” ;)

        • Tronti :)

          Va beh, ” impegolato” era buffo.
          Per il resto ho scritto senza occhiali . Comunque anche a leggere altri tuoi testi questa cosa dell’identità italiana ritorna spesso e ci si fa l’idea che in buona parte anche tu difendi questo senso di appartenenza o ti ci riconosci.
          Ma una nazione è anche una storia, e per la storia dell’arte uno stratificarsi di immagini diverse tra di loro magari provenienti da scuole talvolta contrapposte. Tra l’altro il nostro è un paese frammentato da sempre e si direbbe che uno dei suoi tratti comuni sia un certo scetticismo riguardo l’unità in cui riconoscersi, con tutti comportamenti stigmatizzabili o meno che ne conseguono. Quindi Pulcinella e furbastri o opportunisti piuttosto che cittadini . L’artista italiano che negli anni passati ha avuto più successo, Maurizio Cattelan, bene rappresenta quest’attitudine per cui tutti i contenuti sono in realtà strumentali . Ti dirò che al di là di alcune trovate ben centrate però il Maurizio non mi piace molto. Ma ti dirò anche che il Maestro del Trionfo della Morte a Pisa è bellissimo anche se è “impegolato” in stilemi superati da Giotto e giotteschi, Quindi per fortuna che c’è la varietà :) e per fortuna che c’è chi va controcorrente.
          Ovviamente in un artista italiano colto dal punto di vista visivo (razza in estinzione mi pare) è possibile rinvenire sapori e aromi difficilmente percepibili e ricostruibili nell’ambito più semplificato, se non rudimentale, della circolazione internazionale, che spesso ha periodi di riferimento con archi temporali pure più ristretti. E un’artista americano ovviamente non ha memoria di un proprio 1300 o 1400 di riferimento. Ma non sono sicuro che la ricchezza del nostro bagaglio visivo sia un’identità nazionale o un’anima perchè mi convince poco quest’idea di un primordiale unitario precedente all’opera : mi sa di Idealismo.
          E come dici anche tu ci sono infatti anche i sumeri :) .
          E gli egiziani? Entrambi stravaganti per Hegel, infatti.
          Diversi anni fa, già in clima di semplificazione, lessi il corroborante libro sul “momento egizio” di Perniola dove si difendeva una certa idea di complessità dell’opera:
          ricordo che tempo dopo mi capitò di leggere anche Hal Foster, in uno dei suoi momenti meno brillanti, che accusava il nostro conterraneo di cercare attardato “l’anima” solo perchè non si accontentava di messaggi facilmente leggibili. Ovviamente io sono dalla parte di Perniola in questo caso ma direi che sto pure dalla parte degli indiani contro i cowboys perchè anche l’America in realtà è abbastanza varia e il mondo di Hal Foster non è tutta l’America.

          • Michele Dantini

            Sì bella e perduta. Il punto di vista può essere – il mio in parte è – diasporico (penso, che so, a Said, o a Walzer). E non solo perché banalmente si è vissuto altrove, si parlano le lingue e ci si è formati anche fuori dall’Italia. Ma perché esiste un problema di “fedeltá” per un artista o un intellettuale. Tanto più quando, come nel caso italiano, la “nazione culturale” non solo non coincide, ma tout court confligge con la “nazione politica”. “Impegolato” in modo intimamente dibattuto e dialettico, dunque.

          • Tronti

            Ok

          • E meno male che è frammentato, il male è che non siamo coscienti di questo, di questa identità frammentaria. Mi domando, non per scomodare il solito esempio classico e datato, cosa sarebbe Pasolini, allievo tra l’altro di Roberto Longhi che già questo è tutto un programma, se fosse vissuto per esempio in Germania, avrebbe avuto forse la stessa varietà e abbondanza di elementi storici, antropologici, iconologici da cui ispirarsi ?. Sicuramente no, invece l’uomo italico deve guardare sempre fuori o meglio deve imitare ciò che succede fuori dal contesto nazionale così da trasformarsi immancabilmente nell’americano o nel cinese di turno.

  • Direttocomeunostarnuto

    Basta.
    Ennesima e tutto il suo carrozzone ci ha veramente rotto la mineeeecciu’!!

  • Whitehouse Blog

    Ecco come Massimiliano Gioni definisce l’arte italiana nel 2002 nel catalogo Exit di una mostra collettiva ultra-comprensiva di giovani artisti italiani (curata da Francesco Bonami presso la Fondazione Re Rebaudengo):
    “ l’Italia e l’arte italiana sembrano condannate a perdere su ogni fronte: non siamo più abbastanza esotici- e allora ecco che di volta in volta si scoprono l’arte cinese ,thailandese, messicana e scandinava-, ma non siamo nemmeno abbastanza professionali o cinici da poter competere con L’America, la Svizzera, l’Inghilterra, la Francia e la Germania”.

    • Whitehouse Blog

      Ed ecco che “funzionano” artisti come Danh Vo, abbastanza esotici e cinici. Ma serve quindi esotismo e cinismo per dare valore alle opere? Il centro dell’opera non è più sull’opera ma è altrove. Ecco che mi sembra interessante fare l’esatto contrario: mantenere la posizione geopolitica ed essere sinceri ed ingenui, quasi da essere cretini (in senso cristiano) o sciocchi.