Giorgio Morandi al Vittoriano. In dialogo con l’essenza delle cose

Complesso del Vittoriano, Roma – fino al 21 giugno 2015. Centocinquanta opere provenienti da numerosi musei e da collezioni private. Per la mostra più completa degli ultimi anni dedicata all’artista bolognese.

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Giorgio Morandi, Natura morta, 1957, olio su tela, cm 35 x 40,5, Milano, Collezione privata

Giorgio Morandi, Natura morta, 1957, olio su tela, cm 35 x 40,5, Milano, Collezione privata

Giorgio Morandi (Bologna, 1890-1964) è forse uno degli artisti italiani più significativi del XX secolo. Noto per il suo carattere solitario, lontano dalle mode e dalla mondanità artistiche, il pittore percorse un cammino libero e indipendente, caratterizzato dal rigore e dall’unicità, concentrando la sua ricerca in pochissimi soggetti.
Numerose sono, negli ultimi anni, le mostre che gli sono state dedicate, come numerosi furono, durante la sua carriera, i premi e i riconoscimenti che ricevette. Dopo l’esposizione alla Gnam nel 1973, curata da Cesare Brandi, ritorna a Roma una grandissima mostra sul pittore che raramente si spostò dalla sua città natale. È proprio a Bologna, e in qualche non lontana località di campagna, che passò la sua vita, dedicandola a un inesauribile dialogo con l’essenza delle cose, restando apparentemente appartato e schivo, ma poi non così tanto isolato.
Ad accezione di qualche autoritratto (in mostra è presente quello della Galleria degli Uffizi), la pittura di Morandi ripeté nel tempo soltanto pochi ed esclusivi temi: Nature morte, Paesaggi e Fiori. Oggetti di uso comune, paesaggi ordinari, conchiglie e fiori di stagione erano solo il pretesto per esprimere la sua particolare visione della forma, restituita, grazie a una meditata e profonda ricerca spaziale e coloristica, nella sua maggiore essenzialità e purezza. A prima vista sembra che nella sua pittura non succeda niente, ma se si guarda meglio attraverso tutto l’arco cronologico della sua carriera – e questa mostra ci permette di avere questa stupefacente occasione – si noterà come le sue tele vengano ravvivate da inesauribili variazioni, con la tavolozza che con gli anni si schiarisce, con colori che diventano sempre più afoni e rarefatti, dove tutto è però autentico, illuminato dalla luce, reso evidente dalla fusione di questa materia pittorica, uniforme o pastosa che sia, con un ideale di perfezione formale che è la sua cifra stilistica, a un passo dal rasentare l’astrattismo.

Giorgio Morandi, La strada bianca (Paesaggio), 1941, olio su tela, cm 42 x 52,5, Rovereto, Mart, Collezione Augusto e Francesca Giovanardi – © MART Archivio fotografico

Giorgio Morandi, La strada bianca (Paesaggio), 1941, olio su tela, cm 42 x 52,5, Rovereto, Mart, Collezione Augusto e Francesca Giovanardi – © MART Archivio fotografico

Morandi – pittore ma anche incisore – si formò all’Accademia di Bologna. Le sue prime opere risentono dell’arte coeva, in particolare di Cézanne e del primo Cubismo, ma nel tempo si interessa anche alla pittura di Giotto, del Quattrocento italiano e di Caravaggio. Esordisce partecipando a una mostra futurista nel 1914 e subito dopo a una della Secessione Romana, per avvicinarsi, nel primo dopoguerra, alla Metafisica di de Chirico e Carrà (come si può chiaramente vedere in due nature morte della Pinacoteca di Brera). A partire dal 1920 comincia a maturare e a definire la sua poetica, che si fa sempre più personale, mentre nel decennio successivo intensificherà la ricerca della materia cromatica, anche con impasti di colore sulla tela. La mostra, seguendo linee cronologiche e tematiche, illustra l’intero percorso.
Oltre ai dipinti (più di cento), ad alcuni disegni e agli acquerelli, la mostra espone un nucleo di opere grafiche, presentate criticamente in parallelo all’attività pittorica. In via del tutto eccezionale è possibile osservare anche le matrici in rame delle incisioni provenienti dall’Istituto Nazionale per la Grafica, che a causa di problemi di conservazione vengono esposte solo in rarissimi casi. Dallo studio del pittore arrivano alcuni oggetti rappresentati nei suoi dipinti: una bottiglia, una ciotola, una scatola, un vaso e una conchiglia. Oggetti con un senso quasi architettonico della forma, congeniale all’ideale del pittore. E ancora documenti epistolari e critici che legano Morandi a due dei più importanti storici dell’arte italiana del Novecento: Cesare Brandi e Roberto Longhi.

Giorgio Morandi, Natura morta, 1914, olio su tela, cm 102 x 40, Parigi, Centre Pompidou - photo © Centre Pompidou, MNAM-CCI, Dist. RMN-Grand Palais : Diritti riservati

Giorgio Morandi, Natura morta, 1914, olio su tela, cm 102 x 40, Parigi, Centre Pompidou – photo © Centre Pompidou, MNAM-CCI, Dist. RMN-Grand Palais : Diritti riservati

Proprio quest’ultimo, nel catalogo di una mostra realizzata nella galleria Il Fiore di Firenze nel 1945, quando cercò di distanziare la visione personale e “interna” di Morandi dalle tendenze a suo dire effimere dell’arte contemporanea, diede la chiave, agli artisti e al pubblico, per interpretarne la poetica: “Il maestrevole percorso di Morandi potrà servire di lezione ai migliori, proprio per l’umana sostanza; come stimolo a ricercare ancora e sempre dentro di sé, non fuori di sé”.

Calogero Pirrera

Roma // fino al 21 giugno 2015
Giorgio Morandi 1890-1964
a cura di Maria Cristina Bandera
Catalogo Skira
VITTORIANO
Via di San Pietro in Carcere
06 6780664
[email protected]
www.comunicareorganizzando.it

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/41452/giorgio-morandi-1890-1964/

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