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Introduzione al fallimento

Viviamo in una società che stigmatizza il fallimento. Che non vede in esso niente più che umiliazione e incapacità. Mentre fallire a volte significa darsi un’occasione per imparare. E per uscire dal seminato. Una riflessione di Alfredo Cramerotti.

Fallimenti informatici

Il fallimento è difficile da digerire. Il fallimento non trova spazio tra i nostri contemporanei. Nessun luogo in cui svilupparsi. Nessun luogo per manifestarsi. Il fallimento, in altre parole, non dovrebbe esistere, secondo la società attuale.
Se fallisco qui (e ora), pregiudicherei la mia credibilità futura. È quasi impossibile parlare del fallimento in senso positivo, così come lo è sviluppare una nozione di fallimento, senza sospetto. Ho sempre grandi aspettative, e non considero mai l’eventualità che non possa raggiungerle.
Ecco perché l’importante è fare a meno di quella fobia per l’errore che ci spinge ai limiti di una perenne foschia. Non solo ho paura di fallire, in termini fisici e mentali,  ma a volte costruisco dei meccanismi di autocensura. Non permetto nemmeno a me stesso di pensare che potrei fallire e che le cose potrebbero andare male. Ma cosa significa esattamente “le cose possono andare male”?
Quando mi vengono delle idee, le pianifico, le metto in atto e poi mi godo il risultato. La possibilità di fallire in realtà non intacca nulla. Il fallimento è uno spazio prezioso nel quale posso allargare i confini e sperimentare altre dimensioni di vita e lavoro.
A questo punto, ci si potrebbe chiedere: perché dovrei fallire? Non che fallire sia necessario per vivere meglio. Piuttosto, è un modo per permettere a me stesso di trovare spazio, la dimensione mentale del fallimento. La cultura dominante dell’epoca in cui vivo è contrassegnata dal culto della vittoria a tutti i costi, che vieta di incorrere in errore. Per esempio, non sopporto il pensiero di perdere il mio tempo dietro qualcuno o qualcosa che alla fine sparisce e mi abbandona. Ciò può accadere in amore come nel lavoro.

Ci tocca anche Sgarbi, esempio di fallimento televisivo

Nelle mie azioni investo sentimenti, tempo, soldi e così, proprio perché si tratta di un investimento, mi aspetto qualcosa in cambio. Un ritorno, qualche risultato. Non concepisco un’azione libera da effetti attesi, libera dall’obbligo di evitare di fare errori. Mi addolora vedere e pensare a me stesso sconfitto. Posso sopportare solo il fallimento di qualcun altro. E non voglio certo essere io quel qualcun altro.
Esiste una scuola di pensiero che afferma che non c’è un diritto a fallire, ma un dovere a sperimentare. Bene. Significa che un esperimento non può fallire? Perché non prendere in considerazione la parola “fallire”? Fallisco negli studi, nel lavoro, in amore. A volte in modo permanente, altre volte no. Scrivendo queste righe, probabilmente sto fallendo, del tutto o in parte, nel tentativo di comunicarvi esattamente i miei pensieri. E in alcune occasioni sono riuscito a portare a termine con successo qualcosa di completamente diverso rispetto a quello che avevo iniziato. E questo è un fallimento?
Forse solo fallendo potrei arrivare a raggiungere la verità, lasciando intatta la molteplicità della mente umana, continuando a prendere in considerazione le sue infinite possibilità. Forse l’unica cosa che è rimasta da fare è continuare a dire al mondo il mio sogno, lasciando agli altri l’onore di dare un senso ai frammenti della vita. Il mio fallimento sarebbe in questi tentativi, in questi frammenti di una storia incerta, nata non per essere finita ma per essere vera in senso etico ed emotivo, non per forza realistico.

Alfredo Cramerotti

*Originariamente pubblicato come “Take your protein pills and put your helmet on: an Introduction to Failure” in inglese/italiano su Digimag 70, dicembre 2011/gennaio 2012.
Traduzione di Marco Mancuso
www.digicult.it

Commenti
15 Risposte a “Introduzione al fallimento”
  1. Matteo P scrive:

    Articolo molto interessante. Da leggere sul tema anche Lisa Le Feuvre “Failure”
    si trova un assaggio qui: http://www.tate.org.uk/tateetc/issue18/failure.htm

    • SAVINO MARSEGLIA (artista) scrive:

      Dal momento che a questa società dell’apparenza ci si limita a curare la nostra immagine esteriore, il fallimento non è sufficiente a mostrare l’aspetto interiore.

  2. Christian Caliandro christian caliandro scrive:

    Un ragionamento esemplarmente condotto ed estremamente interessante. Questi sono i temi davvero importanti. Complimenti Alfredo

  3. Giusepe Parisi scrive:

    OTTIMO, è necessario un dibattito aperto, che utilizzi la stessa semplicità di esposizione.
    Gli errori sono naturali nelle sviluppo sperimentale…li compie anche la natura…eppoi si trasformano, spesso, in un cambiamento migliorativo e positivo.

    Viva il cambiamento ciao Giuseppe Parisi

  4. TheStylist scrive:

    Articolo molto, molto bello.

    Forse l’unica speranza potrebbe essere quella di insegnare il fallimento già nelle scuole elementari, a protezione del delicato sviluppo psico-fisico dei futuri adulti.

  5. Stefano Gori scrive:

    Una bella riflessione;
    semplice, umana, vera.
    Mentre la leggi ti senti toccare al cuore
    come succede quando si ascoltano cose vere.
    Speriamo che dopo decenni di materialismo possa riaffiorare
    la cultura dell’attenzione, dell’ascolto, del rispetto, della bellezza
    e perchè no, dell’errore, dell’insuccesso e del fallimento.

  6. Nicoletta Daldanise scrive:

    Concordo, il fallimento non inficia il processo…

  7. discarded scrive:

    artist discarded ” partire dal fallimento”

  8. discarded scrive:

    http://Www.discarded.it.
    Del fallimento ne ho fatto il mio punto di forza

  9. Ottimo testo Alfredo,
    mi interessa molto il ragionamento e offre molti altri spunti davvero cruciali.
    Posto dalla “carta dei diritti personali” tre dei diritti a mio avviso centrali:
    4 – Tu hai il diritto di cambiare la tua opinione.
    5 – Tu hai il diritto di sbagliare e di assumertene la responsabilità.
    6 – Tu hai il diritto di dire: “Non so!”.
    :-)
    Silvia

  10. geafrost scrive:

    Per chi ama Foster Wallace

    http://youtu.be/mVzhhvCRTCo

  11. Angelov scrive:

    Si diceva: “Sbagliando s’impara” ed ancor prima: “Errare humanum est” certo ma se perseverare è diabolico, allora perché Repetita Iuvant? Forse il Fallimento va percepito come un Mezzo e non come un Fine in se stesso o addirittura una Fine. Per quanto riguarda il prof. Sgarbi, mi vien da pensare che sia l’unico Erudito al mondo che continui ad ostinarsi nel voler essere anche Popolare; come se la Popolarità dipendesse dagli stessi fattori che lo hanno spinto a diventare così Erudito Appunto. Tipico caso da Coperta Corta.

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