BoCS. La residenza raccontata da cinque artisti

Cinque artisti raccontano il legame fra il territorio e la loro ricerca artistica. Prosegue così la narrazione dell’unica residenza artistica in Calabria. Che non poche reazioni ha suscitato a Cosenza e non solo.

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BoCS artistici - Cosenza 2015

BoCS artistici – Cosenza 2015

Sono già trenta e prevalentemente romani o legati al circuito artistico della capitale gli autori ospitati durante i primi due appuntamenti della residenza d’artista BoCS Art (4-18 luglio, 18 luglio-2 agosto) a cura di Alberto Dambruoso e in collaborazione con il Comune e la Provincia di Cosenza. La presenza degli artisti, accolti nei particolarissimi box sul lungofiume della città, ha offerto e offre fino alla fine di dicembre una panoramica su quelle che sono le tendenze più attuali dell’arte contemporanea. Inoltre ha consentito ai cosentini di entrare in contatto con i creativi e di partecipare, in modo diretto e indiretto, alla creazione di alcuni lavori: il caso di Giovanni Gaggia, che ha coinvolto alcune tessitrici del territorio, o di Flavio Favelli, per il rapporto amore-odio determinatosi con i tifosi del calciatore Gigi Marulla, al quale ha dedicato un murale. Un’opportunità questa di Cosenza che si trasforma da semplice residenza artistica, in un intervento relazionale, capace d’innescare un processo di riflessione-rappresentazione dei luoghi e dell’immagine del territorio.
Ai trenta artisti dei primi due appuntamenti si sono aggiunti – dal 5 al 18  settembre – altri ventuno creativi, di cui cinque che vivono, e lavorano, spesso nel territorio calabrese: Niccolò De Napoli, nato a Cosenza nel 1986; Ninni Donato, classe 1959 e residente a Reggio Calabria; Angela Pellicanò, che a Reggio Calabria è nata nel 1963; e la coppia costituita da Alessandro Fonte e Shawnette Poe, i quali, pur mantenendo da sempre un legame stabile e profondo con la Calabria, vivono in diverse città europee. Abbiamo chiesto anche a loro di raccontare la residenza.

BoCS, Cosenza 2015 - Ninni Donato, 240 m S.L.M.

BoCS, Cosenza 2015 – Ninni Donato, 240 m S.L.M.

Raccontaci la tua esperienza a BoCS Art.
Niccolò De Napoli: All’inizio ero un po’ perplesso: come si poteva realizzare una residenza nella propria città? E, in effetti, i primi giorni sono stati un po’ disorientanti. Temevo potesse essere un’arma a doppio taglio e influire sul risultato finale del mio lavoro, ma poi con calma ho trovato la mia dimensione. Interagire con gli altri artisti, vedere la città anche attraverso i loro occhi, mi ha aiutato a innescare alcune dinamiche interessanti, che hanno agito in maniera anomala sulla mia ricerca. Ma, proprio grazie a quest’anomalia, sono riuscito a realizzare il mio progetto.
Angela Pellicanò: Fare attraverso i linguaggi artistici una riflessione non banale su un territorio implica un processo che, dopo la prima fase di assimilazione, diviene compiuto sfociando in una restituzione. Durante una residenza l’idea originaria, per quanto strutturata, si arricchisce continuamente di nuovi stimoli che confermano o modificano nella sostanza quanto pensato.
Alessandro Fonte: Due settimane sono un periodo relativamente breve che ti proietta in una dimensione di lavoro intensiva, così come intense e immediate sono state anche le relazioni con gli altri artisti. Durante la residenza ho proseguito la mia ricerca sull’assenza, l’incompiutezza e l’instabilità.
Shawnette Poe: Tornando temporaneamente in un luogo – Cosenza, che per un po’ è stata casa mia – ho continuato la mia ricerca sullo sradicamento, sulla mancanza di Heimat o luogo di appartenenza. Ho usato la mia storia personale (sono nata in Polonia, cresciuta in Germania e ho vissuto per lungo tempo in Italia e Slovenia) come filtro, come strumento per riflettere su quello che l’uomo contemporaneo vive anche nella dimensione collettiva. La società ha raggiunto uno stato di libertà mai vissuto prima, perdendo al contempo i suoi punti di riferimento e portandoci un alto grado di incertezza.

