Arte, paesaggio, cibo, archeologia in Arabia Saudita. AlUla vuole diventare la nuova meta del turismo culturale rigenerativo

Tra risorse naturali integrate nell'esperienza di lusso e nuovi hotel eco-sostenibili, l’antica oasi nel deserto saudita si candida a diventare una destinazione turistica basata sul patrimonio culturale

AlUla, l’antica oasi nel deserto arabico a un’ora e mezza di volo dalla capitale Riyadh, è la destinazione turistica per eccellenza su cui l’Arabia Saudita sta puntando, sia con eventi spettacolari come Desert X, sia con obiettivi di lungo periodo. Il turismo qui è nato solo 8 anni fa grazie alla cooperazione della Royal Commission for AlUla con la Francia, che ha costituito un’agenzia (AFALULA) per aiutarla a svilupparsi in questo campo e in quelli dell’economia e del sociale. Ma, rispetto ai vicini Emirati Arabi, dove il turismo culturale è effettivamente artificiale – in particolare a Dubai e Abu Dhabi, perché basato su mega-progetti ingegneristici e tecnologici come le isole costruite ad hoc – qui è di tipo rigenerativo. 

Questo perché AlUla è innanzitutto una città dalla storia millenaria: l’antico popolo di mercanti e costruttori dei Nabatei la resero celebre edificandovi Hegra, la loro seconda città per importanza dopo Petra, patrimonio mondiale dell’UNESCO con le sue oltre 100 tombe monumentali scavate nella roccia. E poi è una città viva, dove la popolazione autoctona è fatta soprattutto di agricoltori e artigiani (ci sono scuole che ne continuano la tradizione, dove i turisti vengono portati in tour) e dove c’è una strategia di sostenibilità alimentare, Oasis to Table, con la quale si incoraggia a produrre prodotti locali poi usati nei ristoranti e negli hotel della zona.

Il turismo culturale rigenerativo di AlUla

Quello che AlUla sta dunque portando avanti non è semplicemente un turismo sostenibile che mira a minimizzarne l’impatto negativo, ma di tipo rigenerativo perché punta a proteggere e a curare gli ecosistemi, mettendo la comunità al centro, con il coinvolgimento attivo dei residenti e, di conseguenza, con benefici diretti per l’economia locale. “La strategia è quella di sviluppare la destinazione basandoci sul patrimonio culturale”, spiega ad Artribune Gwénaëlle Delos, Tourism, Hospitality & Innovation Director per AFALULA. “Si tratta di scoprire lo straordinario patrimonio di AlUla, un museo vivente di affioramenti di arenaria, sviluppi storici e tombe ben conservate. Stiamo trasformando AlUla in una destinazione globale. È un viaggio straordinario. Stiamo dando potere ai residenti di AlUla attraverso formazione, istruzione e sviluppo delle competenze. Sono, infatti, previsti corsi di formazione per la popolazione locale in materia di guida, turismo e ospitalità, profumi, artigianato, sport, agricoltura. E implementiamo pratiche sostenibili per proteggere AlUla, pensando alle generazioni future. Tutto questo serve anche a creare posti di lavoro per la popolazione locale: si tratta di una strategia economica volta a dargli potere”.

La strategia alimentare “dall’oasi alla tavola” 

Un esempio concreto di questa strategia è la già citata formula “dall’oasi alla tavola”, dove selezionate aziende producono localmente frutta e verdura che vengono utilizzate nei ristoranti e negli hotel del posto. Una cultura alimentare resa possibile dalle ingegnose tecniche agricole avviate in antichità dal Regno Nabateo: attraverso qanat (canali sotterranei) e pozzi, i Nabatei svilupparono, infatti, una rete in grado di sostenere l’oasi, garantendo un approvvigionamento d’acqua costante, anche nei periodi di siccità. Tutto questo permette ancora oggi rigogliose coltivazioni di datteri, verdure e agrumi nell’oasi, apprezzate anche dal francese Alain Ducasse, uno degli chef pluristellati Michelin più rispettati e acclamati al mondo che ha aperto un ristorante pop-up nei pressi dell’antico sito storico di Jabal Ikmah (con le sue misteriose iscrizioni): dopo due edizioni di successo, ha deciso di ripeterlo fino al 21 febbraio. Un approccio, quello di privilegiare ingredienti di origine locale, che fa pensare al nostrano Slow Food, come riconosce non a caso l’italiana Silvia Barbone, Partnerships Executive Director della Royal Commission for AlUla: “L’obiettivo a lungo termine di AlUla di stabilire, coltivare e celebrare una scena culinaria che promuova ottimi prodotti locali e stimoli la nostra comunità a sostenere aziende agricole, fornitori e ristoranti locali ha molto in comune con gli obiettivi del movimento Slow Food italiano“.

