Refik Anadol (Istanbul, 1985), artista multimediale nonché ricercatore e docente presso il Dipartimento di Design Media Arts dell’UCLA di Los Angeles, ha concluso lo scorso 10 marzo la sua mostra personale Melting Memories presso gli spazi della Pilevneli Gallery di Istanbul. Grazie all’utilizzo di uno speciale casco indossabile e ad alcuni esperimenti condotti presso il Neuroscape Laboratory dell’Università della California, a San Francisco, l’artista è riuscito a raccogliere grosse quantità di dati che, attraverso la traduzione in algoritmi, sono diventate la dimostrazione visiva di come il cervello riesca a memorizzare i ricordi. Le informazioni accumulate da un elettroencefalogramma in grado di misurare i cambiamenti nell’attività delle onde cerebrali, sulla base di meccanismi neurali del controllo cognitivo, hanno fornito le prove concrete di come il cervello funzioni nel tempo.

VISUALIZZARE L’INVISIBILE

Utilizzando una parete multimediale LED alta circa cinque metri e una schiuma rigida fresata tramite macchine a controllo numerico, Anadol è riuscito a realizzare qualcosa che ha dell’incredibile. L’impatto visivo delle altre opere esposte è a dir poco eccezionale: i lavori sovrastano lo spettatore mostrando una serie di forme in costante movimento che, susseguendosi sulla superficie del supporto, ricordano l’infrangersi delle onde marine, lo sgretolamento di costruzioni di sabbia e lo sbocciare dei fiori.
Le forme rappresentate, che possono riportare alla mente tanto le sinuose architetture di Frank Gehry quanto gli approcci all’arte programmata del Gruppo T (in particolar modo di Davide Boriani) manifestano in realtà il tentativo inarrestabile di rendere sempre più visibile ciò che solitamente non si può vedere. Questo tipo di attitudine, mista a una fitta relazione con le nuove scoperte in ambito neuroscientifico, è sempre più spesso protagonista nelle ultime tendenze dell’arte contemporanea che, giusto per rimanere nell’ambito delle sperimentazioni italiane, possono essere rintracciate nel modus operandi di un artista come Matteo Nasini.

– Valerio Veneruso

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Valerio Veneruso
Esploratore visivo nato a Napoli nel 1984. Si occupa, sia come artista che come curatore indipendente, dell’impatto delle immagini nella società contemporanea e di tutto ciò che è legato alla sperimentazione audiovideo.
Tra le mostre recenti alle quali ha partecipato: Multipli e Unici (Edicola Radetzky, Milano, a cura di REPLICA, 2019), VI Biennale di Incisione e Grafica Contemporanea (Galleria Civica dei Musei di Bassano del Grappa, 2019), Settima edizione del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee (Villa Brandolini, Pieve di Soligo, a cura di Carlo Sala, 2018). 
Tra le principali esperienze curatoriali: le mostre collettive Le conseguenze dell’errore (TRA Treviso Ricerca Arte, 2019) e L’occhio tagliato (Casa Capra, Schio, 2018), il workshop L’occhio tagliato – il potere della manipolazione dell’immagine nell’era contemporanea (Circolo cinematografico The Last Tycoon, Padova, 2016), il ciclo di incontri TorchioTalks – Dialoghi tra arte grafica e arte contemporanea e la relativa esposizione collettiva TorchioFolks, (atelier Palazzo Carminati della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, 2015/2016). È inoltre fondatore, insieme a Davide Spillari, del progetto editoriale BANANE FANZINE e co-curatore delle prime due edizioni del festival di arti interattive Toolkit Festival (Venezia, 2011 – 2012).
Collabora con Kabul Magazine e NOT. Attualmente vive tra Torino e il web.