L’antropologo Mauro Francesco Minervino e la fotografa Giulia Ticozzi uniscono le forze per raccontare Reggio Calabria e lo Stretto di Messina, nuove destinazioni del nostro “Giro d’Italia” fra immagini e parole

Mesi fa ero a Londra per un convegno e un pomeriggio, in cui mi andava solo di andare a zonzo, ho comprato un vecchio numero di National Geographic, marzo 1940, su una bancarella di memorabilia e cianfrusaglie colorate in mezzo al bric-à-brac multietnico del Camden Antique Market. L’ho preso perché all’interno c’era pubblicata a tutta pagina una foto a colori che ritraeva un paesaggio del Sud Italia, in uno scorcio che sulle prime feci fatica a riconoscere. Adesso quell’immagine l’ho rifotografata e la tengo nel mio studio. È una foto scattata con perizia da paesaggista ed è intrisa di colori pastosi, scanditi da una luce netta che ne acuisce la bellezza scarna e struggente.
La didascalia in inglese dice che lo scatto di quell’anonimo fotografo immortala “Il passaggio dello Stretto di Messina dalla costa calabra”, la sponda di Reggio Calabria. In primo piano sullo sfondo della superficie marina spicca l’immagine insolita di un trasporto di grandi buoi bianchi dalle lunghe corna, imbarcati vivi e trattenuti sul ponte di un vecchio naviglio a vela – una grossa tartana o uno sciabecco. Quella foto immortala un’icona di quel paesaggio quasi senza tempo, praticamente lo stesso cronotopo che risale dall’età neolitica, proseguita dai fenici sino al Medioevo, e poi ritornata in auge proprio ai giorni dell’autarchia bellica, in un’Italia del Sud impoverita del regime di Mussolini.
Basterebbe stringere un po’ il campo e avremmo ancora davanti agli occhi un’immagine simile a quella delle navi troiane con Enea in fuga verso le sponde del Lazio, o l’avventura omerica di Ulisse che ascrisse questi stessi paraggi marini alla bellezza solare dei greci vittoriosi sui mostri Scilla e Cariddi.

Giulia Ticozzi, Nino, pescatore, Cannitello, Villa San Giovanni. Campagna fotografica The Third Island (2015) curata da Antonio Ottomanelli
Giulia Ticozzi, Nino, pescatore, Cannitello, Villa San Giovanni. Campagna fotografica The Third Island (2015) curata da Antonio Ottomanelli

LO STRETTO DI MESSINA IERI E OGGI

Il mare tra le due sponde di questo Sud è stato mito, lingua, letteratura, spazio e memoria. Qualche mese dopo lo scatto di quell’immagine, l’Italia fascista entrava nella catastrofe della Seconda Guerra Mondiale. Quello stesso passaggio dello Stretto divenne, il 4 ottobre 1943, la scena tragica in cui si consuma l’odissea minore patita dal marinaio ‘Ndrja Cambrìa narrata nell’Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo. Il traghettamento del protagonista tra i contrari della vita ha un valore simbolico e figurale. All’arrivo in Sicilia, ‘Ndrja troverà una terra stravolta, devastata dalla guerra, quasi irriconoscibile ai suoi occhi. Quattro giorni impiega ‘Ndrja per arrivare al paese delle femmine, che sarà l’inizio della sua fine, e per quattro giorni l’Orca si aggira nello “scill’e cariddi” prima di “riassommare” e andare incontro alla morte. Per il povero marinaio, alla fine del passaggio dello Stretto, non ci sarà un’altra Itaca da raggiungere. Dopo mille traversie sulle coste della Calabria, il “paese delle Femmine”, ‘Ndrja non arriverà due volte a passare dall’altra parte del mare per tornare a casa; mentre rema su una lancia in mezzo allo Stretto si avvicina a una enorme portaerei americana, la sentinella fa partire nel buio un colpo d’avvertimento che lo prende in mezzo agli occhi, uccidendolo sul colpo.

Giulia Ticozzi, Museo di Storia Naturale dello Stretto di Messina nel Mediterraneo, Villa San Giovanni. Campagna fotografica The Third Island (2015) curata da Antonio Ottomanelli
Giulia Ticozzi, Museo di Storia Naturale dello Stretto di Messina nel Mediterraneo, Villa San Giovanni. Campagna fotografica The Third Island (2015) curata da Antonio Ottomanelli

TRA CALABRIA E SICILIA

Adesso quaggiù, tra terra e mare, tra Reggio Calabria e Messina, si combatte un’altra guerra vorticosa, folle, vera e sommamente incivile. C’è l’ecatombe in mare dei migranti africani che affogano. E sulla terraferma quella domestica, finale, che si abbatte su questi paesaggi magnifici e su luoghi che nemmeno la guerra mondiale aveva oltraggiato così irrimediabilmente: è il cemento dei tempi di pace che disprezza la storia, il consumo per il consumo, l’abuso ininterrotto della bellezza e del bene comune da parte dei suoi stessi abitanti immemori; loro, noi, i veri invasori. In questo mare-mondo, che contiene l’origine e la fine di tutto, quel che un tempo era genesi oggi è apocalisse. In un’età in cui il mito dominante è quello di distruggere e rinnegare ciò che resta dei miti arcaici, solo la tragedia incalcolabile della perdita definitiva di questi luoghi, di queste vite e di questi paesaggi può essere. È il tema dell’impostura infinita che stiamo vivendo.

Mauro Francesco Minervino

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #64

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Mauro Francesco Minervino
Nato a Paola, in provincia di Cosenza, nel 1959, Mauro Francesco Minervino è un antropologo prestato alla letteratura. Vanta in effetti l’insegnamento di Antropogeografia ed Etnologia delle Culture Mediterranee al DAMS dell’Università degli Studi della Calabria. Ha anche svolto, in collaborazione con il Dipartimento di Italianistica dell’Università Attila Jozsef di Szeged (Ungheria), diverse ricerche nel campo professionale di competenza. Attualmente è Ordinario di Antropologia Culturale ed Etnologia nella Accademia di Belle Arti di Catanzaro. È autore di saggi e volumi pubblicati da diversi editori. Studioso di etnografia e di letteratura di viaggio, è impegnato in ricerche su minoranze (Rom, Arbresche, Ebrei) in Europa, su aspetti delle culture mediterranee nel processo di modernizzazione e fenomeni culturali collegati al turismo contemporaneo.