La Biennale di Venezia sarà un elogio del comunismo a carico dello Stato? Così la pensa Stefano Zecchi che attacca Okwui Enwezor

Che la Biennale di Venezia prossima ventura curata da Okwui Enwezor avrà un impianto critico dalle sensibili connotazioni ideologiche è cosa abbastanza chiara a chi abbia letto gli statement, a chi abbia assistito alla presentazione ufficiale avvenuta a Ca’ Giustinian, e anche a chi conosca un po’ la storia culturale del curatore nigeriano. Semmai a […]

Stefano Zecchi
Stefano Zecchi

Che la Biennale di Venezia prossima ventura curata da Okwui Enwezor avrà un impianto critico dalle sensibili connotazioni ideologiche è cosa abbastanza chiara a chi abbia letto gli statement, a chi abbia assistito alla presentazione ufficiale avvenuta a Ca’ Giustinian, e anche a chi conosca un po’ la storia culturale del curatore nigeriano. Semmai a colpire è una specie di suo “pudore” nell’ammetterlo, il precipitarsi a smentire quanti – forse un po’ grossolanamente – gli fanno notare le molte inflessioni in quella direzione: un inconscio mettere le mani avanti quasi a prevenire le critiche a cui potrebbe essere soggetta una rassegna “politica”.
Ma da qui a parlare di “Elogio del comunismo a carico dello Stato” ci passa un Oceano, come quello che separa una critica non diciamo obbiettiva, ma quantomeno leggibile senza derive comiche, e le parole scritte sul tema da Stefano Zecchi. Già, perché è il professore di estetica evidentemente troppo spesso prestato al relativismo televisivo, a regalare su Panorama un’analisi pronta per gli annali: in quale sezione, è da decidere. Una rassegna che “mette al centro della sua programmazione letture di Marx, Lenin, Trotskij, Stalin e Gramsci” – ammesso che mettere vicini Trotskij e Stalin consenta un giudizio univoco, ma si vede che al prof è consentito – può seriamente diventare qualcosa che “usa i soldi dei contribuenti per esaltare la nostalgia di chi ha provocato il più grande massacro della storia”? Al Bar dello Sport – digiuni di estetica – produrrebbero una disamina più pregnante.
Questa è la visione serena ed ecumenica del filosofo Zecchi? Dobbiamo quindi cancellare in blocco tutto il Surrealismo, perché dichiarava diretta ispirazione al marxismo? E di conseguenza anche tutto il Futurismo, innegabilmente vicino al fascismo? E ancor peggio, professore, diamo per acquisita una lettura dell’arte – questa sì, degna del peggior marxismo – solo nella sua capacità di portare un messaggio, fregandocene delle sue qualità intrinseche, che ieri riscattarono Max Ernst dal “marxismo” e Umberto Boccioni dal “fascismo”? Vladimir Zhdanov la ringrazierebbe…

Massimo Mattioli

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.