La nuova vita di Gabriella

Una esistenza intera a inventare, costruire e poi dirigere il Mart. Oggi Gabriella Belli è a capo della Fondazione Musei Civici di Venezia. Un vero gigante museale che può dispiegare la potenza di fuoco di spazi come il Museo Correr, Palazzo Fortuny, Ca’ Pesaro… In questa intervista, la neodirettrice delinea quali saranno i credo che la guideranno nella sfida del prestigioso incarico.

Print pagePDF pageEmail page

Gabriella Belli - photo Roberto Benzi

Il suo primo lungo incarico a Palazzo delle Albere, a Rovereto, la più giovane direttrice italiana. Poi il nuovo Mart, mostre e progetti in tutto il mondo e ora Venezia. Un passaggio, una traversata…
Il Mart è stata una grande e bella avventura, io però esporto competenze. A Venezia quindi vorrei poter sviluppare il “modello veneziano”, che si basa sullo sviluppo della produzione culturale, su progetti pluriennali a lunga scadenza e non più a breve gittata, e sull’ampliamento della collezione di Ca’ Pesaro e di tutte le altre presenti in città.

Venezia ha tante facce e sfaccettature. Qual è la prima cosa che sta facendo e quale invece quella che sente più come emergenza e necessità?
Credo fermamente che non serva solo avere delle idee o scrivere dei buoni testi, ma occorre dedicarsi fortemente alla produzione culturale. Questo è un diktat. Bisogna far sì che le istituzioni rispondano a domande concrete legate alla realtà, domande esistenziali come bisogno, valori e opportunità che riguardano aspetti più umanistici e legati all’essere umano. Per fare produzione culturale dobbiamo interrogarci e sviluppare idee forti basate sul valore identitario. Anche intraprendere strade nuove è una necessità, trovare campi inediti su cui operare e lavorare. L’originalità è un valore oggi soprattutto se è legata all’utile, a ciò che serve alle persone e alla collettività. Mi piace pensare da sempre a storicizzato e contemporaneo insieme per un dialogo circolare e germinante. Ritengo che sia fondamentale avere una forte impostazione scientifica che proceda attraverso Antico – Moderno – Contemporaneo. Credo poi fortemente nella formazione, quindi nell’incrementare l’attività legata alla didattica, all’attività pedagogica e interconnessa con il tessuto sociale. La biblioteca e lo staff direzionale intendono coinvolgere la città su temi specifici per tornare a fare della Fondazione Musei Civici di Venezia un tavolo aperto di dibattito critico. Per quanto attiene le mostre, ci tengo a citare il primo appuntamento del 2012: Francesco Guardi a Ca’ Rezzonico, in occasione del terzo centenario della sua nascita (1712-1793).

Museo Correr

Negli ultimi decenni i Musei Civici hanno ospitato molte esposizioni in tutte le sedi. Lei intende partire soprattutto da Ca’ Pesaro e dal Museo Correr, restituendo loro le funzioni preminenti…
I due luoghi da cui iniziare il mio percorso sono certamente Ca’ Pesaro e il Museo Correr: da qui si intraprende il cammino coinvolgendo le altre sedi. Il Correr è il museo della città per definizione, a partire dalla sua ubicazione in piazza San Marco. Non deve essere totalmente dedicato all’Area Marciana, bensì deve tornare a imporre visibilità culturale attraverso una nuova costante esposizione di grandi eventi, progetti ad alto profilo scientifico con la coniugazione necessaria di Grandi Idee/Grandi Eventi.

Con che soluzioni, a livello allestitivo?
Beh, nel 1960 Carlo Scarpa aveva messo in campo un grande progetto museografico. Vorrei partire da quello, vorrei fare il primo passo attraverso il ritorno a Carlo Scarpa, naturalmente integrato dagli accorgimenti oggi necessari e un piccolo maquillage, affinché la museografia sia scienza al servizio della valorizzazione del patrimonio culturale. Un’innovazione tecnologica è rappresentata ad esempio dalla illuminotecnica che, come altre tecniche, concorre alla tutela, alla sicurezza e alla ottimizzazione.

