Angkor Wat? Era la più grande città del mondo, ancora tutta da scoprire. L’archeologia riscrive la storia dell’Oriente

Sono ancora da esplorare 22 chilometri quadrati di antico tessuto urbano sepolto nei secoli dalle foreste. Una città da un milione di abitanti in Cambogia

Il complesso dei templi di Angkor Wat (Cambogia)
Il complesso dei templi di Angkor Wat (Cambogia)

Il complesso dei templi di Angkor Wat, in Cambogia, faceva parte di quella che mille anni fa era la più grande città del mondo. Aveva qualcosa come un milione di abitanti e oltre ai monumentali edifici in pietra – Patrimonio dell’Umanità Unesco dal 1992 – aveva fiorenti giardini con dighe e complessi sistemi di irrigazione. Tutte notizie finora sconosciute, come i 22 chilometri quadrati di antico tessuto urbano sepolto nei secoli dalle foreste e ancora da esplorare, il doppio di quanto occupa oggi il complesso di Angkor. Notizie ora venute alla luce grazie a uno studio finanziato dal Consiglio europeo della ricerca e guidato dall’archeologo australiano Damian Evans, che ne ha pubblicati gli esiti sul Journal of Archaeological Science.

Il complesso dei templi di Angkor Wat (Cambogia)
Il complesso dei templi di Angkor Wat (Cambogia)

UNA CITTÀ GRANDE QUANTO PHNOM PENH, L’ATTUALE CAPITALE CAMBOGIANA
Dopo aver trovato nel 2012 una rete di centri urbani connessi all’antica capitale dell’impero Khmer, che raggiunse il suo massimo splendore nel XII secolo, e anche una città, Mahendraparvata, sepolta sotto il vicino monte Kulen, il team di archeologi ha ora acquisito questi sorprendenti dati scandagliando 1.900 chilometri quadrati di foresta grazie allta tecnologia chiamata Lidar, un laser pilotato da un elicottero. “Prima avevamo scoperto solo una parte: ora abbiamo un quadro completo, e siamo davanti a un sito di enormi dimensioni, paragonabili a quelle di Phnom Penh, l’attuale capitale cambogiana”, ha commentato Evans.

– Massimo Mattioli

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.