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Sgarbi a Tintoretto

Su Artribune apre i battenti una nuova rubrica di recensioni e opinioni a cura dell’Osservatorio Mostre e Musei della Scuola Normale di Pisa. Le prime bordate sono per una delle più prestigiose sedi espositive italiane, le Scuderie del Quirinale. Dove è in corso, fino al 10 giugno, la mostra su Jacopo Robusti detto il Tintoretto.


Tintoretto - Autoritratto - 1587 - Parigi, Musée du Louvre

La sezione che apre spettacolarmente la mostra è dedicata al ben noto Miracolo dello Schiavo, il primo telero di Tintoretto per la Scuola Grande di San Marco, prestato dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Ad esso è affiancato il pressoché coevo Autoritratto giovanile del Victoria and Albert Museum di Londra. Sin da subito, la logica espositiva degli organizzatori privilegia un andamento, seppur molto sobrio nell’allestimento, violentemente teatrale, in cui ad emergere è, più che la volontà di imbastire un percorso storico-artistico rigoroso, il desiderio di stupire (e Tintoretto regista s’intitolano le quattro pagine di presentazione al catalogo vergate dal curatore Vittorio Sgarbi). Avrebbe fatto piacere vedere per primo il Tintoretto esordiente, quello che, tra il 1540 e il 1541, cioè cinque o sei anni prima della folgorante ascesa della Scuola di San Marco, dipinge La disputa di Gesù con i dottori nel tempio di Gerusalemme del Museo del Duomo di Milano, che trova invece una collocazione straniante nella seconda sezione, quella dedicata agli “inizi” del pittore veneziano, con un’operazione espositiva che catapulta lo spettatore dal Tintoretto, seppur giovane, già affermato pubblicamente, al primissimo Tintoretto, poco più che ventenne.

Tintoretto - L'Ultima Cena - 1563-64 - Venezia, Chiesa di San Trovaso

Il problema principale che caratterizza il primo piano dell’esposizione consiste – lo si sarà già intuito – nella ripartizione confusionaria delle opere nelle varie sezioni. La Disputa di Milano è collocata all’interno di una porzione espositiva adibita a contenere, a un tempo, le opere degli “inizi” e quelle degli “anni Cinquanta”: ora si trova a dialogare con le tavole raffiguranti Deucalione e Pirra e Apollo e Dafne della Galleria Estense di Modena, originariamente concepite come parti della decorazione pittorica di un soffitto di Palazzo Pisani a Venezia, realizzata da Tintoretto tra il 1541 e il 1542; ora deve illustrare gli albori di un complesso, delicato, ma già prorompente stile, affianco ad opere della prima maturità (La creazione degli animali, San Giorgio che uccide il drago) che, certo, avrebbero trovato la loro collocazione più indicata vicino al grandioso esempio del Miracolo dello Schiavo.
Si consideri anche l’assenza di un adeguato apparato didattico. Si potevano ricordare i precedenti raffaelleschi, come la Disputa si relazionasse alla Scuola d’Atene e la Creazione ai cartoni per gli arazzi della Cappella Sistina; si poteva sottolineare il ruolo pionieristico del dipinto milanese; si poteva almeno informare il visitatore in cosa consistessero, in termini di finalità materiali, i pannelli modenesi: ma alle Scuderie non è stato fatto nulla di tutto ciò.

Tintoretto - Deucalion e Pirra - quinto decennio XVI sec. - Modena, Galleria, Museo e Medagliere Estense

Il primo piano dell’esposizione si chiude con quello che, illustrando il rapporto fra Tintoretto e il potere dogarile, rimane, probabilmente, il momento più piacevole dell’intera monografica romana, con due opere di altissima qualità come la cosiddetta Madonna dei tesorieri, dipinta tra il 1566 e il 1567 per la sala dei Camerlenghi di Comune per il Palazzo di Rialto, e l’ancora poco conosciuto Ritratto di Sebastiano Venier con un paggio del 1577. Quest’ultimo dipinto fa da introduzione al secondo piano dell’esposizione, dove sono esposti alcuni tra i più notevoli ritratti realizzati da Tintoretto tra il 1548 e il 1575. Bisogna riconoscere che nel mare magnum della ritrattistica tintorettiana sono stati scelti ed esposti a Roma dei veri e propri capolavori: dalla Gentildonna del Kunsthistorisches di Vienna al Ritratto di procuratore di San Marco di collezione privata, dal Gentiluomo con la catena d’oro del Prado al Giovane uomo di Brera – ravvicinati in un confronto davvero pertinente -, passando per il bellissimo Sansovino degli Uffizi. Quello che manca, tuttavia, è un confronto con la ritrattistica veneziana di quegli anni: non basta, infatti, nemmeno il più potente ed espressivo Alessandro Vittoria del Busto di Marino Grimani a gettare luce sulle peculiarità tintorettiane. La pennellata veloce e languida, la luce calda e le atmosfere incandescenti, la preferenza dichiarata per la sola caratterizzazione del viso dell’effigiato, potevano emergere molto più chiaramente accanto a qualcosa dell’ultimo Lotto o, tutt’al più, di Paris Bordon.

Tintoretto - San Giorgio uccide il drago - 1553 - Londra, The National Gallery

Il rapporto fra Tintoretto e le varie declinazioni della Maniera a Venezia viene affrontato solo quando, ormai, il percorso espositivo si avvia alla conclusione. Dopo gli stupendi quadri profani cui la sezione successiva a quella sul ritratto è dedicata, si cerca di ricostruire la spinosissima questione dell’arrivo in laguna degli stilemi raffaelleschi e michelangioleschi attraverso opere che appaiono sì di un certo interesse, ma che non assolvono più di tanto il compito per cui sono state chiamate, dato che non dialogano con alcuna prova di Tintoretto. Sarebbe stato più indicato, forse, cercare di esporre accanto a dipinti tintorettiani esempi paralleli di altri artisti ogni qual volta si fosse presentata l’occasione, anziché radunare gli ‘ospiti’ in un’unica, astratta sezione.
Tirando le somme, la monografica romana di Tintoretto curata da Sgarbi non può che lasciare l’amaro in bocca. Infatti, se da una parte l’importante sede espositiva non manca di assicurare la presenza di opere di altissima qualità, dall’altra la dislocazione confusionaria e non sempre appropriata dei dipinti, il silenzio più totale su ciò che non è esposto, il corredo didattico poco chiaro – redatto, in questo caso, da Melania Gaia Mazzucco – pregiudicano la buona riuscita della mostra. E a rimetterci sono sempre loro: gli artisti.

Gianmarco Russo

mostreemusei.sns.it

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  • Francesca

    Buona recensione ed intelligente analisi. La mostra risulta ad ogni modo comunque “da vedere” per via della bellezza incredibile delle tele.
    L’apparato didattico curato dalla Mazzucco invece è semplicemente insopportabile!

  • http://www.martinelli-art.it cecilia

    Ritengo che la televisione e i mezzi di comunicazione siano molto più utili
    anche perchè richiedono una costruzione pensante su quello che deve essere raccontato.
    se veramente ritenete che quello fatto non sia stato fatto bene perchè non provate
    a ideare un filmato specifico sull’argomento a puntate costruito bene?
    è solo un suggerimento.
    distinti saluti
    martinelli – art
    Cecilia Martinelli