Demetrio Paparoni. Ecco perché ho stroncato Arts&Foods di Celant

Una mostra che propone schemi critico-interpretativi vecchi. Una mostra monca, faziosa e discutibile sul piano storico. È questo il giudizio che Demetrio Paparoni dà su Sette – il settimanale del Corriere della Sera in edicola da oggi, 18 settembre – della mostra “Arts & Foods”, curata da Germano Celant e allestita alla Triennale di Milano. Lo abbiamo intervistato per capire meglio le ragioni della stroncatura.

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Arts&Foods, Triennale di Milano

Arts&Foods, Triennale di Milano

Non scrivi mai recensioni di mostre. Come mai questa volta hai sentito l’esigenza di farlo?
Arts & Food non è un’esposizione qualunque, ma una grande mostra realizzata in occasione dell’Esposizione Universale di Milano. A una mostra del genere è richiesto più rigore di quanto se ne richieda a qualunque altra, non fosse altro perché rimane agli atti come un documento scientifico cui far riferimento negli anni a venire. Com’è facilmente dimostrabile, la mostra è faziosa, grossolana sul piano critico, carente su quello storico e spesso fuori tema.

Sono critiche pesanti, soprattutto se si considera che si tratta di una mostra milionaria e che il suo curatore ha percepito la cifra record di 750mila euro.
È del tutto evidente che la mostra non risponde alle premesse e alla promessa degli organizzatori di Expo. Nel dépliant che viene dato ai visitatori si legge che la mostra si ispira al tema di Expo – Nutrire il pianeta, Energia per la vita – e lo sviluppa creativamente. E invece il tema è stato eluso per battere altre strade.
Chi ha un po’ di dimestichezza con la storia dell’arte contemporanea può individuare anche un altro filo conduttore che non ha a che vedere con il cibo, ma con le strategie di comunicazione. Questa mostra è finalizzata principalmente a dimostrare la centralità degli Anni Sessanta e Settanta nell’arte dei nostri giorni e il ruolo dominante in Occidente dell’arte americana e di Oldenburg in particolare. Si ha la sgradevole sensazione che Celant abbia usato questa occasione per mettere in atto una sorta di resa dei conti con il fenomeno della pittura che ha caratterizzato gli Anni Ottanta, facendo venire meno le certezze di quanti teorizzavano una linea ordinata e progressiva che univa l’arte degli Anni Settanta a quella delle avanguardie storiche più estreme.
Non va dimenticato che negli Anni Settanta si affermava che la pittura figurativa fosse una forma espressiva superata, legata a un’altra epoca. Il che ovviamente, come oggi sappiamo, non rispondeva al vero. Semplicemente si era deciso di combatterla con una strategia del tutto simile a quella che negli Anni Cinquanta era stata messa in atto nei confronti di pittori come Hopper.

Ne parli come si sarebbe parlato di una mostra realizzata negli Anni Cinquanta-Sessanta…
La mostra riesuma una visione dell’arte che, se si dà valore ai messaggi della cultura, è a dir poco preoccupante. Per le sale della Triennale si respira un clima da Guerra Fredda. La presenza cinese è ridotta a due soli artisti, quella indiana a una. Dell’Africa non si avverte la presenza. Ti sembrano scelte adeguate a una mostra legata all’Esposizione Universale? Se ti sembrano adeguate, io sono nel torto; se invece la cosa suona strana, allora bisogna chiedersi il perché di una scelta così radicale.
Quel che dico è che la mostra guarda solo all’arte di una parte del mondo. Piaccia o non piaccia, l’arte in Cina è al centro del dibattito contemporaneo e – guarda caso – affronta a ogni piè sospinto il tema su cui è incentrata la mostra. Una cosa è escludere dei nomi a favore di altri, ben altra cosa è, pur di dimostrare una tesi preconcetta, ignorare un pezzo importante di mondo e dare una visione distorta della scena artistica internazionale.

Arts & Foods. Rituali dal 1851 – veduta della mostra presso la Triennale, Milano 2015

Arts & Foods. Rituali dal 1851 – veduta della mostra presso la Triennale, Milano 2015

Per quanto riguarda il tema, però, la maggior parte delle opere e degli oggetti in mostra fa riferimento al cibo.
Raffigurare della frutta o usare una forma che richiama quella dell’uovo non equivale a porre l’attenzione sui rituali della nutrizione. Gli errori e le forzature presenti in questa mostra saltano all’occhio di chiunque abbia familiarità con l’arte contemporanea. Nel mio articolo su Sette faccio l’esempio della Mozzarella in Carrozza di Gino De Dominicis.

