Copyright e autenticità: la Fondazione Richard Avedon contro gli stampatori del fotografo

Quando lo scatto non è firmato. La Fondazione Richard Avedon contro gli stampatori del grande fotografo: due storie controverse che evidenziano il problema del copyright

Richard Avedon in posa con uno dei ritratti della serie
Richard Avedon in posa con uno dei ritratti della serie "In The American West" (Jack Manning / New York Times)

Questa storia inizia nel 1979, quando l’Amon Carter Museum di Forth Worth in Texs commissiona a Richard Avedon quello che diventerà uno dei suoi ultimi grandi progetti, In the American West, una sorta di spaccato malinconico della provincia statunitense: un lavoro che dura cinque anni e viene pagato 500.000 dollari.
Sono 752 ritratti, scattati in bianco nero: a stamparli – in parte – è Ruedi Hofmann, uno dei collaboratori più stretti di Avedon in quel momento, tanto vicino al fotografo da potergli chiedere come pagamento una stampa firmata per ognuna delle foto a cui ha lavorato.

Richard Avedon al lavoro sul set di "In the American West" - foto di Laura Wison
Richard Avedon al lavoro sul set di “In the American West” – foto di Laura Wison

LA SERIE NON FIRMATA
In tutto sono 126, che – però – alla fine Avedon non firmerà mai e che ora la Avedon Foundation si rifiuta di autenticare, nonostante almeno due testimonianze avvalorino la posizione dello stampatore. La prima è quella di Laura Wilson, che proprio in quegli anni documentava il progetto quinquennale di Avedon, la seconda è quella di Norma Stevens – manager prima e direttrice poi della Fondazione – che aveva tentato anche una transazione per conto di quest’ultima offrendo ad Hofmann una stampa autenticata in cambio della sua serie non firmata.
Se è vero che Hofmann chiede una dichiarazione di veridicità per le sue foto per poterle vendere, appare altrettanto legittimo il dubbio espresso dalla Fondazione che si domanda perché lo stampatore negli anni successivi all’esecuzione di In the American West non abbia mai chiesto ad Avedon di firmare le foto, proprio come aveva promesso. Sotto, sotto, insomma, serpeggia un’accusa: che le foto siano false, o peggio che siano rubate.

UN LIBRO SCOMODO
A rendere più complessa la situazione c’è un contenzioso, ancora insoluto, che la Fondazione ha in corso con un altro collaboratore di Richard Avedon – Gideon Lewin – autore del libro Behind the Scenes With Richard Avedon. Il volume contiene un saggio non proprio edulcorato e una serie di foto dietro le quinte, sulle quali la Fondazione arranca un farraginoso esercizio di copyright, perché al tempo degli scatti, Lewin era un impiegato dello studio.
“Avedon non entrava mai nella camera oscura” scrive Lewin “Probabilmente non aveva più stampato una foto dal 1950”. Questi due casi, intrecciati all’opera di uno dei grandi maestri dell’immagine del XX secolo, insistono su una questione ancora aperta nella fotografia contemporanea, il complesso rapporto che c’è tra il fotografo e chi si occupa della lavorazione e dell’effettiva realizzazione del lavoro: vale per la fotografia vintage, per la stampa in camera oscura, come per la post produzione in digitale. Basta ricordare, ad esempio, l’episodio spiacevolissimo della foto cubana malamente ritoccato occorso a Steve McCurry in occasione della recente mostra ospitata alla Venaria Reale di Torino.

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