SWARM, UN NUOVO LABORATORIO A MILANO
L’epoca nella quale viviamo può essere considerata l’età dell’oro dell’arte meccanica e connettiva: gli strumenti tecnologici sono sempre più accessibili, la loro conoscenza si è ampliata a un numero crescente di persone. Questo, nonostante la forza motrice dell’arte tecnologica non sia più legata a quell’utopia e a quella spinta morale che hanno caratterizzato i primi anni del suo sviluppo, ma a una crescente compenetrazione con i mercati e le industrie: a oggi le tecnologie sono parte integrante dei sistemi economici e di potere, nel caso migliore legati a macro-interessi economici dipendenti da un certo tipo di ricerca su scala sempre più larga.
Sono queste, in sintesi, le prime parole di Bruce Sterling, scrittore, futurologo ed esperto dell’impatto delle tecnologie sulla società e sull’arte contemporanea, alla mia intervista video per SWARM Hybrid Design Lab, un nuovo spazio a Milano dedicato alla formazione e la sperimentazione sulle tecnologie e sui linguaggi. Nato dall’esperienza nell’interaction design e nella media art della Creative Boutique Souldesigner, SWARM aggrega le esperienze di una serie di docenti e professionisti a cavallo tra design, media art e comunicazione per proporre workshop, incontri e tavoli di lavoro con ospiti internazionali e creare sinergie tra le loro ricerche e i brand. Il confronto con Sterling è stato un momento di innesco di questo percorso e ispirazione importante della quale l’intervista addensa i passaggi fondamentali. Il dialogo con lui è stato inoltre occasione per un confronto rispetto ad alcune linee di una ricerca che sto conducendo da qualche anno e che prenderà presto la forma di una pubblicazione dal titolo Art Industries, edita la prossima primavera da Johan & Levi.

IL POTENZIALE CREATIVO DEL BELPAESE
Nell’intervista Sterling si muove dinamicamente attraverso alcune tematiche sul rapporto creatività e ricerca hi-tech e focalizza l’attenzione sulla situazione specifica del nostro paese. In particolare l’autore sottolinea come l’Italia possa costituire un buon esempio per un nuovo paradigma produttivo nel mondo della New Media Art. Per quanto ambiziosa possa sembrare questa idea – che chi scrive non sposa in pieno – alla domanda su quale sia il meccanismo migliore per generare un modello produttivo stabile nel rapporto arte-industria, Sterling avanza l’ipotesi che proprio il nostro paese avrebbe le caratteristiche utili per diventare una sorta di prototipo culturale e progettuale: “Il passato industriale del vostro paese è stato in grado di affrontare anche grandi competitor, come nel caso di Olivetti con IBM o di FIAT con General Motors”, sottolinea. “E la vostra rete di piccole e medie imprese può essere sistematizzata, valorizzando la sua capacità di lavorare in modo agile sui progetti, con un numero ampio di persone coinvolte”.
In relazione a tali prospettive, il dialogo si sposta sul rapporto tra questo potenziale inespresso e il ruolo di spazi e laboratori, spesso indipendenti e non istituzionali, nei quali si fa ricerca, condivisione e sperimentazione sulle tecnologie. Sono tanti i luoghi visitati, racconta Sterling, che da New York a Berlino si pongono quest’obiettivo. Anche l’Italia vede dozzine di nuovi spazi e progetti non molto diversi: a partire da uno studio come quello di Achille Castiglioni a Milano, in cui non si fa vera e propria produzione industriale ma si lavora più nell’idea di un testing lab, dove si opera con un approccio quasi metafisico alla creazione degli oggetti. Tutto ciò è avvenuto in particolare a Milano, negli anni Sessanta e Settanta e Ottanta, prima che tutto fosse assorbito dal consumismo e da giganti come Ikea. Oggi questi spazi rischiano di essere indipendenti dalle istituzioni e dallo stato ma di restare isolati, senza un vero e proprio capitale sociale, privi di fondi. Il pericolo è che riescano ad emergere solo se la nuova tecnologia sviluppata nei loro laboratori viene pubblicata su una qualche rivista di settore.

