Addio a Roberto Daolio, critico e curatore protagonista del “miracolo” bolognese degli anni ’80 e ’90. E fra i primi a scommettere in Maurizio Cattelan

Nel giorno in cui il mondo dice addio a una studiosa come Margherita Hack, quasi a voler ristabilire una sorta di metafisico e macabro equilibrio fra scienza e creatività, ci troviamo a tributare l’ultimo saluto anche ad un raffinato storico e critico d’arte, Roberto Daolio. Un personaggio chiave negli sviluppi dell’arte contemporanea italiana negli ultimi […]

Roberto Daolio con Claudia Colasanti a Capri nel 2009
Roberto Daolio con Claudia Colasanti a Capri nel 2009

Nel giorno in cui il mondo dice addio a una studiosa come Margherita Hack, quasi a voler ristabilire una sorta di metafisico e macabro equilibrio fra scienza e creatività, ci troviamo a tributare l’ultimo saluto anche ad un raffinato storico e critico d’arte, Roberto Daolio. Un personaggio chiave negli sviluppi dell’arte contemporanea italiana negli ultimi decenni, anche se a volte un po’ in disparte per la sua scelta di non sposare fino in fondo certe dinamiche che vedevano prevalere la comunicazione e la commistione col mercato rispetto all’ispirazione e alla prospettiva. Eppure sono tanti gli artisti italiani oggi sugli scudi a dover ricordare lui fra i primi ad averli sostenuti e valorizzati.
Era nato nel 1948 a Correggio, ed aveva studiato laureandosi a Bologna, dove poi si era formato a contatto con Renato Barilli. Dagli anni ’70 sempre a Bologna è stato docente di Antropologia Culturale e Antropologia dell’Arte all’Accademia delle Belle Arti, legando intanto il suo nome alla scoperta e alla valorizzazione di tanti artisti allora esordienti, da Eva Marisaldi ad Alessandra Tesi, Diego Perrone, Stefania Galegati, Cuoghi e Corsello.
Tanta parte di questa attività portata avanti grazie al legame con la Galleria Neon e con Gino Gianuizzi, dove curò anche una fra le prime personali di Maurizio Cattelan, in anni in cui Bologna era uno dei maggiori centri propulsori di novità sulla scena nazionale, grazie anche all’attività di Francesca Alinovi. Con lei e Barilli Daolio inventò a fine anni ’70 la fondamentale Settimana della Performance, all’allora Museo d’Arte Moderna di Bologna. Difficile in questa sede ricordare anche solo le tappe principali della sua attività critica, curatoriale e saggistica, con collaborazioni del calibro di MoMA/PS1, Biennale di Venezia, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Fondazione Ratti. Fra gli ideatori del Premio Alinovi, recentemente si era impegnato nel progetto Little Constellation, che coinvolge artisti delle micro aree geografiche e dei piccoli Stati d’Europa, fra cui San Marino, Islanda, Cipro, Liechtenstein, Lussemburgo, Malta, Montenegro, Canton Ticino, Gibilterra, Isole Faroer.

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.