Il duo di artisti-architetti Gijs Van Vaerenbergh torna alla ribalta con Labyrinth. Un’installazione con cui in Belgio si celebrano i dieci anni del C-mine art centre a Genk: ecco le immagini

Quattro anni dopo il successo di Reading between the Lines, l’edificio per il culto completamente formato da lastre sottili da cui intravedere il paesaggio, divenuto simbolo della cittadina di Borgloon e balzato agli onori della cronaca ben oltre la stampa specializzata, arriva un nuovo progetto del duo Pieterjan Gijs e Arnout Van Vaerenbergh. Nati entrambi […]

Gijs Van Vaerenbergh, Labyrinth – an exhibition of boolean voids, Genk

Quattro anni dopo il successo di Reading between the Lines, l’edificio per il culto completamente formato da lastre sottili da cui intravedere il paesaggio, divenuto simbolo della cittadina di Borgloon e balzato agli onori della cronaca ben oltre la stampa specializzata, arriva un nuovo progetto del duo Pieterjan Gijs e Arnout Van Vaerenbergh. Nati entrambi nel 1983, i due proseguono la loro ricerca orientandosi oltre le categorie architettoniche distintive, dai ponti ai muri, dalle cupole alle porte di accesso alle città, sulle quali si erano concentrati in anni recenti.
Questa volta, con il supporto tecnico di Bollinger+Grohmann e contando sul sostegno esecutivo di Meuwes laswerken, si mettono alla prova con un archetipo, il labirinto appunto, riportandolo alla sua essenza. Formato da un chilometro di pareti, tutte ottenute a partire da lastre di acciaio di 5 millimetri di spessore, Labyrinth – an exhibition of boolean voids occupa uno spazio di 37,5 per 37, 5 metri nel cortile del centro C-mine, un complesso per attività culturali da oltre 800mila visitatori l’anno, realizzato in un sito minerario dismesso nelle Fiandre. Una sfera, un cilindro e un cono, tre figure anch’esse elementari dunque, erodono in specifici punti la compattezza della struttura, producendo variazioni nell’altezza, fissata per la maggior parte dei pannelli in 5 metri, e nella regolarità dei percorsi.
Così facendo, si intacca quell’ideale di costante ripetizione prospettica che nel labirinto classico disorienta e genera smarrimento: qui il visitatore spinge lo sguardo oltre il complesso che sta attraversando, inquadrandone talvolta porzioni minime talvolta sezioni più generose. Anche dall’esterno, spingendosi sulle torri dell’ex area mineraria e quindi oltre il perimetro del labirinto, l’installazione non si esaurisce, ma continua a rivelarsi con effetti visivi molto accattivanti: “Finally – come ha dichiarato il duo Gijs Van Vaerenbergh – the ascension of the mine shafts are included in the experience in order to create another interesting relationship with the environment”.

Valentina Silvestrini

http://www.gijsvanvaerenbergh.com/

 

 

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Valentina Silvestrini
Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito l'abilitazione professionale. Ha intrapreso il percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi presso studi di architettura e all’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero fino al 2011. Successivamente ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia" della Scuola Normale Superiore di Pisa e ha curato gli eventi e la comunicazione della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura, a Perugia. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Abitare, abitare.it, domusweb.it, Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa, Cosebelle Magazine e Sky Arte. Oltre all'architettura, ama i viaggi e ha una predilezione per l'Asia e il Medio Oriente.