Da un fiume vicino a Machu Picchu emerge un altare Inca. 20 tonnellate, super decorato a intaglio

A trovarlo in Perù non un’equipe di archeologi, ma operai che lavoravano alla pulizia del fiume Vilcanota. 2,5 metri di lunghezza, un metro di altezza, è una rara testimonianza del culto Inca dell’acqua

Machu Picchu
Machu Picchu

Si tratta di una preziosa testimonianza storica del culto per l’acqua, registrata negli anni ’80 dallo storico Victor Angles Vargas“. Vi riferiamo spesso di scoperte archeologiche sensazionali, nei giorni scorsi ad esempio della grande piscina che – con giardini e sentieri immersi nel verde – abbelliva 2000 anni fa Petra, nel pieno del deserto della Giordania. E puntualmente vi rammentiamo i dettagli di chi quella scoperta l’ha fatta, equipe di studiosi e ricercatori spesso inviate da grandi università occidentali. Stavolta il caso è decisamente diverso: perché a sentirsi per una volta Indiana Jones sono stati un gruppo di lavoratori e operai stradali che stavano facendo pulizie lungo un fiume nel sud del Perù.

Machu Picchu
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FRA SPORCIZIA, ERBACCE E DETRITI
Fra sporcizia, erbacce e detriti, e fra l’emozione degli operai, dal letto del fiume Vilcanota, nella regione di Cusco, è infatti iniziata ad affiorare la grande massa di un altare Inca del peso di circa 20 tonnellate, di 2,5 metri di lunghezza e un metro di altezza. Preso in carico dagli archeologi del Dipartimento di Cultura di Cusco (DDC), una volta pulito da pietre, sabbia e terra depositati dal fiume, il pezzo pre-ispanico, una rara testimonianza del culto Inca dell’acqua risalente a una data a cavallo tra il 1200 e il 1500 d.C. ha rivelato dettagliate decorazioni a intaglio. Gli studiosi credono si tratti di un reperto che si credeva fosse stato distrutto 4 anni fa, durante i lavori di costruzione di una strada nella zona di Ollantaytambo, alle pendici della cittadella Inca di Machu Picchu.

Massimo Mattioli

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.