Quanto siamo stufi delle soprintendenze che ritengono di tutelare e che invece fan più danni della peste nera? Ad esempio a Milano, al Museo del Novecento…

E pensare che se la guardi ci vedi di tutto e di più. Le manifestazioni temporanee con allestimenti trash, il colore dei tendoni di quel verde sciatto, i videowall pubblicitari di qualche tempo fa, quel design così anni Ottanta delle entrate del metrò, e l’ostinato mood terzomondista delle edicole sotto i portici. Su tutto questo […]

La vista dai tavoli del ristorante Giacomo Arengario

E pensare che se la guardi ci vedi di tutto e di più. Le manifestazioni temporanee con allestimenti trash, il colore dei tendoni di quel verde sciatto, i videowall pubblicitari di qualche tempo fa, quel design così anni Ottanta delle entrate del metrò, e l’ostinato mood terzomondista delle edicole sotto i portici. Su tutto questo nulla quaestio, poi però se si vuole portare la gente a vivere un museo, che sulla piazza affaccia, servendo l’aperitivo e contribuendo così ad avvicinare spazi d’arte e pubblico, beh, apriti cielo… Di che stiamo parlando? Di Milano, di Piazza Duomo e dell’Arengario, dove da un po’ di mesi trova sede il Museo del Novecento. All’interno di quest’ultimo il reputato Giacomo ha allestito il ristorante e, in vista dell’estate, ha fatto richiesta per allargarsi sul terrazzo per permettere alla clientela di sorseggiare un meritato Franciacorta vista Cattedrale, dopo un’annata di duro lavoro e in vista dell’ancor più dura ripresa di settembre.
Niet, è stata la risposta della Soprintendenza meneghina ai Beni monumentali e paesaggistici. “Iniziativa inopportuna”. Ed è la solita storia. Si riconferma l’incapacità cronica di queste istituzioni di guardare al di là del proprio naso (tanto per parlar chiaro). Damen und Herren che bevono un drink su una terrazza possono turbare la quiete del Duomo? E di che quiete si tratterebbe, visto il contesto in cui, silente la Soprintendenza, il monumento viene tenuto? E questo preteso turbamento non potrebbe magari venir considerato in parte o del tutto risarcito dall’operazione didattica involontariamente sottesa al rito dell’happy hour, quando questo è consumato non nei peggiori bar di Via Magenta ma dentro ad un nuovo museo?
Delle centinaia di persone che avrebbero frequentato l’inedito bar, anche se solo una su dieci fosse stata colta da curiosità recandosi il giorno seguente a visitare le sale del Museo del Novecento, quanto nuovo potenziale pubblico si sarebbe creato? Con quali conseguenze positive? Riflessioni che non importano un fico secco alla Soprintendenza di Milano come a qualsiasi altra Soprintendenza d’Italia. Tanto il conto dei danni che questo approccio comporta lo paga il paese, lo pagano gli imprenditori privati, lo pagano i turisti, lo paga l’erario, lo pagano infine i beni culturali stessi. Nell’unico stato al mondo dove un terrazzo inutilizzato e abbandonato è sinonimo di un terrazzo tutelato…

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Artribune è una piattaforma di contenuti e servizi dedicata all’arte e alla cultura contemporanea, nata nel 2011 grazie all’esperienza decennale nel campo dell’editoria, del giornalismo e delle nuove tecnologie.