Che cos’è per lei un’icona? E come può tornare a nuova vita, superando la propria “banalità”, attraverso l’arte?
Si tratta di una rappresentazione simbolica; dal momento in cui il pittore dà vita al ritratto di una persona è in grado di renderlo un’icona. È questa la magia della pittura! Tuttavia, in occasione della mia mostra a Villa Medici, mi sono concentrato soprattutto sulla rappresentazione del Papa in quanto icona. Quando dipingo cerco di far emergere la personalità di un individuo, poi vado oltre, inserendo un po’ della mia personalità. È qualcosa che ha a che fare con la ricerca della verità.

Mi racconti Roma – col suo sguardo di straniero – in una frase, in pochi aggettivi, in una sequenza di timbri. Come se si trattasse di schizzare un acquerello…
Roma è la Città Eterna. Ogni angolo possiede delle meraviglie da ammirare; penso in particolare alle chiese, con opere di maestri custodite per secoli. La descriverei come bella, tragica per via delle sue rovine, potente per la sua storia antica. Quando penso a un breve istante trascorso a Roma, immagino una passeggiata a piedi attraverso la città. È il modo migliore per spostarsi e godersi l’atmosfera.

Quanto deve alla lezione del cinema neorealista? Cosa la conquista di Pasolini e Rossellini?
Non direi di aver subito l’influenza del movimento neorealista; sono stato semmai toccato da questi due grandi registi. Era da tempo che desideravo occuparmi di un soggetto legato al cinema italiano. A Villa Medici presento un dipinto ispirato al film “Mamma Roma” di Pasolini: il suo lavoro a volte si riferisce alla pittura classica, sia nella scelta dei costumi che attraverso scene ispirate a rappresentazioni pittoriche. Penso alla scena finale, quando il giovane eroe muore in una posizione simile a quella del Cristo di Mantegna.
Quanto a Rossellini, sono stato colpito dal coté storico di “Roma, città aperta”. Il regista mostra la realtà tragica del popolo romano durante l’occupazione e la violenza della guerra. Ancora una volta è la scena conclusiva che mi ha più segnato, quando il bambino si aggrappa al corpo della madre morta. La storia è una tragedia, crudelissima, che travolge l’umanità.

Il senso del sacro e la complessità della storia, la vita e la morte, la seduzione della superficie e i miti pop. È questo mix che rende la sua arte davvero “popolare”, ovvero fatta della materia di cui si nutrono le persone?
Sì, per me il senso del sacro è importante. Mi piace fare riferimento ai grandi maestri, ho realizzato dei dipinti a tema religioso, dal Cristo sulla croce a diversi rifacimenti del Caravaggio. La storia ha un ruolo fondamentale nel mio lavoro, anche perché è governata dal conflitto tra la vita e la morte, vale a dire l’idea della fine della condizione umana. Penso sia proprio questa lotta perpetua a commuoverci.

Yan Pei-Ming, La Crucifixion de saint Pierre - photo André Morin
Yan Pei-Ming, La Crucifixion de saint Pierre – photo André Morin

Com’è stato lavorare per gli spazi pieni di memoria di Villa Medici? Quanto hanno influito nel suo progetto, quali vibrazioni ha colto?
Ho avuto la possibilità di trascorrere del tempo a Villa Medici, come artista in residenza, nel 1993; dunque conosco molto bene questo luogo. Tornarvi quest’anno per il suo 350° anniversario è stata una sorpresa. Si tratta di un luogo mitico che ha influenzato generazioni di pittori, scultori, architetti e storici dell’arte. Per questa mostra  ho lavorato nel mio studio con l’idea di mettere in scena delle tele collegate al posto. Ho voluto portare Roma nel cuore di Villa Medici: esiste una complicità tra questi due luoghi ed per questo che la mostra si apre con Caravaggio.

Coma ha scelto i soggetti delle tele in mostra?
Il progetto è nato da una riflessione comune, con il curatore Henri Loyrette. Abbiamo rivisitato Roma insieme. Il suo punto di vista sulla città permette di addentrarsi subito tra le pieghe delle storia dell’arte, ed è stato dunque naturale interessarsi alle opere di Caravaggio a San Luigi dei Francesi e a Santa Maria del Popolo. Per quanto riguarda i ritratti dei papi, è da più di un decennio che ne realizzo. Ho scelto dei soggetti legati alla storia dell’arte, e penso, ad esempio, alla mia rappresentazione di Papa Innocenzo X di Velàsquez. Ma ho voluto ancorarli anche alla realtà contemporanea.

Si definirebbe un romantico?
No, non sono un pittore romantico. Sono un pittore del nostro tempo.

Yan Pei-Ming - installation view at Villa Medici, Roma 2016 - photo © Claudio Abate
Yan Pei-Ming – installation view at Villa Medici, Roma 2016 – photo © Claudio Abate

Il tema delle rovine è ancora attuale? Cosa ci suggerisce, rispetto alla condizione del presente?
Nel trittico dal titolo “Ruines du temps réel” (Rovine del tempo reale) vediamo le rovine di Palmira, quindi il foro romano, e infine una città moderna in guerra, distrutta dai bombardamenti. Il tema delle rovine esprime l’idea di temporalità. Ad accomunare questi tre luoghi è la tragedia della guerra: quando c’è l’uomo, la guerra è sempre presente. È la nostra storia, quella di una carneficina che ricomincia all’infinito.

