Se l’autore disconosce l’opera. Peter Doig trascinato in tribunale per decidere la paternità di un suo dipinto

Un pittore trascinato in tribunale per aver negato la paternità di un’opera. Lo scozzese Peter Doig, uno degli artisti più quotati al mondo, si sta difendendo nelle aule del tribunale di Chicago. Un caso più unico che raro

Il dipinto firmato Pete Doige
Il dipinto firmato Pete Doige

Nel tribunale di Chicago è in corso uno dei casi di attribuzione più strambi che la storia ricordi. Lo scozzese Peter Doig (Edimburgo, 1959), uno dei pittori più apprezzati e quotati al mondo, è stato denunciato da Robert Fletcher, ex poliziotto penitenziario, e dall’art dealer Robert Bartlow per aver strenuamente negato la paternità di un dipinto. La tela, un paesaggio desertico dallo stile naif realizzato nel 1976 e firmato “Pete Doige”, è stata acquistata da Fletcher quando lavorava come secondino nel carcere di Thunder Bay ad Ontario, in Canada, per la modica cifra di 100 dollari. Quando Bartlow ha cercato di vendere l’opera come un Doig, però, il pittore scozzese ha protestato violentemente, rifiutandosi di autenticarla e negando più volte di averla mai realizzata. Non solo: Doig nega anche di essere mai stato in carcere e di aver assunto LSD, come dichiara Fletcher. Insomma, la disputa non coinvolge soltanto la sua opera, ma anche la sua biografia, che rischia di venire stravolta se queste insinuazioni dovessero risultare vere.

Peter Doig
Peter Doig

DOIGE O DOIG?
I difensori del pittore, dal canto loro, dicono di aver trovato il vero “Pete Doige”, un pittore amatoriale morto nel 2012 ed effettivamente transitato per il penitenziario di Thunder Bay. Insomma, il mistero si infittisce. Ciò che risulta lampante, tuttavia, è la natura economica della disputa: se il dipinto fosse davvero un Doig varrebbe qualcosa come 6-8 milioni di dollari, contro ai 50mila del meno blasonato Doige. Se inoltre la causa dovesse dar torto all’artista, si stabilirebbe un precedente pericoloso: un autore ancora vivente sarebbe spogliato del suo diritto ad autenticare personalmente le opere, con effetti imprevedibili sul già controverso mercato dell’arte…

– Valentina Tanni

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016, Lubiana 2017). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Attualmente insegna Digital Art al Politecnico di Milano. Dal 2011 collabora con Artribune.

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