Italia Creativa. Osservazioni a margine di un rapporto

È stato presentato 20 gennaio alla Triennale di Milano il rapporto Italia Creativa. Lo ha stilato la società di revisione Ernst & Young e si tratta del “primo studio” sull’industria della cultura e della creatività in Italia.

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Italia Creativa - la cover dello studio

Italia Creativa – la cover dello studio

ITALIA CREATIVA: UN “PRIMO STUDIO”?
Chissà cosa ne pensano di quella dizione – “primo studioFederculture, che nel 2015 ha pubblicato il suo 11esimo rapporto, o la Fondazione Symbola, giunta alla quinta edizione di Io sono cultura. In fondo ognuno può liberamente dire ciò che vuole. Un po’ come alla Triennale di Milano, quando alla presentazione di Italia Creativa, a parte una serie di numeri letti in fretta, si sono alternati spunti alquanto interessanti a una serie di filosofie corporativistiche – il complottismo no, almeno quello non è arrivato in sala.

DIRITTO D’AUTORE E PENSIERO UNICO
Il messaggio più forte è chiaro espresso dal consesso è stato, senza ombra di dubbio, “difendiamo il diritto d’autore. Un po’ banale, anche se sacrosanto. Quello che in realtà non si è sentito altrettanto forte è il come difenderlo. Si è detto, qua e là, che il problema è nell’educazione, nella percezione che gli italiani hanno della cultura. La realtà è che la cultura deve tornare a essere qualcosa di quotidiano, perdere la sua straordinarietà e ricominciare a essere qualcosa di normale, presente e necessario.

I settori dell'Italia creativa (dal Rapporto Italia Creativa)

I settori dell’Italia creativa (dal Rapporto Italia Creativa)

Quando si dice che quasi il 40% dei dirigenti di azienda non legge neanche un libro l’anno, è un fatto. Ma se la ricetta per liberare risorse e favore della creatività è l’aggregazione delle case editrici “per abbattere i costi di struttura”, non si è capita la differenza tra un’impresa culturale e una metalmeccanica. Investire nella cultura non vuol dire rinunciare ai profitti, anzi, ma neanche ridurla a catena di montaggio. Chiedere di “finanziare gli autori affinché creino ciò che chiede il mercato” (e massimizzare così il rendimento per gli investitori) è una strada verso un pericoloso pensiero unico.
Si è discusso molto di digitale, anche. Chi lo vede come un ineluttabile pericolo, chi come un covo di improvvidi minatori del futuro. Chi, come Sergio Escobar, il direttore del Piccolo Teatro di Milano, come un ingranaggio di un circolo virtuoso in cui si può andare a teatro disconnettendosi da Internet e andarci informati e consapevoli proprio grazie a Internet.

Le arti visive in Italia (dal Rapporto Italia Creativa)

Le arti visive in Italia (dal Rapporto Italia Creativa)

IL MINISTRO, LA FRANCIA E UNA BEST PRACTICE
I numeri che emergono dal rapporto sono confortanti, ma non per tutti. Il confronto che tutti hanno fatto (Ernst & Young compresa) è con la Francia a cui si guarda, a seconda dei casi, con ammirazione, senso di superiorità o invidia. In ogni caso ne usciamo sconfitti. La maggior parte dei presenti non ha perso occasione di paragonare le cifre del comparto con le omologhe e migliori transalpine.
Ma ha ragione il ministro Franceschini quando, piccato, ha stigmatizzato il parallelo: guardiamo sempre alla Francia ma non sappiamo dare risalto a quello che di buono abbiamo in casa (come invece sanno fare loro). Un po’ di sciovinismo nostrano, in fondo, potrebbe servire a quella quotidianità dei valori di cui si diceva prima.
Christian Greco, infine, è stato il più applaudito, e forse proprio per questo. Il Museo Egizio di Torino che lui dirige da due anni sta tornando orgogliosamente a essere un “centro di ricerca e attrazione. Quello che manca ancora ai nostri musei è la programmazione, ha detto.
Quello che manca alla nostra Cultura, diciamo noi, è la cultura.

Franco Broccardi

www.italiacreativa.eu

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  • Claudio Bocci

    Sarebbe assai importante una crescente integrazione tra le politiche pubbliche e tra i diversi livelli istituzionali, in primo luogo tra Stato e Regioni, per una governance condivisa che avvii in maniera programmatica il rapporto tra cultura e sviluppo. Un buon esempio è quello che ci deriva dall’esperienza delle capitali europee della cultura e da quello che sta accadendo per Matera 2019. Inserire la cultura al centro della pianificazione strategica dello sviluppo della città (e del territorio circostante), è la premessa indispensabile per avviare un circolo virtuoso tra programmazione, innovazione, crescita economica e coesione sociale. Sarebbe assai importante cogliere l’opportunità della misura che riguarda la ‘Capitale italiana della cultura’, di cui si attende l’indicazione della città vincitrice per il 2017 nel corso della settimana prossima, per lanciare al più presto il bando per il 2018 e, soprattutto, per il 2020. Si supererebbe così la fase transitoria dell’innovativa misura voluta dal Ministro Franceschini con il decreto sull’Art Bonus l’estate scorsa, e si entrerebbe a regime di un percorso di pianificazione strategica a base culturale che è la vera innovazione del processo di candidatura. L’idea della Capitale italiana della cultura fu lanciata qualche anno fa a Ravello Lab (promosso congiuntamente da Federculture e dal Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali, con sede a Ravello) e successivamente ripresa da un disegno di legge del Sen. Alfonso Andria nel corso della scorsa legislatura. L’idea-guida della misura non è tanto ‘premiare’ una città (e un territorio!!) ma introdurre una ‘cultura della pianificazione strategica a base culturale’ e sostenere una reale progettazione integrata tra pubblico-pubblico e tra pubblico e privato. L’esperienza concreta delle migliori pratiche europee dimostra che a fronte di una chiara visione dello sviluppo da parte pubblica corrisponde un interesse dei privati ad investire nelle produzioni culturali e nei servizi di supporto riferiti al processo di valorizzazione. Claudio Bocci, direttore Federculture

    • Franco Broccardi

      Concordo appieno con quanto dice. Siamo sulla strada buona e di più si può sempre fare. Programmare, educare, riconoscere che l’educazione culturale non può e non deve essere qualcosa di transitorio ma qualcosa da praticare ogni giorno. E in questo chiunque, anche i commercialisti, possono e devono fare ‘propaganda’. Per questo auspico da parte del mio Ordine una capillare e attenta opera di diffusione del’artbonus, ad esempio. Dove c’è un settore pubblico attento il privato sente un dovere morale e certamente anche interesse economico. Dobbiamo tornare a sentire anche il piacere di cooperare.