L’addio di Suzy Shammah. La personale di Florian Slotawa inaugura la stagione autunnale ma chiude il percorso della galleria milanese. Il senso di una scelta difficile, nelle parole della gallerista

Spazi vuoti, disabitati, descritti da pochi elementi strutturali e immortalati in un bianco e nero algido, sintetico. Le foto di Florian Slotawa, sospese tra biografiamo, minimalismo e costruttivismo, raccontano i luoghi del suo suo quotidiano: il suo studio di Berlino, immortalato tra il 2009 e il 2012, come dimensione creativa e insieme oggetto della creazione […]

Florian Slotawa, Studio (Room 5 / Room 4), 2009, Gelatin silver print, 30,8 x 38,5 cm

Spazi vuoti, disabitati, descritti da pochi elementi strutturali e immortalati in un bianco e nero algido, sintetico. Le foto di Florian Slotawa, sospese tra biografiamo, minimalismo e costruttivismo, raccontano i luoghi del suo suo quotidiano: il suo studio di Berlino, immortalato tra il 2009 e il 2012, come dimensione creativa e insieme oggetto della creazione stessa. Oggi, questo ciclo di scatti, dal titolo Atelierfotos (Studio Photographs), trova posto presso gli ambienti della galleria milanese Suzy Shammah, ampliandoli, raddoppiandoli, intercettandoli, con una sovrapposizione di significati e prospettive. E a proposito di vuoti e di pieni, la personale dell’artista tedesco calza decisamente a pennello. Occasione non proprio allegra, in verità. Perché Suzy Shammah, dopo dieci anni di attività, chiude. E questa è la sua ultima mostra.
Stravolgimenti logistici, con  lo spazio operativo di Via San Fermo svuotato e deprivato delle sue funzioni organizzative, che accoglie le fotografie, mentre lo spazio espositivo di via Moscova è stato scelto per consentire a Slotawa di creare un’installazione site specific, sfruttado tutto il materiale proveniente dagli uffici e dai magazzini della galleria. Un rito, forse di commiato, forse di metabolizzazione dell’importante passaggio. E insieme anche un augurio, come sottolineato dalla galleria stessa, “per i destini di tutte le persone coinvolte negli anni”.

Suzy Shammah insieme al marito
Suzy Shammah insieme al marito

Una scelta drastica, che subito porta a pensare alla solita, deprimente, inamovibile condizione di crisi; o che magari, invece, indica solo un’inversione di percorso. Un commento lo abbiamo chiesto a lei, Susy Shammah, che senza drammatizzare e invitando a prendere questa mostra conclusiva per quel che è – “un gran finale, senza tristezza, vissuto sempicemente come un cambiamento” – alla fine ha aggiunto qualche nota: “È chiaro che la situazione non è sempice, per nessuno. Da due-tre anni le cose non vanno così bene, non come avrei sperato, voluto. Avere una galleria è impegnativo sotto tutti i punti di vista, hai grosse responsabilità nei confronti degli artisti, dei diepndenti, è tutto faticoso: devi mantenere una programmazione all’altezza, devi guadagnare molti soldi, devi promuovere, viaggiare in continuazione, essere attaccato al tuo blackberry di giorno e di notte… Ecco, forse non me la sento più, mi sono stufata“. Baracca “piccola ma impegnativa“, specifica, per un impegno che alla fine non portava i giusti frutti: “La crisi si sente e il supporto manca. Lo sappiamo tutti come vanno le cose, non si può fare una fattura, la gente è terrorizzata, vendere in Italia è difficile se non impossibile“. Tra economie bloccate, pressione fiscale altissima e un sistema che non aiuta il mercato dell’arte e la promozione della cultura, si fa presto a dire “mi arrendo”.
E dopo? Che farà Suzy Shammah? “Non lo so ancora, mi prendo un anno sabatico e intanto tengo uno dei due spazi. Vedremo. Certo l’amore per l’arte e per gli artisti resta, non è quello che mi stava rovinando la vita. E se fosse andata bene, questo è certo, non avrei mai chiuso“.
Nessuna tristezza, dice. Ma certo il sorriso non viene, a raccogiere queste storie. La lista delle gallerie che tirano già la saracinesca per difficoltà, continua a crescere. L’amore per l’arte non basta, ma si spera aiuti ad aguzzare l’ingegno e a cercare nuove strade. Nell’attesa che qualcosa cambi, prima o poi.

– Helga Marsala

www.suzyshammah.com

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Helga Marsala
Helga Marsala è critica d'arte, giornalista, editorialista culturale e curatrice. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è stata anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatorice dell’Archivio S.A.C.S (Sportello Artisti Contemporanei Siciliani) presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 al 2020 ha lavorato come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.