Aspettando Tsibi Geva al Macro Testaccio. Una conversazione tra l’artista israeliano e la curatrice, Giorgia Calò: riflessioni tra pittura informale e scultura razionalista

Lui è uno tra i più importanti artisti israeliani contemporanei, la cui ricerca pittorica, pregna di influenze culturali diverse, si concentra su una figurazione protesa verso l’informale: paesaggi, architetture, frammenti urbani, diventano esplosioni cromatiche di raffinata bellezza. Tsibi Geva, dal 29 maggio al 30 settembre prossimi, sarà il protagonista di una personale romana, ospitata dal […]

Tsibi Geva, Black Raven, dittico, 2012, acrilico su tela, 178x240 cm, collezione privata

Lui è uno tra i più importanti artisti israeliani contemporanei, la cui ricerca pittorica, pregna di influenze culturali diverse, si concentra su una figurazione protesa verso l’informale: paesaggi, architetture, frammenti urbani, diventano esplosioni cromatiche di raffinata bellezza. Tsibi Geva, dal 29 maggio al 30 settembre prossimi, sarà il protagonista di una personale romana, ospitata dal Macro Testaccio: Recent and Early Works raccoglie circa trenta dipinti degli anni Ottanta e della sua ultima produzione, a cui si affiancano una grande installazione in ferro e un graffito site specific.
A fare da introduzione speciale alla mostra è questa conversazione inedita tra l’artista e Giorgia Calò, curatrice del progetto insieme a Barry Schwabsky.

Hai chiuso il 2013 con una mostra all’American University Museum di Washington DC che poi porterai nel 2015 al Mönchehaus Museum di Goslar, in Germania. Perché proprio l’Italia come terza tappa?
Dopo Washington le opere sarebbero comunque dovute arrivare in Europa, così mi è venuto in mente di inserire una tappa intermedia. La scelta non è casuale. In tutta la mia carriera ho avuto legami importanti con  l’Italia tra mostre, collezionisti ecc. Da giovane sono stato molto influenzato dalla Transavanguardia e dall’Arte Povera, in particolare da Mario Merz che visitò il mio studio in Israele nel Kibbutz Ein Shemer. Inoltre ho lavorato per molti anni con la gallerista Annina Nosei, che è di origini italiana. Ho partecipato anche in diverse mostre in Italia curate da Martina Corgnati. Esiste dunque un legame antico e profondo.

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Barry Schwabsky nel suo saggio scrive che nei tuoi quadri recenti tornano elementi che ricordano i tuoi quadri degli ultimi trent’anni, restituiti in una chiave diversa. Com’è cambiata la tua ricerca nel tempo?
Penso che come artista per gran parte della tua vita hai a che fare con immagini specifiche. La questione è come ti rapporti a queste immagini. Ad esempio, l’uccello che viene mostrato nei primi lavori c’è ancora adesso, ma in un contesto diverso. Prima erano molti uccelli che dominavano la scena, ora invece ne resta uno solo. Dunque non è l’immagine che è cambiata ma è la gerarchia tra le immagini ed il contesto, quindi anche il significato. Questo probabilmente è dovuto anche dall’uso di medium diversi: pittura, scultura, installazioni, object trouvé.

Una parte della mostra è dedicata a un’istallazione site-specific, i Lattices. Vedere queste sculture, costituite da griglie di ferro e pattern, che si avvicinano alle sperimentazioni moderniste col loro rigore geometrico e razionalista, crea un corto circuito rispetto alle tue tele informali, materiche, neoespressioniste. Come spieghi questa differenza stilistica?
Alcune persone hanno un’anima più conflittuale di altre. Il conflitto psicologico, sociopolitico e quello estetico, sono tre aspetti diversi della mia personalità. Se guardi i miei lavori sotto l’aspetto sociopolitico, vedrai come il conflitto è costantemente rappresentato: ho iniziato negli anni Ottanta, ad esempio, scrivendo i nomi dei villaggi arabi ma con i caratteri ebraici. Se invece lo guardi dal punto di vista estetico, puoi notare come il conflitto sia rappresentato dal contrasto tra espressionismo e razionalismo geometrico. Barnett Newman diceva che l’intera storia della pittura può essere rappresentata nella lotta tra caos e ordine. Questo è ciò che faccio nei miei lavori. Nella maggior parte dei miei dipinti, ad esempio, cerco di trovare un modo per organizzare il quadro, così che possa dare una rappresentazione della mia lotta interiore.

 

 

 

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Helga Marsala
Helga Marsala è critica d’arte, giornalista, editorialista culturale e curatrice. Insegna all’Accademia di Belle Arti di Palermo e di Roma (dove è stata anche responsabile dell’ufficio comunicazione). Collaboratrice da vent’anni anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo, fino al 2010, come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la testata culturale Artribune, dove ancora oggi lavora come editorialista, collaborando col team di direzione e operando come curatrice e project manager nel nuovo comparto aziendale Artribune Produzioni. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica, politica, costume, comunicazione, attualità e linguaggi creativi contemporanei. Presso Riso Museo d’Arte contemporanea della Sicilia è stata curatrice dell’Archivio S.A.C.S (Sportello Artisti Contemporanei Siciliani) e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti, prevalentemente presso spazi pubblici italiani, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. È stata membro di commissioni e giurie per premi/residenze d’ambito nazionale, riservati ad artisti. Dal 2018 al 2020 ha lavorato come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell’Assessore dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana.