Un corpo per essere. Intervista a Kinkaleri

Body to Be, progetto curatoriale di Kinkaleri, costruisce un palinsesto di interferenze territoriali, discorsive ed estetiche. Un museo d’arte contemporanea, un festival di teatro e una rassegna dedicata alla ricerca musicale ospitano lavori che interrogano la corporeità attraverso la storia della danza e la sfera del performativo. Ne abbiamo parlato con Massimo Conti, Marco Mazzoni e Gina Monaco. Si comincia il 27 settembre con Jerome Bel.

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Kinkaleri - photo Jacopo Jenna

Kinkaleri – photo Jacopo Jenna

Partirei dal titolo. Body to Be, dunque quale corpo?
Marco Mazzoni: Il corpo di tutti, il corpo per essere, il corpo come forma espressiva. Quando si parla di performance, anche nei discorsi più concettuali, affiora sempre la superficie del corpo che è lì a mettersi in mostra. Quindi questo body per essere si propone come una pronuncia diretta.

Come nasce questo progetto curatoriale?
Massimo Conti: Nasce come risposta alla richiesta della Regione Toscana di attivare un discorso sul contemporaneo in vista della riapertura del Museo Pecci di Prato. Noi l’abbiamo interpretata come un’indicazione di direzione su cosa, oltre alle arti visive, dovrebbe ospitare un museo d’arte contemporanea. A noi sembra ineludibile pensare a uno spazio di ricerca sulla performance, sul corpo come luogo d’arte, considerandolo non come un aspetto estemporaneo ma fondativo di ogni realtà di frontiera e di esplorazione delle arti viventi, che sappia interrogarsi continuativamente sulla funzione di un corpo che “parla”. Body to Be nasce dunque come un’azione che vuole suggerire a un museo, un luogo di ricerca specifico nel campo dell’arte contemporanea per se stesso e per la città.

Il corpo diventa il perno intorno al quale costruire un discorso sulla performance a partire da specifiche pratiche coreografiche…
M.M.: Abbiamo voluto guardare al corpo attraverso i discorsi della danza, sprofondando dentro la danza fino a farla esplodere. Non a caso Cedric Audrier di Jerome Bell e Untitled (2000) di Tino Seghal affondano entrambi nella biografia di un danzatore travalicandola. Untitled (2000) è una rassegna in cui, attraverso il corpo, viene riproposta una visione di “repertorio coreografico”, una sorta di antologia della coreografia del Novecento che trasforma il corpo stesso e le forme espressive in qualcos’altro. Il gesto risulta rielaborato, “tradito” dalla singolare soggettività del danzatore che comunque lo reinterpreta, anche dentro la quotidianità di un luogo (la piazza di una città). Il lavoro di Kinkaleri, Real Good Time, è il tassello di chiusura perché inventa una modalità di connessione tra linguaggi: la nostra ideazione dell’alfabeto che si fa tracciato fisico, calligrafia nello spazio, da questo punto di vista diventa emblematico.

Cedric Andrieux - photo Marco Caselli

Cedric Andrieux – photo Marco Caselli

Questo progetto curatoriale si irradia dalle pratiche sperimentate in questi anni nello spazioK con is it my world?. Attraverso ospitalità, residenze, presentazione di spettacoli avete aperto il vostro spazio a artisti e alla cittadinanza. Body to Be propone uno scarto ulteriore: crea connessioni con altri luoghi, istituzioni, contesti e pubblici.
M.C.: Body to Be fa il punto sulla nostra esperienza curatoriale, ma è soprattutto un tentativo di creare intersezioni e intermittenze, costruendo una terra di mezzo. C’è l’idea di mescolare la nostra traiettoria con il palinsesto di un festival di teatro come Contemporanea di Prato, che ha nella sua funzione di essere in connessione con il territorio e le sue risorse.
Il legame con il Pecci nasce dall’idea che un museo debba dotarsi di uno spazio capace di raccogliere le spinte che provengono dalla scena dal vivo. Tempo Reale Festival apre al rapporto con un’altra città come Firenze e dunque stringe un legame su una scala più ampia. A cosa può servire una micro-rassegna come questa inserita nel corpo di festival ad esempio? Cosa si genera in rapporto al complesso di una città e dei suoi organi funzionanti? Queste domande definiscono la cultura come un campo politico di relazioni fondamentali.

Come cooperano le realtà coinvolte?
M.C.: La parola chiave è “intersezione di più layer” in cui nessuno nasconde l’altro. Si tratta di lavorare nelle trasparenze reciproche in connessione tra scale diverse. Lo scopo è quello di promuovere non solo una somma di performance o spettacoli, ma un discorso armonico (o disarmonico) che comunichi a tanti livelli, attivando una riflessione che riguarda tutti, in quanto stiamo parlando di corpi e linguaggio. E questo per noi vuol dire che non può esserci un’idea unica di cultura appiattita sull’uniformità dei consensi, significa invece potenziare le differenze e mostrare le ricchezze che un territorio offre per la crescita della comunità.
La relazione tra grandi istituzioni come il Metastasio e il Pecci e un luogo come spazioK è esattamente nel cogliere l’opportunità di mettere in comune lavoro, ricerca, competenze, consapevoli che fuori da questa dinamica non potrebbero emergere le stesse potenzialità.

In che quadro si inscrive lo spostamento fiorentino di Tempo Reale Festival?
Gina Monaco: In questo caso, oltre alla dimensione spaziale e geografica, si inverte la relazione tra suono e corpo. Tempo Reale è un festival che fa della ricerca sonora la sua specificità più evidente, e progettualmente – per tornare a Body to Be – dichiara la circolarità di come le cose possono muoversi fisicamente e concettualmente, promuovendo le stesse domande sul corpo per avere forse diverse risposte.

