Umana e imperfetta. L’arte di Wyatt Kahn a Trento

Galleria Civica, Trento – fino al 2 ottobre 2016. La sede museale trentina ospita la prima mostra di Wyatt Kahn in un’istituzione europea. Trenta opere indagano il rapporto tra figurazione e astrazione, tra pittura e scultura. Sulla scia del Minimalismo americano si aprono nuove sperimentazioni, ripartendo dagli elementi strutturali della pittura. Per un’arte che emerge dal profondo.

Wyatt Kahn, Weights, 2016 - collezione Lisa e Danny Goldberg, Sidney
Wyatt Kahn, Weights, 2016 - collezione Lisa e Danny Goldberg, Sidney

L’ESSENZIALE NELLA PITTURA
Nessun uso di pennelli, vernici, contorni tracciati. Ripartendo dai propri elementi strutturali, la pittura supera se stessa nei lavori di Wyatt Kahn (New York, 1983), in mostra alla Galleria Civica di Trento. È necessario andare in profondità per comprendere le opere dell’artista americano, da tutti i punti di vista. Nessun valore è dato in superficie. Al posto delle vernici, il colore emerge da tessuti colorati utilizzati come base e viene rivelato appena da strati di tele sovrapposte. Le linee di contorno sono sostituite da solchi irregolari tra una pannellata e l’altra, rendendo la pittura più simile alla scultura. Tele sagomate, effetti di trasparenza e tridimensionalità riconducono a una lettura stratificata dell’opera di Kahn, che affonda le sue radici nell’arte americana degli Anni Settanta.

Wyatt Kahn, Timber, 2014 - collezione privata
Wyatt Kahn, Timber, 2014 – collezione privata

MINIMALISMO E IMPERFEZIONI
È immediato riconoscere in lui la stessa attenzione degli artisti minimalisti al ritorno alle forme e alle strutture primarie. Per Wyatt Kahn, però, è solo un’opportunità di creare un linguaggio originale, capace di fondere con l’astrazione una figurazione che a volte ammicca alla Pop Art. La serialità, la variazione attraverso l’uso di differenti materiali e colorazioni, proprie sia della Pop Art sia della Minimal Art, si manifestano lì dove l’artista mette in campo la ripetizione dei motivi. Su tutto prevale una tendenza a smorzare gli effetti tattili della pittura, puntando a un monocromo quasi manzoniano e concentrando l’attenzione sull’alternanza tra pieni e vuoti, nelle forme dei grandi polittici in cui si combinano tele irregolari, così vicini a Ellsworth Kelly. Al geometrismo minimal si sostituisce la ricerca della forma imperfetta, che chiama in gioco lo spazio e lo spettatore a colmare la lacuna e l’incongruenza.

Wyatt Kahn, Little Squeeze, 2016 - courtesy l'artista, Eva Presenhuber, T293 e Xavier Hufkens
Wyatt Kahn, Little Squeeze, 2016 – courtesy l’artista, Eva Presenhuber, T293 e Xavier Hufkens

DALL’IMPERFEZIONE AL POP
Travalicando i limiti bidimensionali della pittura, gli oggetti in continuo mutamento di Wyatt Kahn diventano soggetti, identità divise da fratture e imperfezioni, in un fragile equilibrio a cui contribuiscono parti più vitali e umane rispetto alla fredda arte minimalista.
Lo spazio della Galleria Civica si modifica per ospitare opere di grandi dimensioni, nelle quali si sviluppa un cortocircuito di figure e suoni richiamati da scritte onomatopeiche. Nelle altre sale la figurazione è sottolineata solo dalla sagomatura, che suggerisce formazioni rocciose o porzioni di planisfero, tipiche di Untitled(18), della Collezione Righi, e delle altre opere esposte nel 2013 presso la galleria T293 di Roma. È come se la forma fosse il risultato di una tensione tra le diverse tele compresse fra loro. In altri lavori dal sapore più pop, come Little Squeeze, l’elemento primario della pittura, il tubetto di colore, viene interpretato in differenti maniere: aggregazione tra pannelli diversi, in cui sono i vuoti a creare il disegno, o esito di sovrapposizioni di carte, che velano e svelano i disegni sul fondo.

Antonella Palladino

Trento // fino al 2 ottobre 2016
Wyatt Kahn – Variazioni sull‘oggetto

a cura di Margherita de Pilati
GALLERIA CIVICA
Via Belenzani 44
800 397760
[email protected]
www.mart.trento.tn.it/galleriacivica

MORE INFO:
https://www.artribune.com/dettaglio/evento/54907/wyatt-kahn-variazioni-sulloggetto/

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Antonella Palladino
Ha studiato Storia dell’arte presso le Università di Napoli e Colonia, laureandosi in Conservazione dei Beni Culturali con una tesi dal titolo “Identità e alterità dalla Body Art al Post-Human”. Ha proseguito la propria formazione alla Fondazione Morra e poi al Mart di Rovereto. Ha collaborato come assistente con la Galleria Umberto di Marino e con Filippo Tattoni -Marcozzi, ex direttore della Goss- Michael Foundation. Nel 2009 si è trasferita in Trentino–Alto Adige dove ha iniziato l’attività di critico scrivendo per Artribune, Juliet Art Magazine, Exibart, Kulturelemente, Salto.bz. Ha curato la mostra Noisy di Gianluca Capozzi, Lichtkammer di Harry Thaler, Walking in Beuys Woods di Hannes Egger e i relativi eventi collaterali. È critico d’arte e docente di Storia dell’arte titolare nella provincia di Pavia.