La Cina è lontana. Al di là dei Chen Zen e degli Ai Wei Wei, che ci hanno abituato a un’arte cinese al maschile e dedita al rapporto con la tradizione, con intenti contestatari e fondata su messaggi universali, bisogna riconoscere il fatto che ancora poco conosciamo l’arte di un mondo che resta protetto da una Grande Muraglia culturale prima ancora che fisica.
L’ultima Biennale di Venezia, che chiude i battenti in questi giorni, ha dato occasione di conoscere un’artista cinese donna, la prima critica-artista cinese donna dicono le cronache, capace di affermarsi come teorica riconosciuta tra Los Angeles e Taiwan, dama delle istituzioni culturali di Shanghai e oggi, all’età della pensione, anche artista dotata di una propria estetica con la quale cerca di scalare il mondo dell’arte. Si chiama Victoria Lu e Animamix, il termine che ha coniato, è ciò con cui lancia la sfida all’arte occidentale del XX secolo. Animamix indica il suo desiderio di trasformare la realtà in un cartone animato, o qualcosa del genere, invece di usare l’animazione (che oggi prevede gli emoticon più che il Superman da cui partì Andy Warhol) come un antidoto alla durezza della realtà e alla freddezza emotiva dell’arte concettuale.

LARGO ALL’ORIENTE

Victoria Lu è determinata e considerata una donna di potere in patria. Ha fondato una Biennale di Animamix che si svolge a Shanghai da un decennio ma anche ad Hong Kong, Taiwan e Corea. Raccoglie l’arte che si usa come forma espressiva lo stile o le icone dei comix (per noi il modello è la pittura manga di Takeshi Murakami) con cui gli artisti asiatici si appropriano delle intuizioni dalla pop art di Andy Warhol e Roy Lichtenstein. Victoria Lu è convinta che questi maestri occidentali abbiano fatto il proprio secolo, ma che il XXI sarà guidato dalla creatività asiatica e cinese, proprio sotto l’egida di questa estetica che lei vede, o auspica, possa diventare un antidoto efficace contro la koinè concettuale esportata ovunque dagli artisti occidentali. Le ambizioni sono alte, ma c’è un candore in questa donna che danza su un jingle cinese che inneggia alla Belle vie, la bella vita, seguita da alcune decine di persone che raccolgono il testimone di una pratica che in Cina è sempre più popolare: una danza-ginnastica che soprattutto le donne, giovani e anziane, praticano nei parchi e in luoghi pubblici.
Lu porta questa tradizione nel campo dell’arte e presenta queste performance durante festival ed eventi artistici internazionali. Il suo candore dinoccolato è quello di un’artista donna cresciuta in un mondo, quello della Cina pre-boom, nel quale le bimbe nate nelle campagne in famiglie povere e numerose potevano venire uccise perché considerate inutili per il lavoro e oltremodo dispendiose. Ciò mette in chiaro come la questione di genere resti aperta in ogni parte del mondo, in modi anche molto diversi, e Victoria Lu rappresenta una parte di mondo importante dove queste tematiche hanno ancora molto da rivelare.

– Nicola Davide Angerame

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  • angelo

    A parte questa patetica vecchietta che pargoleggia, plasmatasi alla scuola dell’arte contemporanea americana e che, ahimè, oggi in Cina pare essere anche una autorevole critica/curatrice/catedrattica (si fa per dire), con la responsabilità di condizionare le nuove generazioni di artisti … fa specie vedere così bistrattata una cultura multimillenaria, come quella cinese, dai cinesi stessi. Una cultura profonda, complessa, orgogliosa… Al di là di tutte le futili razionalizzazioni retoriche dei cosiddetti critici (capaci di trovare giustificazioni per tutto il peggio), ecco come appare degradato oggi un patrimonio che dovrebbe essere rispettato e tutelato in nome di tutta la umanità… Alleluja! Va tutto bene madama la marchesa…