Bruce Sterling
Bruce Sterling

LA SILICON VALLEY? SORPASSATA
Questo spesso li spinge verso una capital farm che li assorbe in un business che non gli appartiene: è il modello della Silicon Valley che, secondo Sterling, non è propriamente al collasso ma comunque sta passando lentamente di moda. Negli Stati Uniti oggi si ha il consolidamento delle cinque grandi aziende del settore ICT: Google, Facebook, Amazon, Microsoft e Apple, che hanno ormai assorbito quasi tutto. Anche se non proprio tutto: l’Italia ha infatti qualcosa, secondo il guru americano, che loro non possiedono: il design, la moda, il cibo, l’arredamento, l’arte.
I possibili meccanismi economici che sottendono lo sviluppo della tecnologia e il conseguente impatto che essi possono avere nel contesto della produzione artistica e culturale contemporanea, sono indubbiamente i temi che guidano la ricerca di Sterling da ormai più di vent’anni. In questo senso, ci ha regalato un consiglio del quale faremo tesoro nel nostro percorso con SWARM: non è così importante seguire sempre il Bianconiglio e la tecnologia più innovativa con la quale è vestito, ma cercare di osservare e comprendere il suo percorso di sviluppo, la sua storia, i suoi protagonisti e le scoperte che si sono susseguite. Basta infatti pensare alla realtà virtuale, una tecnologia che esiste a oltre trent’anni e che è molto difficile da spiegare ai più giovani nei termini dello sviluppo che ha effettivamente subito. Così come le sperimentazioni di Nam June Paik, conosciute dai più giovani spesso solo tramite YouTube. Sterling si definisce un critico di arte tecnologica, ma al contempo è consapevole come la critica dell’arte non abbia reso completamente giustizia ad alcuni percorsi di ricerca.

Nam June Paik
Nam June Paik

LA NASCITA DEL SOCIAL COMPUTER
In conclusione, ho chiesto a Sterling se concordasse con me sul fatto che le visioni utopiche del cyberpunk siano ormai finite. A questa domanda Sterling ci tiene a specificare che nei suoi circoli giovanili non si parlava di utopia, ma di distopia. L’idea era infatti piuttosto aggressiva: distruggere il sistema costituito delle big companies della tecnologia. “Così come un tempo incoraggiavo le persone ad avere un personal computer anche se nessuno sapeva cosa computare”, racconta “anche oggi incoraggio le persone ad avere una relazione più intima e personale con la tecnologia, in un’epoca in cui ha senso parlare più di social computer che di personal computer”.
Secondo l’autore, le grandi cinque compagnie del campo IT si uniranno sempre di più per fare fronte comune e lobby, non piccole guerre intestine sull’ultimo modello di telefonino, diventando quindi dei conglomerati di grandi dimensioni che assorbiranno tutti i business e le piccole realtà economiche che lavorano in vari ambiti della cultura e della società. Sterling afferma di poter quasi annusare questo cambiamento, sebbene non ne abbia mai scritto in un romanzo.
Ciò che è importante, conclude, è non parlare sempre e solo di software e hardware: il nostro interesse in questo senso ormai si è esaurito. È molto meglio parlare di qualcosa di più ampio respiro, perché non si può più considerare lo sviluppo tecnologico come una singolarità, qualcosa che stimola l’interesse, quanto piuttosto come una grande industria, analoga a quella automobilistica di Detroit. La tecnologia non è più qualcosa di speciale, ma a noi questo non deve importare: noi vogliamo tornare a parlare di arte, design e cultura.

– Marco Mancuso

 

SWARM Hybrid Design Lab&HackAdemy
Via Malaga 6, Milano
02 3655 9499
www.swarmbehavior.it

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Marco Mancuso
Marco Mancuso è critico e curatore nel campo delle tecnologie digitali applicate all'arte, al design e alla cultura contemporanea. Fondatore e direttore del progetto Digicult e del Digimag Journal, è parte del team di sviluppo di SWARM Hybrid Desig n Lab. E’ docente presso NABA e IED a Milano e presso l’Accademia di Belle Arti Carrara di Bergamo, ha curato una serie di mostre e incontri a livello nazionale e internazionale ed è stato partner di alcuni dei più importanti festival di media art contemporanei. Invitato a conferenze e tavole rotonde, oltre a scrivere testi critici, saggi e interviste per pubblicazioni e cataloghi, Marco Mancuso sta attualmente scrivendo il libro "Arte e Industria. Nuovi paradigmi di produzione nell'ambito della media art" per Johan & Levi, con pubblicazione prevista per la primavera 2017.