Game of the Year. Il primo documentario sulla scena videoludica italiana

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Una clip tratta da “Game of the Year”, diretto da Alessandro Redaelli e premiato come miglior film italiano al Biografilm Festival 2021. Un viaggio nel mondo del videogioco visto attraverso gli occhi di chi ci lavora…

Dopo il successo del suo documentario d’osservazione Funeralopolis – A Suburban Portrait, incentrato sull’esperienza della tossicodipendenza, il regista Alessandro Redaelli, sempre insieme a Ruggero Melis e Daniele Fagone, ha realizzato il primo documentario cinematografico sulla scena videoludica italiana, Game of the Year, prodotto da Withstand Film e vincitore come miglior film italiano al Biografilm Festival 2021.
Il titolo è un riferimento agli ambiti titoli di “gioco dell’anno” che eventi e testate assegnano e che poi finiscono sulle copertine dei videogiochi vincitori e diventano l’occasione per realizzare nuove edizioni di tali opere. Ma Game of the Year è in molti aspetti lontanissimo da quello che ci aspetteremmo da un documentario celebrativo sul videogioco: il titolo stesso è stilizzato con un carattere grafico che richiama la scrittura in corsivo e non il videogioco e la sua pixel art (la grafica con pixel chiaramente distinguibili). La narrazione è frammentata, gli autori non intervengono mai negli eventi, preferendo un approccio da “mosca sul muro”, l’osservazione di situazioni riprese lungo 18 mesi. Le inquadrature sono fisse, a cavalletto, quasi da fiction, spesso incentrate su dettagli, su volti che palesano o cercano malamente di celare dubbi e conflitti. I videogiochi vengono mostrati pochissimo: l’attenzione è interamente dedicata a chi i videogiochi li fa e a chi con i videogiochi lavora.

Game of the Year di Alessandro Redaelli, prodotto da Withstand (locandina)

CONTENT CREATOR, SVILUPPATORI E GIOCATORI PROFESSIONISTI

Ci sono i content creator Michele “Sabaku no Maiku” Poggi (noto soprattutto come YouTuber), ormai oggetto di un vero culto della personalità, Mattia “Attrix” Attrice, uno dei più grandi talenti del mondo dello streaming italiano, e Alena “Ciaomia” Zueva, che prova a emergere come streamer insieme al manager e marito Alessandro Allocco. Ci sono i giocatori professionisti Simone “N0cs” Rosi, che improvvisamente si trova senza squadra e a un bivio nella sua carriera, e Riccardo “Reynor” Romiti, che dopo la fine delle riprese ha vinto il titolo mondiale nel videogioco Starcraft 2 di Blizzard Entertainment. E ci sono tre studi di sviluppo: Yonder (il game designer Giuseppe Mancini e l’artista Francesca Zacchìa) di Hell is Others, Morbidware (lo sceneggiatore Matteo Corradini, noto anche per il suo lavoro nel collettivo comico The Pills, e il game designer Diego Sacchetti) di The Textorcist: The Story of Ray Bibbia e Kibou (il game designer Simone Granata, il direttore artistico Davide Isimbaldi e la producer Antonella Bovino) di Blood Opera: Crescendo.

Game of the Year di Alessandro Redaelli, prodotto da Withstand

IL VIDEOGIOCO COME FORMA ESPRESSIVA

Game of the Year non è neanche l’ennesima opera che cerca di convincere qualcuno che “il videogioco è arte” o che “il videogioco è una cosa seria” sciorinando una serie di cifre appositamente scelte per dimostrare la supremazia economica di questo medium tra le varie industrie dell’intrattenimento. Anzi, il documentario sembra esplicitamente opporre a questo approccio una dimensione più intima, personale e mediocre. Un mondo dove il videogioco è una forma d’espressione e la vittoria a un importante torneo internazionale diventa l’occasione per ottenere dai genitori una nuova camera da letto. La grande industria resta uno sfondo indistinto, come se stessimo guardando da vicino la vita del plancton e ci perdessimo i movimenti delle grandi correnti oceaniche.
È un taglio molto parziale e ha i suoi svantaggi, ma permette a chi già conosce il contesto generale di scoprire i personaggi del documentario da punti di vista da cui non vengono solitamente raccontati, e che mette di fronte a chi questo contesto non lo conosce conflitti e situazioni immediatamente riconoscibili. In Game of the Year, chi sviluppa videogiochi vive la precarietà di qualsiasi artista, chi li usa come base delle sue performance su Twitch o li racconta su YouTube vive le incertezze di qualsiasi persona che lavori nello spettacolo, e chi si inserisce nei loro percorsi competitivi vive i successi e i fallimenti di qualsiasi atleta. L’arte del videogioco raccontata attraverso le sue maestranze.

– Matteo Lupetti

www.withstandfilm.com

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Matteo Lupetti
Diplomato in Fumetto alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze nel 2010, gestisce il collettivo di fumettisti indipendenti Gravure e scrive di videogiochi per varie testate italiane ed estere. È diplomato in sommelerie all’interno dell’associazione FISAR ed è direttore artistico del festival di narrazioni di realtà CreteCon.