The Plastic Bag Store. Il supermercato d’artista di Robin Frohardt

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Un negozio che vende solo prodotti realizzati in plastica, usando sacchetti e altri materiali di scarto. L’ha inventato Robin Frohardt e sta girando l’America. Una riflessione ironica e amara sul consumismo e le sue derive.

A Los Angeles il 30 giugno ha aperto un negozio dove in apparenza tutto sembra esattamente come ci si aspetterebbe in un classico grocery store americano: prodotti in scatola, frigoriferi pieni di bibite, reparto gastronomia, pescheria, fiori. Ma qui niente è quel che sembra perché tutto in questo negozio è fatto di plastica. The Plastic Bag Store è un’installazione dell’artista Robin Frohardt che, partita da New York lo scorso autunno, in febbraio ha fatto tappa in Australia e ora, fino all’11 luglio, viene presentata dal Center for Art of Performance della UCLA, nell’art district di Los Angeles.
Si tratta della riproduzione di un negozio di alimentari dove ogni singolo prodotto è realizzato con sacchetti per la spesa e altri rifiuti in plastica. All’interno, il pubblico esplora spazi e oggetti fino a che viene invitato a sedersi per assistere alla proiezione di un’opera video che, interagendo con lo spazio, attori ed elementi dell’installazione, trasforma il negozio in un teatro dove va in scena una storia raccontata con marionette, giochi di ombre e fantasiose scenografie, che va dall’antichità a un futuro post-atomico. Il lavoro parla di consumismo e di come le enormi quantità di plastica che produciamo, consumiamo e scartiamo potrebbero finire per sopravvivere alla nostra civiltà e trasformarsi in misteriosi reperti per le civiltà future.

Robin Frohardt, Plastic Bag Store - Photos by Maria Baranova-Suzuki Photos by Maria Baranova-Suzuki
Robin Frohardt, Plastic Bag Store – Photos by Maria Baranova-Suzuki Photos by Maria Baranova-Suzuki

L’ARTISTA. CHI È ROBIN FROHARDT

Robin Frohardt ha una lunga storia con i materiali di riuso e con il teatro di marionette. Entrambe sono passioni e pratiche acquisite quando viveva e studiava a San Francisco. Qui l’artista vide uno spettacolo di marionette per adulti tratto da un testo di Bukowsky e ne rimase colpita e affascinata. “Avevo studiato pittura”, ci ha raccontato, “ma non sapevo mai cosa dipingere, volevo fare performance ma mi piaceva anche scrivere: nelle marionette ha trovato un modo per mettere tutte queste pratiche artistiche insieme”. Animare pupazzi è anche uno strumento di storytelling “forgiving”, ci ha detto ancora l’artista, nel senso che non richiede perfezione: “anche le marionette più semplici, fatte con ceppi di legno e poco più, sono divertenti e stimolano reazioni coinvolgenti e una connessione con il pubblico che proietta le proprie emozioni sui pupazzi. Loro non hanno emozioni, quello che ci vedi glielo stai attribuendo tu. Un attore è comunque una persona che puoi trovare bella, brava o meno. La marionetta è completamente e totalmente quel personaggio, è la storia che racconta e così produce una maggiore identificazione del pubblico”.

IL RIUSO DI MATERIALI E OGGETTI TROVATI

Per realizzare le sue marionette, l’artista scolpisce e modella i volti, ma per tutto il resto usa quanto più possibile materiale di scarto e oggetti trovati. La sua è stata una scelta funzionale, nata dalla necessità di trovare materiali largamente disponibili e a costo zero. Così, collaborando con il Cardboard Institute of Technology di Chicago, anni fa aveva iniziato a usare vecchi scatoloni per le tante sue opere fatte in cartone. Ma Frohardt ammette anche di avere una certa fascinazione per i rifiuti. Ne è prova il suo Dumpster Monster, un gigantesco mostro di spazzatura che esplode da un cassonetto, nato inizialmente in forma di marionetta come parte del lavoro The Pigeoning e poi trasformato in un’installazione e performance in scala reale in cui il mostro attacca i passanti che poi devono lottare per farlo tornare nel cassonetto. Realizzato inizialmente per un festival nel 2014, ora il Dumpster Monster sta accompagnando il Plastic Bag Store in tourneè.
Dopo la tappa di Los Angeles lo store continuerà a viaggiare per gli Stati Uniti, anche se date ufficiali non state ancora annunciate. La pandemia ha avuto un ruolo importante nella possibilità di portare in giro l’installazione. The Plastic Bag Store doveva infatti inizialmente aprire il 18 marzo 2020, a Times Square, New York, luogo in cui l’artista, che oggi vive a Brooklyn, aveva immaginato l’installazione fin da quando l’aveva concepita nel 2012. Ma, dopo una prova generale, era scattato il lockdown e l’installazione si era ritrovata in una città deserta e inquietante, un po’ come il mondo del futuro raccontato nel Plastic Bag Store. A quel punto non era chiaro se e quando il lavoro sarebbe potuto andare in scena con la performance dal vivo e così l’artista ha deciso di trasformare lo spettacolo in un film.

Robin Frohardt, Plastic Bag Store - Photos by Maria Baranova-Suzuki Photos by Maria Baranova-Suzuki
Robin Frohardt, Plastic Bag Store – Photos by Maria Baranova-Suzuki Photos by Maria Baranova-Suzuki

 

DA NEW YORK A LOS ANGELES

In quel format, quando in autunno i contagi negli Stati Uniti erano in calo, l’installazione ha aperto le porte ai visitatori newyorchesi, presentata da Times Square Arts. “Siamo riusciti a presentare il film in un modo simile a quello in cui era stato inizialmente concepito lo spettacolo, usando lo spazio in modo immersivo, con stanze nascoste e il pubblico che esplora. Quindi la sensazione è quella di un evento live”, ha spiegato l’artista. Nella trasformazione da spettacolo dal vivo a progetto cinematografico, l’installazione si è alleggerita ed è diventato più facile spostarla da una città all’altra. “Inizialmente pensavamo che a Los Angeles sarebbe stato soltanto proiettato il film che, tra l’altro è stato commissionato dal CAP della UCLA, ma poi qualcuno ci ha messo a disposizione un locale e così siamo riusciti a portare tutta l’installazione”.
Il negozio di Los Angeles non è identico a quello di New York, non solo perché lo spazio è diverso ma anche perché l’artista cerca di produrre quanto più possibile sul posto, evitando di far viaggiare troppo materiale: “ci sforziamo di rendere la nostra produzione più ecologica possibile, ma non siamo certo senza peccato”. Con questa consapevolezza in mente, Robin Frohardt non fa prediche a nessuno, anche se il lavoro ha dietro un chiaro messaggio ambientale. “Il mio è un modo per affrontare questi temi con umorismo, un modo per ridere di noi stessi perché credo che sia possibile coinvolgere le persone attraverso l’ironia e l’intrattenimento”.

– Maurita Cardone

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.