Le opere d’arte più famose del mondo sono, da sempre, quelle più riprodotte. Prima si faceva attraverso copie dipinte, litografie e disegni, poi sono arrivate le fotografie e i video. La riproducibilità tecnica, teorizzata da Walter Benjamin nel 1936, ha cambiato per sempre lo status dell’opera d’arte, trasformandola da oggetto unico e irripetibile, esperibile solo nell’hic et nunc (qui ed ora), a immagine capace di circolare per il mondo slegata dall’oggetto, superando le barriere spazio-temporali.

ARTE O INTRATTENIMENTO?

In questo video, prodotto dal magazine americano Wired, si esplorano due casi di esposizioni pensate apposta per essere fotografate, offrendo la scenografia perfetta per selfie e ritratti di gruppo su Instagram. Si tratta della Color Factory di San Francisco e dell’Ice Cream Museum di Los Angeles, due mostre pop-up che stanno riscuotendo un gran successo negli ultimi mesi, invadendo i social network di scatti coloratissimi. Ma si tratta davvero di arte, si chiede la giornalista di Wired? La risposta dei curatori delle due mostre è evasiva: quello che conta, dicono, è divertire le persone, offrendogli delle esperienze mai provate prima. In un’epoca in cui anche i musei blasonati ospitano spesso installazioni monumentali dal carattere ludico – pensiamo ad artisti come Carsten Holler, Yayoi Kusama e Superflex – diventa sempre più difficile distinguere la sfera dell’arte da quella dell’intrattenimento. Ammesso che la differenza sia ancora rilevante…

– Valentina Tanni

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016, Lubiana 2017). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Attualmente insegna Digital Art al Politecnico di Milano. Dal 2011 collabora con Artribune.
  • http://www.athanor-arte.com Domenico Ghin

    Arte o intrattenimento ? Giustamente la domanda è posta in questi termini. Se l’arte ha come obiettivo quello di divertire le persone come sostengono quei curatori, allora l’arte diventa inequivocabilmente intrattenimento. Ma siamo sicuri che la sua funzione sia questa ? Non è forse la funzione dell’arte quella di turbare invece le persone, di portare le persone in un stato di sospensione continuo in cui le domande senza possibilità di soluzione sono spesso e quasi sempre una costante, un proprio segno inconfondibile ?

    • StefanoDiMilano

      Caro domenico, l’arte invece è proprio questo. perché l’arte è, da sempre, la celebrazione dello zeitgeist di un epoca. Lo è stata l’arte classica per i miti, l’arte sacra con la religione, l’arte moderna con l’umanesimo, l’arte d’avanguardia etc. lo sono state le opere concettuali nell’era della semiotica e le opere politicizzate del 68 e post 68, l’era dell’egemonia culturale della sinistra. Oggi, nell’era più frivola della storia, superficiale, globale e pseudo social, incentrata su un presente senza storia né futuro, l’arte è questo: superficiale arte globale senza identità, fatta per essere fruita in un dato momento e lasciare alla storia poco più che un selfie digitale.

      • http://www.athanor-arte.com Domenico Ghin

        Perfettamente d’accordo, infatti non ho negato che l’arte oggi sia questa, l’arte è sicuramente lo zeitgeist del proprio tempo come lo è stato lungo il suo arco temporale fin dalle sue origini, ma lo è stato da protagonista attiva che ha saputo dialogare con il suo tempo e, soprattutto, oltre il suo tempo preservando intatto quell’alone di mistero, di magia. Oggi il problema è un altro : è il tempo in cui è concepita che la determina, la delimita, la circoscrive, la schiaccia ossessivamente entro i confini del quotidiano privandola della sua funzione . Tutto è successo nel giro di qualche decina di anni, se per esempio la Pop Art aveva anticipato ( anticipare un’altra fondamentale prerogativa dell’arte ) il valore culturale dell’oggetto/segno della società dei consumi creando una nuovo immaginario collettivo, il rapporto oggi si è completamente ribaltato : è la società dei consumi a determinare l’arte. L’intrattenimento infatti è una funzione strettamente connessa al sistema anzi è il perno fondamentale su cui gira e si fonda il sistema dei consumi . L’arte perseguendo questa funzione non fa altro che conformarsi al sistema, assecondandolo .