BoCS, Cosenza 2015 - Niccolò De Napoli, BETonME

BoCS, Cosenza 2015 – Niccolò De Napoli, BETonME

Illustraci l’opera che hai concepito per questo progetto.
Niccolò De Napoli: BETonME è un lavoro relazionale, che nasce appunto da un’indagine sul territorio e, nello specifico, sulla città di Cosenza, centro in cui si registra un’altissima concentrazione di sale scommesse. In un’epoca in cui il gioco d’azzardo è legalizzato (nonché pubblicizzato dallo Stato), ho deciso di sperimentarne gli effetti sulla mia stessa vita e ancor di più nello specifico sulla mia “carriera d’artista”. L’opera consiste nello stipulare un contratto (mediante atto pubblico redatto da un notaio della Repubblica Italiana, la cui bozza è stata dal medesimo predisposta ed esposta e affissa sui muri del mio spazio) con chi sia disposto a scommettere sulla mia carriera d’artista e io, a mia volta, sulla sua carriera professionale. Mediante tale contratto, laddove una delle parti, entro i prossimi dieci anni, raggiungesse un reddito minimo di 3mila euro mensili al netto delle tasse, s’impegnerà fino a quando percepirà tale somma a versarne all’altro il 10%. L’ingresso del mio box caratterizzato con il logo BETonME accoglieva il pubblico incuriosito e tutti gli eventuali interessati a stipulare il contratto.
Ninni Donato: L’idea concretizzata durante la residenza è figlia di un ricordo riemerso e di una considerazione. Il primo risale alla mia prima venuta in Cosenza, nel 1983, quando nei pressi di Palazzo Arnone vidi sul muro di una vecchia casa la scritta “Cosenza 240 m S.L.M.“. La considerazione è maturata durante il periodo di residenza, camminando per la città: Cosenza, a differenza del luogo dal quale provengo, dov’è massiccia la presenza di migranti, è fuori dalle rotte dei profughi. Da qui l’utopia di portare un po’ del mio “vissuto Mediterraneo” nella città. Immaginando gli argini dei fiumi quale costa di un mare improbabile che accoglie i resti parziali di animali abissali, spiaggiati dopo una mareggiata. Ne è nato un lavoro fotografico poi sostituito da quelle scatole, ludiche e tragiche. Ho pensato a esse come a un’essenziale macchina fotografica che cela, al suo interno, la memoria di qualcosa che non può esistere in quel luogo. Ingannevole, nella percezione degli spazi dilatati ad arte attraverso una lente e nella materia inorganica che simula grossolanamente una chela di granchio, l’aculeo di una razza e via dicendo.
Angela Pellicanò: Il progetto che ho immaginato arrivando a BoCs è la sintesi di una riflessione “socio-politica”. La metafora ha preso corpo in due opere che ho collocato sui due livelli dello spazio in cui ho vissuto per due settimane. Ispirarmi ai “giganti della Sila”, decimati per varie ragioni durante il periodo borbonico e nella fase finale del secondo conflitto mondiale, e contestualmente all’area Lausberg per il dialetto privo di passato remoto, parlato negli stessi luoghi, significa ricondurre il tutto alla perdita di riferimenti. L’azione senza lezione collegata al mio intervento non ha sortito fini morali, né voleva farlo; ma ricostruire la struttura di un tronco sezionato usando la cellulosa vecchia di settant’anni è stato un po’ pacificarsi con la storia. Nel segno della continuità.

