A Bassano del Grappa una mostra rilegge Segantini, artista europeo
La mostra di Bassano del Grappa smonta lo stereotipo che lo ritraeva come artista isolato e contestualizza le ricerche divisioniste e simboliste di Segantini nell'ambito europeo. Così, l’artista dialoga con il suo tempo, ma anche con il nostro
Per molto tempo la vicenda artistica e biografica di Giovanni Segantini (Arco, 1858 – Pontresina, 1899) è stata raccontata mettendo al centro la sua scelta di isolarsi dal mondo, ritirandosi tra le vette montuose come un asceta. Un mito peraltro alimentato dallo stesso artista, come sottolinea Barbara Guidi, direttrice del Museo Civico di Bassano del Grappa, che ha promosso una mostra tesa a ripercorrere le fasi principali della ricerca del pittore, collocandolo finalmente nel contesto delle più importanti correnti culturali degli ultimi tre decenni del Novecento.
Una mostra per togliere Segantini dall’isolamento
Segantini, infatti, attraversò quel periodo confrontandosi con i principali movimenti artistici dell’epoca, interessandosi delle scoperte ottiche e delle teorie delle luci colorate, riuscendo poi a elaborare un linguaggio pittorico allo stesso tempo concreto e visionario che ebbe non poca influenza tra i suoi contemporanei. La direttrice sottolinea inoltre come, in questo nostro tempo che avverte l’urgenza di ridefinire il rapporto tra Uomo e Natura, Segantini sia decisamente attuale: “La sua pittura ci consegna una visione nella quale il paesaggio naturale non è sfondo, ma protagonista; non cornice, ma sostanza viva e palpitante”, scrive Guidi.

La mostra di Bassano del Grappa
Trascorsi dieci anni dall’ultima monografica sul pittore, a Bassano si propone un percorso cronologico, curato da Niccolò D’Agati, che prende il via dagli esordi di Segantini a Milano, tra Scapigliatura e Naturalismo, presentando non solo ritratti e scene cittadine (compreso il finora inedito Vado a teatro), ma anche un nucleo di nature morte, tra cui spicca l’Oca appesa del 1881. Si approfondisce, quindi, il rapporto tra l’artista e Vittore Grubicy De Dragon, suo gallerista e amico sincero – fino a quanto non fu dimenticato dal suo protetto alla metà degli anni ’90 –, per poi illustrare a suon di capolavori le successive tappe compiute dal pittore. Nelle campagne della Brianza Segantini dipinse opere pastorali e fortemente poetiche, spesso dai toni scuri; quindi, l’artista si trasferì a Savognin, nel Cantone grigionese, e lì mise a punto una tecnica pittorica divisionista basata sulla “bellezza armonica”. Infine, trascorse gli ultimi anni della sua breve vita a Maloja, località svizzera in cui diede corpo a un “simbolismo naturalistico” nel quale natura e idea si fondono in un linguaggio inimitabile.
Confronti significativi per comprendere Segantini
Il progetto espositivo vanta molti pregi: si espongono infatti alcuni dipinti che non si vedevano da tanto tempo, in particolare la Ninetta del Verzée, esposta l’ultima volta nel 1956, oppure il Ritratto di Cesare Grubicy De Dragon e Sole d’autunno, recentemente acquistato dal Museo di Arco. Nuove indagini diagnostiche non invasive hanno inoltre hanno rivelato come la splendida Ave Maria a trasbordo nasconda una complessa stratificazione di stadi, alla pari di Ritorno dal bosco. Di particolare interesse è pure l’esposizione, accanto ai dipinti, dei relativi studi e disegni preparatori che consentono di comprendere l’elaborazione dell’idea da parte di Segantini e la sua successiva traduzione pittorica su tela. E, infine, per una corretta collocazione del protagonista nello scenario europeo del suo tempo, sono giunte al museo di Bassano alcune opere di artisti che hanno giocato un ruolo cruciale nella definizione dello stile del pittore nato ad Arco: il Musée d’Orsay ha concesso il prestito della pastorella di Jean-François Millet, mentre da varie istituzioni di Amsterdam provengono tre “seminatori”, rispettivamente dello stesso Millet, di Matthiijs Maris e di Vincent Van Gogh.
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Segantini in dialogo con un artista contemporaneo
Dedichiamo qualche riga anche all’allestimento, firmato dall’artista e fotografo italo-palestinese Mustafa Sabbagh (Amman, 1961) che ha raccontato in esclusiva ad Artribune la sua esperienza: “L’incarico è nato dalla pluriennale frequentazione con Barbara Guidi che ha sempre dimostrato interesse verso la mia produzione artistica, la mia sensibilità estetica e il mio approccio non esclusivamente tecnico agli allestimenti di mostra”. Sabbagh non è nuovo ai progetti di allestimento, tuttavia è la prima volta che si confronta con l’arte antica, alla quale si è avvicinato con assoluto rigore filologico e rispetto per la stratificazione del tempo. “Ho basato il mio approccio sull’esperienza visiva e sensoriale – spiega l’artista –, per valorizzare la ricerca sulla luce e il cromatismo divisionista. La maggior difficoltà, risolta grazie al dialogo costante con lo staff del Museo, è stata unire la spiritualità alpina delle opere esposte con l’architettura museale. Credo che gli aspetti più riusciti dell’allestimento siano la fluidità del percorso di visita e il modo in cui abbiamo lavorato sulla luce per mettere in risalto l’empirismo ottico di Segantini”.
Marta Santacatterina
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