Gabriella Belli - photo Roberto Benzi

Passiamo a Ca’ Pesaro.
Ancora non è abbastanza sfruttata per l’arte dell’Ottocento e del Novecento. Ci vuole un grande lavoro di progettazione, ma anche di rimodulazione della collezione permanente, che forse oggi necessita di incrementi, depositi a lungo termine, uno sforzo congiunto e notevole da svolgere con dedizione nei prossimi anni. Ca’ Pesaro deve tornare il luogo in cui la città s’identifica per la sua attività sul moderno, deve essere il museo della collezione della città. Ci vogliono lasciti, depositi, selettività totale e mirata, acquisizione di grandi capolavori atti a rifondare il tessuto culturale.

E poi ci sono gli altri musei.
Certo. Da questi due punti ci si dirama verso le altre realtà come Palazzo Mocenigo, il gioiello Ca’ Rezzonico, il Museo del Merletto, del Vetro, delle Scienze con il suo progetto di ampliamento che sarà il Museo della Laguna.

Con chi intende condividere questa avventura? Ha già pensato allo staff, al modo in cui dialogare tra di voi e con la realtà esterna?
Credo da sempre nel dialogo con il Comitato Scientifico, con il quale vorrei instaurare un rapporto fatto di scambi, dialoghi, competenze, nel senso dell’arricchimento e dell’interconnessione tra la direzione appunto, lo staff tutto e il comitato. Il Comitato Scientifico si pone al centro della mia attività. Intendo anche dare autonomia ai direttori dei Musei, nel senso di attivare una strategia di manutenzione basata sulla responsabilità singola. Per fare un esempio, Palazzo Ducale si avvarrà del dottor Tonini, il quale ha piena responsabilità di presiedere scientificamente l’attività della sua struttura.

Palazzo Ducale a Venezia

Quanto è interessante e importante avere un rapporto diretto con le realtà economiche e imprenditoriali locali o rapporti anche con gallerie private e istituzioni italiane e straniere?
Mi piace pensare a un’unione tra la Soprintendenza e i Musei e le realtà presenti in città come l’Università, la Biennale di Venezia, la Fondazione Pinault, il Guggenheim, la Bevilacqua La Masa. Intendiamo poi intraprendere delle sinergie con le istituzioni presenti sul territorio veneto; in questo momento di crisi, di contingenze internazionali, i tagli alla cultura sono duri scogli per gli enti pubblici per cui affrontare l’emergenza significa unirsi e scambiarsi linfa vitale attraverso progetti, idee, opere. Dobbiamo essere capaci di esportare cultura, rileggendo il contemporaneo anche alla luce delle collezioni permanenti che Venezia possiede e che vanno utilizzate come strumenti di conoscenza. L’intenzione è quella di fare un turn over dando tagli critici differenti con ciclicità assidua, ogni 6/7 mesi, ai capolavori esposti, come si sta facendo per esempio già a Palazzo Fortuny, museo che si è adoperato con intelligenza in tutti questi anni. Venezia deve prendere progetti da fuori, ma anche proporre i suoi e in questo modo lanciare e imprimere le sue peculiarità nel mondo.

Venezia, dopo l’Expo di Parigi del 1855, ha una sua Biennale che, nonostante la concorrenza internazionale, resta tra le più importanti al mondo. Come si interfaccerà con la prossima esposizione di arte visiva del 2013 e prima con la giovane Biennale di Architettura del 2012?
La Biennale fa un lavoro straordinario e – proprio per ciò che credo e che ho detto sopra, ovvero l’esigenza culturale insita nella mia formazione di incrociare l’attuale con la storia – le biennali sono importanti. Personalmente ritengo che ciascuna Biennale abbia rappresentato un passo in avanti, anche quella che si è appena conclusa. È sempre difficile rapportarsi con il presente, ma proprio per questo le biennali svolgono un compito indispensabile. La Fondazione dei Musei veneziani deve avere un dialogo aperto e propositivo anche in vista del 2019, che potrebbe essere l’anno di Venezia Capitale della Cultura. Per quell’evento io sono inserita nel comitato scientifico per il Trentino e ancora di più l’operazione da svolgere sarà interessante e stimolante a livello di sinergie, attraverso le quali cercheremo di fare un importante e grande lavoro.

Martina Cavallarin

www.museiciviciveneziani.it

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #5

Prima di commentare, consulta le nostre norme per la community