La costruzione del mito di un’AlUla eco-friendly

Nella costruzione del mito di un’AlUla eco-friendly rientra anche l’utilizzo di pigmenti locali ricavati dalle pietre e dal know-how della Madrasa Adeera – la prima scuola artigianale per ragazze della regione, ora al centro di un ambizioso progetto di riqualificazione architettonica e culturale che la trasformerà in un vivace centro di arte e design – e dell’olio secco derivato dall’albero della moringa peregrina: viene usato nei prodotti di cortesia, che si possono trovare in alcuni hotel di Al-Ula e nelle boutique della Old Town (questo olio è venduto anche da Cartier). Ne sono un esempio resort di lusso, come Banyan Tree AlUla (noto per il suo approccio ecosostenibile) con le sue ville a forma di tenda nella valle di Ashar  o Shaden Resort (che utilizza prodotti biologici), dagli edifici integrati nell’ambiente naturale dei canyon, entrambi del gruppo francese Accor. A proposito di hotel, ne sono in costruzione due di nuova concezione: la catena statunitense Hyatt, che ha collaborato con la Royal Commission per AlUla per lanciare il suo primo hotel ad AlUla nei pressi del suo aeroporto, previsto per l’estate 2026; e il primo Autograph Collection Hotel Marriot della regione, che sorgerà nel 2027 di fronte all’AlUla Farmers Market, su progetto di GioForma, gli architetti italiani (insieme a Black Engineering) dietro l’iconico edificio specchiante Maraya, che hanno già realizzato sulle rovine della stazione ferroviaria l’hotel The Chedi Hegra: come lui, anche il nuovo albergo fonderà spazi interni ed esterni, integrandosi con il panorama.

Le partnership istituzionali tra AlUla e l’Italia

Di eccellenze italiane come gli studi di architettura GioForma e Black Engineering, abbonda AlUla, ma sembra che finalmente anche le istituzioni italiane, e non solo aziende private e professionisti del settore, stiano cogliendo in quest’area le opportunità economiche del suo piano di sviluppo, unendosi a celebri partner culturali e educativi di diversi Paesi: Francia su tutti (si è aperta in questi giorni la mostra Arduna con una parte della collezione del Centre Pompidou di Parigi in dialogo con opere di artisti sauditi, regionali e internazionali che anticipa il futuro museo d’arte contemporanea di AlUla, disegnato da Lina Gothmet e previsto nel 2030, oltre alla recente inaugurazione di Villa Hegra), e poi  Regno Unito, Cina. La recente visita del Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni ad AlUla ha, infatti, consolidato ulteriormente il partenariato italo-saudita, per segnare una nuova era di cooperazione culturale tra Paesi e destinazioni, con una visione condivisa. Negli ultimi anni la partnership si è sviluppata con molteplici iniziative, come l’accordo con Slow Food, il gemellaggio di AlUla con l’antica città di Matera e i legami con il Parco Archeologico di Pompei  e il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN).

Arte e cultura come bene infrastrutturale primario

Con un numero di turisti soprattutto locale (sono il 73%) che nel 2025 ha fatto 290mila presenze (l’obiettivo dichiarato è di raggiungere 1 milione nel 2030), di cui solo il 9% proviene dall’Europa, mentre la clientela numero uno è cinese, la seconda è statunitense, AlUla sta costruendo nell’area mediorientale un modello di turismo che non può non essere rigenerativo.  Dove lo sviluppo della destinazione turistica in direzione sostenibile, con progetti di ospitalità basati sul patrimonio culturale che ne possano supportare la conservazione e il coinvolgimento della comunità, ha la priorità su tutto. Proprio perché parte da una buona base che di fatto plasma l’offerta a fronte di ingenti investimenti governativi in arte contemporanea e cultura. Che, da settore accessorio, si trasformano in un bene infrastrutturale primario.

Claudia Giraud

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Claudia Giraud

Claudia Giraud

Nata a Torino, è laureata in storia dell’arte contemporanea presso il Dams di Torino, con una tesi sulla contaminazione culturale nella produzione pittorica degli anni '50 di Piero Ruggeri. Giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 2006, svolge attività giornalistica per testate…

Scopri di più