Quando Roma era pop. Più di New York

Museo Macro, Roma – fino al 27 novembre 2016. Prima gli Anni Settanta al Palazzo delle Esposizioni, ora il decennio precedente al Macro. A Roma, insomma, si rispolverano stagioni che non vanno dimenticate. E che nulla dovrebbero temere dal confronto con gli States degli stessi anni.

Renato Mambor, Colosseo e farfalla, 1966
Renato Mambor, Colosseo e farfalla, 1966

MOTTI DI SPIRITO
Leggo da una conversazione in confessionale registrata – in sogno – da Ennio Flaiano: “Credete in Dio? Io sì, ma è Dio che non crede a me”. Cosa c’entra questo con una mostra dedicata all’arte a Roma negli Anni Sessanta? C’entrano, almeno, il gioco, il sabotaggio arguto ma a suo modo prosecutore di quanto, in una citta transitoriamente eterna, è fede o almeno tradizione di questa – fede nell’arte, in questo caso.
Ancora una battuta rubata allo spirito dell’età a cui la mostra è dedicata, quella di Tano Festa, richiesto nel 1961 di un parere su Andy Warhol: “Per te è spregiudicato l’artista pop americano che elegge a status symbol della sua cultura la bottiglia della Coca Cola o il cartellone pubblicitario? Mi dispiace per gli americani che hanno così poca storia alle spalle, ma per un artista italiano, romano e per di più vissuto a un tiro di schioppo dalle mura vaticane, popular è la Cappella Sistina”.

Mario Schifano, Compagni, Compagni, 1968 - Casa Museo Alberto Moravia, Roma
Mario Schifano, Compagni, Compagni, 1968 – Casa Museo Alberto Moravia, Roma

GEOGRAFIE IMPAZZITE
Ecco, la mostra in corso al Macro tratta di simili tensioni ed esplosioni, accumulando oltre cento opere esemplari di una fondamentale stagione sociale e culturale: ci sono, dunque, protagonisti dei tempi collettivi quali Mario Schifano, Giosetta Fioroni, Renato Mambor, Pino Pascali, Franco Angeli, oltre a grandi isolati come Giuseppe Uncini e Gianfranco Baruchello. Nel complesso, la qualità delle opere esposte può variare, ma colpisce in ogni caso la solida comunità spirituale che a Roma si compose negli Anni Sessanta (e, va detto, per lungo tempo ancora si mantenne, come la rassegna dedicata ai suoi Anni Settanta al Palazzo delle Esposizioni ha ben dimostrato qualche tempo fa).
Ora, tanto per tentare un esperimento mentale, cosa ne sarebbe della nostra idea di arte contemporanea se artisti del genere si fossero imposti maggiormente a livello internazionale? Se non altro, viene da annotare, non toccherebbe leggere titoli e scritti come quello apparso di recente sull’inserto culturale del venerabile Corriere della Sera a commento della mostra romana, “La zuppa di Warhol non scade”, dove il riferimento preponderante a Warhol per parlare delle opere di artisti come i suddetti Festa & Co. significa non aver capito nulla della peculiarità della parabola dell’esperienza romana dei cosiddetti artisti di Piazza del Popolo.

Tano Festa, A Raffaele, 1960
Tano Festa, A Raffaele, 1960

In effetti, nel corso della visita alla mostra è capitato più di una volta di riflettere su quanto la geografia di culture e mercati abbia condannato a una pur comoda marginalità artisti straordinari che in Italia hanno operato – e criticamente parlando sono rimasti. Ma questo, in fondo, non importa poi troppo: che il clero più simoniaco del dio dell’arte non abbia creduto in simili fedeli, resta un problema di chi teme i mistici o gli atei.

Luca Arnaudo

Roma // fino al 27 novembre 2016
Roma Pop City 60-67
a cura di Claudio Crescentini, Costantino D’Orazio, Federica Pirani

MACRO
Via Nizza 138

06 0608
www.museomacro.org

MORE INFO:
https://www.artribune.com/dettaglio/evento/55199/roma-pop-city-60-67/

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Luca Arnaudo
Luca Arnaudo è nato a Cuneo nel 1974, vive a Roma. Ha curato mostre presso istituzioni pubbliche e gallerie private, in Italia e all'estero; da critico d'arte è molto fedele ad Artribune, da scrittore frequenta forme risolutamente poco commerciali, come raccolte di racconti, poesie, prosimetri, ma più di recente si diverte soprattutto con storie illustrate per bambini. In una vita perpendicolare è anche giurista e docente universitario, esperto di cose che qui non interessano.