L’ACCADEMIA DI FRANCIA A ROMA. TRE SECOLI D’ECCELLENZA
Una storia lunga 350 anni. Di passione creativa e impegno intellettuale, di orgoglio nazionale e investimenti in cultura. L’Accademia di Francia a Roma nasceva tre secoli e mezzo e fa, con lo scopo di ospitare i vincitori del Prix de Rome e gli artisti protetti dalla nobiltà francese, arrivati a Roma per un periodo di formazione. Era il 1666 e Re Luigi XIV decideva di inaugurare questo straordinario avamposto francese nella Capitale della cultura classica, meta prediletta dei grand tour di giovani aristocratici, artisti, romanzieri, poeti, studiosi.
Dopo aver occupato diverse sedi – dalla Chiesa di Sant’Onofrio sul Gianicolo a Palazzo Caffarelli, da Palazzo Capranica a Palazzo Mancini – l’Accademia nel 1803 ha trovato il proprio luogo d’elezione nei regali spazi di Villa Medici, per volontà di Napoleone Bonaparte. Il nuovo, definitivo trasloco inaugurava una stagione di soggiorni eccellenti: giovani pittori, scultori, architetti e musicisti di talento hanno vissuto e lavorato qui, cercando ispirazione e concentrazione.
E se in principio la ferrea normativa ammetteva unicamente ospiti di sesso maschile, cattolici, francesi e scapoli, chiamati a vivere in un clima quasi monacale, nel tempo sono cambiate regole, formule, ritmi, obiettivi. Arrivando, nel 1971, a un ampliamento del numero dei borsisti (da 12 a 25) e delle categorie ammesse: si aggiunsero così scrittori, cineasti, fotografi, scenografi, restauratori e storici dell’arte, provenienti da tutto il mondo.

LA MOSTRA SUI BORSISTI
Questa lunga e affascinante vicenda – che tuttora vede Villa Medici come una delle residenze culturali più ambite d’Europa – viene celebrata nel corso del 2016 in occasione del suo 350esimo anniversario. Tra le iniziative in campo anche una mostra, curata da Jérôme Delaplanche. Si tratta di un viaggio nel tempo, attraverso un archivio d’immagini e memorie, sintetizzato tra le sale secondo uno schema tematico-cronologico e una trama di rimandi, accostamenti, scoperte. E sono tutte opere di artisti noti, che furono borsisti o direttori dell’Accademia, realizzate nel corso dei loro soggiorni: disegni, dipinti, sculture, spartiti, progetti d’architettura, ognuno dei quali racconta la fase della gioventù, degli studi, del viaggio come esperienza creativa e formativa. Tra i nomi alcune perle: Ingres, Berlioz, Garnier, Debussy, Balthus.

Hyppolite Flandrin, Polite figlio di Priamo, 1834, olio su tela - Villa Medici, Roma
Hyppolite Flandrin, Polite figlio di Priamo, 1834, olio su tela – Villa Medici, Roma – ph. Daniele Molajoli

Il nudo maschile è il fil rouge più evidente: attraversando la mostra, ne segna l’apertura e la chiusura, come in un cerchio ideale. Dallo Scorticato (1767) in gesso di Jean Antoin Hudon, che incarna la linea forte del disegno dal vero e del realismo accademico, si arriva al frammento plastico di Claude Goutin, sorta di kouros acefalo, monco, consunto, realizzato nel 1959 assemblando cemento e vecchie tegole romane.
Fra questi due poli si sviluppano intrecci di corpi gonfi di eroismo classico o di sensualità barocca, proiettati sul piano del simbolo o del racconto mitico. E intervallati da ulteriori temi, nella sequenza volutamente spuria di bozzetti, tele e statue, non scindendo la fase dello studio da quella dell’opera compiuta: le rovine di una Roma perduta, vissuta nell’epica delle macerie e nell’esperienza del monumentale, incontrano la Roma delle grandi favole pagane, le letture di pagine bibliche e alcuni esempi di ritrattistica preziosa.

Édouard Toudouze, Eros e Afrodite, 1872
Édouard Toudouze, Eros e Afrodite, 1872 – ph. Daniele Molajoli

ALCUNE OPERE, FRA RICERCA E TRADIZIONE
Spiccano, nella sezione sull’Ottocento, i volti di alcuni artisti e compositori, dipinti dai colleghi stessi, insieme a quello di Mussolini firmato da Yves Brayer, rappresentazione ufficiale dell’Homo Romanus al comando.
Gioielli assoluti sono il Polite figlio di Priamo (1834) di Hippolyte Frandrin, raffigurazione aulica e geometrica del giovinetto troiano, inciso su tela quasi come a modellare il marmo; il tragico Martirio di San Bartolomeo (1774) di Vincent, ancora denso di reminescenze barocche, nello squarcio di luce sul corpo in posa teatrale, fra coltri di ombre brune; oppure Il martirio di Sant’Edmondo (1871) di Luc-Olivier Merson, in cui il re martire d’Inghilterra giace al suolo accanto a un angelo e a un lupo, simbolo del passaggio tra la vita e la morte.
A quest’ultima tela, dal sapore gotico e dai timbri drammatici, fa eco l’incantevole Eros e Afrodite di Édouard Toudouze (1872), che ne ripete impianto geometrico, struttura ed esaltazione della nudità: il racconto religioso lascia però spazio a una scena mitologica, mentre fra cieli azzurri e nuvole spumose si fa spazio uno sciame di farfalle giganti. Esprit simbolista e allucinazioni surrealiste ante litteram.

François-André Vincent, Martirio di San Bartolomeo, 1774
François-André Vincent, Martirio di San Bartolomeo, 1774 – ph. Daniele Molajoli

Ed è qui, ad esempio, che la lettura dello storico dell’arte si intreccia con la sensibilità del curatore: “Nel corso dei due primi terzi del XX secolo”, scrive Delaplanche, i pittori e gli scultori nominati a Villa Medici continuano a praticare figurazione e prospettiva, modellato e bel mestiere. I borsisti non cercano una estetica di rottura; al contrario, hanno l’audacia – per così dire – di perpetuare le pratiche tradizionali delle Belle Arti”. Il coraggio di non cavalcare l’onda d’urto delle Avanguardie, muovendosi fra i sentieri della tradizione con una certa arditezza e cavandone fuori visioni nuove: fino a intestarsi alcuni tra i maggiori traguardi di quel fenomeno straordinario che fu l’Art Dèco.
In chiusura un bel video di Justine Emard, unica artista non borsista del gruppo: intelligente escamotage per racchiudere gli ultimi decenni di vita dell’Accademia. Decine e decine di immagini di lavori, inviati dagli ex artisti in residenza, sono rielaborate come tasselli di una partitura filmica, liquida, quasi onirica. Un’opera nuova che parla di opere già esistenti, a raccontare un’Accademia presente e viva, in cui storia e ricerca contemporanea si agganciano, indissolubilmente.

– Helga Marsala

Roma // fino al 15 gennaio  2016
350 anni di creatività
a cura di Jérôme Delaplanche
VILLA MEDICI – ACCADEMIA DI FRANCIA
Viale Della Trinità Dei Monti 1
+39 0667611
[email protected]
http://www.villamedici.it
MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/55732/350-anni-di-creativita

Video: Alessio Lavacchi
Coordinamento e interviste: Helga Marsala
Produzione: Artribune Television per Villa Medici, Roma

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 lavora come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.