Una pittura basata sulla riproposizione di icone popolari potrebbe presentare il rischio della retorica; così come un progetto di taglio celebrativo su Roma. Sente questo rischio? E come lo si aggira?
No, non  sento le insidie della retorica, perché la mia pittura è una re-interpretazione, una rilettura. Prendiamo l’esempio della Fontana di Trevi: è la sua dimensione immutabile, senza tempo (rimane sempre la stessa, al di là dei restauri e delle ordinarie puliture) che mi affascina e che volevo dipingere. Per me, il tema è la pittura, prima di tutto”.

Yan Pei-Ming, Fontaine de Trevi - photo André Morin
Yan Pei-Ming, Fontaine de Trevi – photo André Morin

Cosa la seduce del barocco, della grande arte italiana ed europea del ‘600?
Due cose: in primo luogo la bellezza della pittura in sé e la padronanza ammirevole della tecnica. Ma, al contempo, a conquistarmi è la crudeltà di un’epoca, che si incarna nelle opere. Sono interessato ai grandi pittori, non faccio che nutrirmi del loro lavoro.

Il nero di Velasquez, di Goya, di Caravaggio: una materia densa, tragica, da cui ha tratto ispirazione? Cosa la lega a questi autori? E che valore ha il nero nella sua pittura?
Questi tre pittori sono i miei preferiti. Amo contemplare l’intensità della luce e il lato oscuro, drammatico delle loro grandi composizioni. Il nero della notte mi interessa molto, gioca un ruolo fondamentale nel mio lavoro, ma affinché diventi davvero intenso anche il grigio è necessario.

Raramente usa il colore. Quando e perché?
Da oltre trent’anni di ho scelto di  lavorare unicamente col bianco e nero; di recente ho tradito quest’ idea e ho iniziato a usare il colore. Il che restituisce un’apertura e un’intensità nuova al mio lavoro. Per la mostra a Villa Medici ho ricoperto il muro della grande scalinata con quattro dipinti di Papa Innocenzo X. Sono le stesse dimensioni della matrice originale di Velasquez, ma li ho dipinti in diversi colori. Dal basso verso l’alto: verde, rosso, grigio e blu. L’uso di più colori crea una ripetizione, evitando la monotonia: i quadri possono essere guardati salendo le scale, così che si generi una sensazione di ascensione attraverso il colore.

Yan Pei-Ming - installation view at Villa Medici, Roma 2016 - photo © Claudio Abate
Yan Pei-Ming – installation view at Villa Medici, Roma 2016 – photo © Claudio Abate

La sua è una pittura viscerale, calda, espressionista. Ma il suo approccio è quello di un lucido documentarista: studia, sceglie, copia, archivia, racconta. La narrazione (pittorica) di una narrazione (storica/mediatica)…
Io racconto sia la storia antica che quella contemporanea, due dimensioni profondamente legate tra loro. L’attualità che racconto diventerà un giorno pittura storica. Provo a tratteggiare un grande ritratto del genere umano, quello di una tragedia perpetua.

Cosa significa avere uno sguardo tragico sul mondo? Quali maglie della storia le interessano?
Per me la tragedia è vissuta in diretta, è immediata, è l’immagine del mondo moderno. Non sto lanciando solamente uno sguardo tragico sul mondo,  vorrei farne una sintesi,  esprimerne l’essenza, sia nel campo della politica, che dell’economia o del sociale… Il momento della storia che mi interessa di più è quello della contemporaneità.

Yan Pei-Ming, Aube noire, Canvas n°1, 2015 - Diptych, Oil on canvas, 250 x 500 cm each – ph. André Morin © Yan Pei-Ming, ADAGP, Paris, 2015
Yan Pei-Ming, Aube noire, Canvas n°1, 2015 – Diptych, Oil on canvas, 250 x 500 cm each – ph. André Morin © Yan Pei-Ming, ADAGP, Paris, 2015

Un commento sulla realtà drammatica dei migranti, a cui ha dedicato due splendide tele. Il viaggio, la guerra, il naufragio, la morte, le nuove muraglie, la crisi e la ricerca del riscatto. Una grande metafora della contemporaneità?
La tragedia dei migranti… ovvero un stuolo di uomini che prendono una barca per raggiungere un luogo ideale: il naufragio, poi, è la realtà brutale e tragica. Ogni epoca ha le sue tragedie. Quella di fuggire dalla guerra è ricorrente. L’uomo sogna la pace, ma il mondo resta di una violenza inaudita, sempre.
Il dittico che presento alla Villa Medici si chiama “Aube noir” (Alba nera) ed  è una metafora del nostro presente, perché il confine tra la guerra e la pace è sottile. Quest’immagine dei migranti per mare restituisce significato al presente: esiste una costante nella storia dell’umanità. Io lavoro nutrendo un profondo sentimento del dolore umano, che condivido con chi contempla le mie opere.

Helga Marsala


Mostra:

Yan Pei-Ming
a cura di Henri Loyrette
Roma, Villa Medici – Viale della Trinità dei Monti, 1
fino al 19 giugno 2016
villamedici.it

Video:
Riprese e montaggio: Alessio Lavacchi
Intervista all’artista e coordinamento: Helga Marsala
Produzione: Artribune Television per Villa Medici/Accademia di Francia a Roma

 

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 lavora come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.

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