BoCS, Cosenza 2015 - Alessandro Fonte, Portantina processionale

BoCS, Cosenza 2015 – Alessandro Fonte, Portantina processionale

Alessandro Fonte: Ho realizzato una portantina processionale in cemento armato, dalla cui superficie fuoriescono dei ferri da costruzione. È un’immagine legata al tipico non finito architettonico mediterraneo, che rimanda a rovine archeologiche, a scenari di estrema povertà di un lungo dopo la guerra, ma che nasce in realtà da una visione decisamente ottimista di futura crescita, è al contempo simbolo di potenzialità inespresse, di impossibilità, di propensione alla crescita e stasi – un limbo. L’altare non è vuoto ma abbandonato, ed è interessante che molte persone nel vederlo abbiano sentito la necessità di riempire a parole questa assenza proiettando sopra possibili simboli e presenze non scontate. Il materiale di cui è composta la portantina, il cemento armato, ne rende lo spostamento estremamente difficile pur non negandone la potenzialità di oggetto trasportabile. Le Calabrie sono spesso indecifrabili perché ogni cosa convive ed è legata indissolubilmente al suo contrario. Il secondo lavoro fa parte di una ricerca su oggetti relazionali, epifanie di azioni non esplicite ma che lasciano intendere una propria logica; sono partito dal ritrovamento di un antico setaccio agricolo che ho prima modificato con il fuoco e in seguito rielaborato in un oggetto dall’uso ambiguo e ludico, che simbolicamente rimanda a un confessionale e nelle proporzioni invita al gioco. Infine ho presentato un trittico di monocromi su legno in cui i processi interrotti di levigatura meccanica e combustione, rendono lo spazio ancora intatto e il non finito suggerisce una narrazione del possibile.
Shawnette Poe: Lavoro spesso con veicoli o spazi astratti che tracciano costruzioni mentali e la loro fragilità. Nei BoCs ho creato un trittico: due installazioni e un dipinto, che sono indipendenti ma connessi, sul tema della fuga nelle sue varie inclinazioni. Il triciclo ha ruote di cemento, un materiale statico e pesante, che da una parte rallenta il loro scorrimento, mentre dall’altra la ruota nega al cemento la sua natura stanziale, indebolendosi a vicenda ruotano sulla “loro” pelle. Mentre Mutterland 5 è un lavoro sui legami eterni ma flessibili, dove le persone che diventano luoghi sono punti di riferimento. I capelli, utilizzati per l’opera per me, sono simbolo dello sradicamento, di presenza e assenza, non toccano la terra, sono tenuti insieme in un abbraccio rotondo che li costringe e li avvolge al contempo.

BoCS, Cosenza 2015 - Shawnette Poe

BoCS, Cosenza 2015 – Shawnette Poe

Pensi che questa residenza sia utile alla città e agli artisti che vivono sul territorio?
Niccolò De Napoli: Trovo questo progetto di residenza una grandissima opportunità di crescita per il nostro territorio: gli artisti che operano in Calabria non hanno molte opportunità di confronto e questa residenza è una giusta occasione per incontrare artisti che operano fuori regione o all’estero. Mi auguro solo che prosegua nel tempo e mantenga questa dinamicità e sinergia.
Ninni Donato: Essere ospitato a fare ricerca in luoghi diversi da quelli abituali è sempre un’opportunità per gli artisti. La residenza offre la possibilità di stabilire un contatto con la singolarità e gli strumenti della realtà nella quale sei stato accolto, non solo per lo spostamento da un luogo a un altro, ma soprattutto per il mutamento della temporalità abituale della tua ricerca. Poi da calabrese, anche se di adozione, mi sento gratificato dal far parte di un progetto che supera il provincialismo culturale legato alla territorialità. Per tutti, cosentini compresi, è essenziale il confronto dialettico e siamo solo al principio.
Angela Pellicanò: Come qualsiasi progetto culturale innovativo, l’utilità e i benefici per la città credo saranno apprezzati solo se si riuscirà a garantire continuità temporale e coerenza. Da artista coinvolta ci metto tutto il mio entusiasmo, largamente condiviso anche dagli altri partecipanti alla residenza. Rispetto al territorio nel quale vivo e opero, ho la speranza che i BoCS diventino catalizzatori di fenomeni emulativi che, in qualche modo, contribuiscano alla crescita di una migliore sensibilità verso l’arte contemporanea.
Alessandro Fonte: Per una ricaduta sostanziale su un territorio come quello calabrese, il progetto ha bisogno di avere continuità e di creare legami a lungo termine altrimenti rimane un’occasione mancata. È fondamentale per un territorio culturalmente e geograficamente periferico potersi confrontare con l’esterno il più possibile. La storia della Calabria è una risultante di invasioni, contaminazioni e resistenze, di partenze e ritorni. Io stesso d’altronde ho vissuto e lavorato in Europa forse più a lungo che in Calabria, ma ho sempre tenuto un rapporto costante con la mia terra d’origine.
Shawnette Poe: Credo che il movimento, mentale più di quello spaziale, sia indispensabile per la crescita, per la propria cultura. Questo vale per tutti, ma per gli artisti ancora di più. Il concetto di queste residenze sembra la programmazione di un movimento continuo per il territorio. La Calabria per la sua bella posizione geografica è quasi un’isola, isolata e scollegata da tutto.  Una residenza come BoCS Art è in qualche modo un “treno” che porta le mostre in città, crea una possibilità di confronto con quello che avviene fuori dal territorio e contribuisce a mettersi in gioco, esporsi al rischio e discutere.

Giovanni Viceconte

www.bebocs.it

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