Altro esempi?
Pensa al modo in cui è stata presentata e americanizzata Il Bel Paese (1994) di Maurizio Cattelan. L’opera riprende, ingrandita in un ampio tappeto circolare, l’etichetta del formaggio Bel Paese. Al Castello di Rivoli, dove è stata esposta per la prima volta, l’opera era per terra, nell’atrio, dove veniva inevitabilmente calpestata e sporcata. Si tratta di una metafora dell’immagine che l’Italia sta assumendo a livello internazionale. Non va dimenticato che questo lavoro nasce come sviluppo di I Found my Love in Portofino, dello stesso anno, nel quale alcuni topi neri rosicchiano la forma di formaggio Bel Paese presa a prestito da Cattelan sempre come immagine dell’Italia.
In Arts & Foods l’opera, messa a parete, viene percepita come una derivazione della poetica e della strategia visiva di Oldenburg. L’equivoco è alimentato dalla presenza nella sala accanto di una pizza e di un hamburger giganteschi – quelli sì sulla scia dell’arte di Oldenburg – realizzati nel 2000 dell’americano Tom Friedman.

Ma un artista ha tutto il diritto di esporre il proprio lavoro come meglio preferisce!
È fuor di dubbio che un artista può anche decidere di tagliare a fettine e bruciacchiare una sua opera, se vuole. Quello è un diritto che nessuno può negargli. Resta il fatto che Il Bel Paese di Cattelan è sempre stata esposta stesa per terra e mai appesa alla parete, come fosse un quadro. Metterla a parete significa tradirne il significato originario, perché non la si può calpestare.
Mi piacerebbe sapere se la scelta di appenderla alla parete, accettando che divenisse una sorta di replica di Oldenburg, sia stata condivisa da Cattelan. Per quel che ricordo di De Dominicis, poi, faccio fatica a pensare che avrebbe accettato di vedere il senso del suo lavoro snaturato dal contesto espositivo della mostra alla Triennale.

Anche un curatore, però, ha diritto di sviluppare il proprio progetto.
Ovvio. Ma, allo stesso modo, chiunque può esercitare il diritto di critica. Un curatore può fare quel che vuole, anche esporre i giocattoli di suo figlio, se lo ritiene opportuno. Ma se includi in una mostra trenini, aerei e navi di legno, dei quali sfugge l’attinenza al tema della mostra, occorre affiancare loro delle schede esplicative.

Arts & Foods. Rituali dal 1851 – veduta della mostra presso la Triennale, Milano 2015

Arts & Foods. Rituali dal 1851 – veduta della mostra presso la Triennale, Milano 2015

E infatti c’è il catalogo.
Altra dolente nota. Neanche il catalogo aiuta molto, è un percorso collaterale che potrebbe essere sganciato dalla mostra e che non la documenta. Non fornisce neanche una biografia minima degli artisti in mostra, riproduce solo una parte delle opere esposte e altre che non ci sono, creando una certa confusione. Nelle pagine finali si trovano due liste separate, di faticosa consultazione. Non esiste un elenco in ordine alfabetico degli artisti, né in catalogo né sul sito della Triennale né in nessun altro posto. È come se attorno a questa mostra si fosse voluta creare una nebulosa che impedisse una visione chiara delle intenzioni del curatore. Se la mia esperienza non mi inganna, di quel catalogo si saranno vendute pochissime copie.

Denunci anche l’assenza di Piero Manzoni…
Sono stati incluse due sculture di Fontana solo perché una di queste ha la forma di un uovo e l’altra di una forma di pane. Nello stesso tempo sono state escluse le opere di Piero Manzoni con l’uovo con l’impronta del dito e gli Achromes con i panini. Sbaglio o in questa scelta c’è qualcosa che suona strano?
Torno a dire che è odioso che si dica a un curatore quali artisti avrebbe dovuto includere e quali escludere. Non è questo che ho inteso fare quando ho lamentato l’assenza di Manzoni o di Bacon, e la totale esclusione della pittura che, a partire dalla fine degli Anni Settanta, ha preso vie diversificate. L’eclettismo della pittura degli ultimi trent’anni in questa mostra è completamente cancellato.

Celant conosce senz’altro la scena internazionale. Quindi secondo te è tutto premeditato?
Certo che la conosce. Più che errori, le sue sono forzature che nascono dall’esigenza di adattare la mostra a un progetto ideologico. In quest’ottica, la presenza dei gadget commerciali delle grandi aziende alimentari, del pulmino Volkswagen in versione hippie o delle copertine dei dischi ha l’obiettivo di distrarre i visitatori dalla fragilità del progetto e dall’assenza di capolavori del passato.

Anche se di grandi nomi in mostra ce ne sono tanti…
Sì, c’è Picasso ad esempio. Ma è presente con due dipinti minori: una natura morta del 1908 più piccola di un foglio A4, raffigurante un vaso, e una natura morta del 1943 raffigurante un limone, una brocca e delle ciliege su una fruttiera, dipinto non più grande di un foglio A3. La dimensione non sarebbe un problema se ci trovassimo dinanzi a opere capaci di farci sussultare. Giusto qualche giorno fa al Prado mi sono trovato dinanzi a Pane e fruttiera sulla tavola, un dipinto di Picasso dell’inizio del 1909. Non è molto grande, circa 160 x 130 centimetri, ma quando te lo trovi davanti ti senti sovrastato. Il dipinto è stato prestato dal Kunstmuseum di Basilea per una mostra temporanea. Questo significa che, se si ha una vera autorevolezza sul piano critico, opere di questo tipo si possono ottenere in prestito.