Kinkaleri, Real Good Time - photo Alberto Antonio Foresta

Kinkaleri, Real Good Time – photo Alberto Antonio Foresta

Untitled (2000) è inserito da Boris Charmatz nel Musée de la Danse…
M.M.: Sehgal presenta questa performance e poi abbandona la danza per dedicarsi alle arti visive. Qualcun altro la esegue e la gestisce al suo posto, chiaramente sotto la sua supervisione. Il lavoro diventa, fra virgolette, di proprietà del Museo della danza, e quindi la sua riproducibilità è definita da quella che considero una forma di storicizzazione al quadrato.
Credo che il live di pezzi coreografici abbia molta forza e si distingua dagli altri “pezzi” da museo per la sua valenza inalienabile di presentarsi come un documento e, a un tempo, come cosa viva. Un altro aspetto che mi preme sottolineare è che la danza in questi ultimi anni ha mostrato più vitalità e innovazione, più capacità produrre stati di attenzione, rispetto al teatro per esempio.

Reenactment, archiviazione, museificazione di forme espressive costruite nel tempo e stratificazione della ricezione. Come vi ponete rispetto a queste questioni?
M.C.: Questa sorta “museificazione” della performance mi sembra estremamente interessante. Da una parte pone la questione di come poter continuare a utilizzare determinati corpi-linguaggio senza doversi accontentare della rappresentazione di una rappresentazione, qual è il documento video.
Dall’altra – d’accordo con Charmatz – si opera una forma di riazzeramento dopo l’accumulo informativo. La funzione della restituzione di questa performance ha a che fare con il futuro e con le nuove generazioni che necessariamente dovranno fare i conti con determinati oggetti concettuali già espressi, per rilanciare altrove altri discorsi sul corpo. Quindi non si tratta solo di archiviazione, ma di un’occasione per prendere le misure su confini che possono essere superati, anzi, che devono essere superati.

Kinkaleri presenta l’atto conclusivo del lungo percorso performativo pluriennale All!, aprendo alla dimensione acustica del corpo, in collaborazione con Tempo Reale.
M.C.: Real Good Time è l’occasione per portare avanti una relazione tra corpo e suono che il progetto ha sempre contemplato al suo interno. All! si è costruito nell’invenzione di un codice che lega gesto e lettera. In qualche modo ha sempre visto sovrapposti i due livelli, ma in questo caso la ricerca si fa specifica, come specifica è la relazione con i musicisti e gli strumenti di Tempo Reale che pongono in rapporto diretto suono, corpo e rielaborazione elettronica. Si tratta di un frullatore dove corpo e voce vengono processati per essere poi restituiti su un piano tutto ancora da scoprire.

Cedric Andrieux - photo Marco Caselli

Cedric Andrieux – photo Marco Caselli

È previsto anche Lab. Bianco, un percorso creativo per adolescenti…
G.M.: Il laboratorio è condotto da Fosca, realtà artistica in residenza allo spazioK, che ha uno sguardo sulla formazione e sui linguaggi dell’arte. Caterina Poggesi e Cesare Torricelli propongono uno spazio di osservazione sullo stato dell’arte contemporanea e sulla ricerca dei linguaggi delle arti sceniche. Si rivolge ad adolescenti, in un percorso che prevede la visione delle performance e lo sviluppo successivo di un discorso che possa attivare riscontri attivi. Abbiamo voluto un laboratorio per adolescenti per non abbandonare un’idea di futuro e continuare a farci domande. Anche questa ci sembra un’urgenza da sostenere.

Una domanda (quasi) d’obbligo. Untitled (2000) arriva a Prato dopo la polemica nata a Santarcangelo dei Teatri. Quali sono i vostri pensieri?
M.C.: Questa polemica si inserisce nella discussione che riguarda l’arte contemporanea e il suo impatto nella vita e nella percezione di ognuno, nella comunicazione degli eventi, e pone una riflessione sullo stato della vita politica e culturale in Italia. Per la complessità della questione non possiamo concederci generalizzazioni, occorre invece concentrarci sull’oggetto specifico: Untitled (2000) non ha niente di scandaloso né di provocatorio. È vero che in una pubblica piazza viene esposto un danzatore nudo, ma è anche vero che il Festival di Santarcangelo ha radici antiche.
La domanda è: perché parallelamente al festival non è cresciuta una comunità in grado di riconoscere quella proposta? C’è stata una pesante strumentalizzazione della pipì finale del danzatore, ma si tratta della citazione di una scultura e si vede lo zampillo senza vedere l’urina uscire direttamente dall’organo sessuale…
M.M .: Credo sia un peccato parlare di questo lavoro con una polemica alle spalle. Si caricherà di aspettative e sguardi direzionati che gli daranno un altro significato. Tutti verranno per vedere se davvero è scandaloso e si perderà l’essenza della cosa in sé. Avrà una forte pubblicità, ma ci sarà una distorsione della visione. In fondo, penso a Body to Be come un lavoro curatoriale che travalica gli spettacoli che presenta. Li mette insieme per attivare una riflessione sul soggetto e per creare, infine, il suo proprio soggetto che è questo corpo per essere.

Piersandra Di Matteo

www.kinkaleri.it

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  • Angelov

    E’ tutto esposto così con ammirabile precisione, a parole, questo meraviglioso progetto, che non vedo a cosa servirebbe poi il realizzarlo in pratica…
    Non esiste un confine netto tra le arti, ma solo dei confini più o meno marcati; tra l’arte visiva e la musica, esso è abbastanza labile; ma quello tra arte visiva e teatro, un confine apparentemente facile, in realtà solo con rare eccezioni è da taluni superato.