Cosa rende l’Italia un Paese unico al mondo? L’editoriale di Stefano Monti

L’Italia primeggia in cultura e turismo? Così si crede, ma nessuna classifica seria lo certifica. È giunto il momento di dare corpo alle dicerie.

Colosseo
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Nelle imprese, di solito, si fa una domanda: quali sono le caratteristiche distintive della tua organizzazione? Per quali motivi la tua società si distingue? Riversando queste domande sul nostro Paese, e facendo un esercizio di realtà, i risultati sono evidenti. Basti vedere come l’Italia si posiziona nelle numerose classifiche internazionali in merito a specifiche dimensioni della vita civile, culturale ed economica delle varie nazioni.

I NUMERI NON MENTONO

Nessuna impresa o brand italiano (a prescindere dalla proprietà) rientra nella Top 25 dei principali global brand per il 2018 (Interbrand) e nessun italiano è presente nella classifica dei Top 100 Venture Capitalist (CB Insights). Nessuna città italiana compare nella Best 25 nella classifica di ATKearney, così come nessuno dei nostri istituti di ricerca è nella classifica di Clarivate Analytics. L’Italia non compare nella Top 20 dei Paesi in cui la democrazia funziona meglio (Business Insider) e nessuna delle opere della Top 100 Contemporary Artworks è ad opera di artisti italiani né è stata venduta in Italia.
I dati, insomma, parlano chiaro e, per citare Silvestri: “Se grandezza ce n’è, non si riesce a vedere”.

GLI ITALIANI PRIMI

La condizione tuttavia non è catastrofica. Anzi. A ben vedere, è una grande opportunità. Perché ciò che ha maggiormente influito sul nostro rendimento è stata l’impressione che l’Italia avesse per definizione un fattore distintivo. Ora che questa convinzione appare in tutta la sua infondata arroganza, non resta altro che iniziare a costruire il nostro valore aggiunto.

Prima gli italiani, si ama dire durante questi mesi. È giunto dunque il momento che l’attuale esecutivo si impegni, sul serio, a fare in modo che gli italiani vengano prima.

È questa la più grande responsabilità della nostra classe dirigente. La gestione ordinaria, le piccole bagarre da giocatori del tavolo politico, strette di mani e tiri alla fune sul tavolo europeo, i redditucci di cittadinanza, il Carola-sì-Carola-no, possono pure animare il dibattito da bar nella stagione di pausa calcistica ma non cambieranno di certo l’attrattività del nostro Paese agli occhi di investitori domestici o internazionali. Non renderanno i nostri artisti indimenticabili né la nostra musica emozionante.
Prima gli italiani, si ama dire durante questi mesi. È giunto dunque il momento che l’attuale esecutivo si impegni, sul serio, a fare in modo che gli italiani vengano prima. Non nei dibattiti politici e nei salotti d’opinione, ma in queste classifiche.

IL PARLAMENTO NON È UN UFFICIO STAMPA

Da dove cominciare? In aiuto ci viene il FutureBrandIndex, secondo il quale l’Italia è cresciuta come brand a livello mondiale. Ed è cresciuta soprattutto per cultura e turismo. Certo, non la “nostra” cultura né tantomeno la nostra capacità di generare turismo. Ciononostante, i settori indicati rappresentano delle filiere produttive, in linea con gli sviluppi globali, che possono generare una forte capacità reddituale per il nostro Paese e possono generare valori aggiunti in molteplici dimensioni. Talenti non mancano: basta guardare gli italiani che all’estero ricoprono ruoli di prestigio.
Ciò che serve è, dunque, una volontà “politica” che riesca a far emergere le capacità, l’intuito, l’inclinazione all’innovazione che hanno da sempre contraddistinto il nostro popolo. Una “politica” che individui una priorità e che sia in grado di perseguirla, senza badare a quanto possa essere popolare su Facebook o Twitter.
Se confondiamo il parlamento con il suo ufficio stampa, non stupiamoci che il meglio del nostro Paese sia un cartellone pubblicitario.

– Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.