Maurizio Cattelan, Il Bel Paese, 1994

Maurizio Cattelan, Il Bel Paese, 1994

Ora, possibile che alla Triennale non siano riusciti ad avere in prestito un’opera di quel livello? Non dico necessariamente quella, Picasso ha una produzione vastissima. Chi si occupa di arte e frequenta, non dico i musei, ma anche solo le fiere dell’arte, sa che non tutte le opere hanno lo stesso peso culturale e che una cosa è mettere insieme delle opere seguendo un criterio filologico, ben altra è appendere alla parete quel che trovi.
Non è male ricordare inoltre che Picasso è morto nel 1973, che non è stato solamente un artista del primo Novecento. Negli Anni Sessanta e fino agli ultimi giorni della sua vita ha realizzato opere straordinarie. Nella mostra Picasso è trattato come un pezzo di archeologia. Le opere di Oldenburg invece ricorrono in mostra nei decenni, come se si trattasse di artista sempre innovativo. Ora, a me non interessa che rapporti possano intercorrere tra un critico e un artista, se ci sono debiti di gratitudine dell’uno nei confronti dell’altro o se c’è odio profondo. Quel che mi interessa è che una mostra dica le cose come stanno.

Massimiliano Tonelli

Milano // fino al 1° novembre 2015
Arts & Foods. Rituali dal 1851
a cura di Germano Celant con Chiara Spangaro
Catalogo Electa
TRIENNALE DI MILANO
Viale Alemagna 6
02 724341
[email protected]
www.triennale.it

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/43189/arts-foods-rituali-dal-1851/

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  • Ruote

    Le critiche fatte da Paparoni sono condivisibili. Quello che caratterizza troppi curatori é la mescolanza disinvolta tra quella che dovrebbe essere la componente critica e storica del loro lavoro con scelte contrassegnate invece da tesi precostituite o abcora peggio da frequentazioni e convenienze personali. Regolarmente di fronte alle rare o eventuali obiezioni ci si trincera dietro una leggittimitá al proprio gusto alla oropria sensibilitá eccetera. Dov’é la classe dei critici in questi casi? A fare convegni inutili ?la stampa di settore é ingessata , le voci di dissenso troppo poche

  • Gemma Guerrini

    Ieri sul Fatto Quotidiano il magistrato Bruno Tinti Scriveva: “Io vivo in questo Paese, sono un cittadino europeo. E per tutta la vita sono stato coinvolto nella mediocrità cui questi parvenu hanno condannato l’Italia.
    … da magistrato…ho lavorato in trasferta (rogatorie estere)…
    Ebbene, ogni volta, a ogni rogatoria, il primo contatto era in
    salita… Il problema era sempre lo stesso: ero italiano, provenivo da un Paese di serie B, ero coinvolto nella valutazione “pizza e spaghetti” che l’Italia si è guadagnata nel consesso internazionale. E ogni volta mi toccava impegnarmi, nei primi contatti, a far capire che…che ero affidabile……io questo non posso perdonarlo a Renzi e a tutti quelli che sono venuti prima di lui. Questa gente ha distrutto la reputazione internazionale dell’Italia. Non solo con le ruberie, con le corruzioni, con l’incompetenza. Non solo con la constatazione dell’impunità che si sono costruiti. Ma con l’ostentazione compiaciuta della loro mediocrità. Dalle corna fotografiche di Berlusconi al volo di Stato di Renzi per assistere alla finale degli Us Open. Non posso
    perdonargli di aver coinvolto nella loro pochezza intellettuale me e
    le tante persone come me ..È vero agli italiani sta bene così. Ma questa è un’altra cosa che non si deve perdonare. Aver valorizzato la parte peggiore del Paese, essersi creato una corte di supponenti incompetenti, aver infettato i cittadini con la convinzione che lo slogan vale più dell’argomentazione; questo è imperdonabile”.
    («Renzi agli Us Open: perché quel volo di Stato è così grave », BRUNO
    TINTI, Il Fatto Quotidiano 18 Settembre 2015).
    I senso dell’opera Il Bel Paese (1994) di Maurizio Cattelan, esprime dunque visivamente la realtà descritta da Bruno Tinti (un’esperienza che, varcando le patrie frontiere, chiunque di noi, nel nostro piccolo, ha fatto).
    Ma se così è (e così è), bisogna però anche dire che la scelta,
    così contestata, di “sterilizzare” l’opera di Cattelan stravolgendone il significato e “anestetizzando” il suo portato di denuncia, descrive
    forse con altrettanta perspicuità lo “story-telling” della serie “tutto va ben madama la marchesa” con cui siamo costantemente martellati e che ci racconta un’Italia che non esiste, una realtà stravolta nel suo
    senso, una favola per tenere buoni i bambini che ci credono…

  • Silvio LB Lini

    lotta senza esclusione di colpi fra parassiti dell’arte