L’American Horror Story firmata Kienholz. A Milano

Fondazione Prada – fino al 31 dicembre 2016. Va in scena una delle mostre più forti proposte sino a ora nel grande spazio museale privato. Occhi puntati sul lavoro di Edward e Nancy Kienholz, che con le loro opere costringono il visitatore a un tuffo nell’inconscio e nei meandri più oscuri della società americana.

Edward & Nancy Reddin Kienholz, The Caddy Court, 1986-87 - Fondazione Prada, Milano 2016 - photo Delfino Sisto Legnani Studio
Edward & Nancy Reddin Kienholz, The Caddy Court, 1986-87 - Fondazione Prada, Milano 2016 - photo Delfino Sisto Legnani Studio

I RIVOLUZIONARI KIENHOLZ
La mostra dal titolo Kienholz: Five Car Stud mette finalmente in luce anche in Italia una delle figure chiave per intendere gli sviluppi dell’arte americana dagli Anni Sessanta in poi, Edward Kienholz (Fairfield, 1927-1994), e la sua compagna Nancy Reddin (Los Angeles,1943) con la quale costruì un sodalizio artistico durato fino alla fine della sua vita [e che si racconta in questa intervista, N.d.R.].
Kienholz, che poco più che trentenne partecipò, nel 1961, alla fondamentale mostra The Art of Assemblage al MoMA di New York, al fianco di artisti della stessa generazione come Johns, Chamberlain e Stankiewicz, esplorò con questi e con la generazione precedente di artisti, tra cui Cornell e Nevelson, il potenziale di un dispositivo funzionale come l’assemblage di matrice europea, dando vita a un’estetica autonoma che negli Stati Uniti coniugava due aspetti, come scrisse Allan Kraprow: “Resi familiari dal dada e dal surrealismo: il cestino dei rifiuti urbano e il sogno edipico”.

DRITTO AL CUORE DELL’AMERICA
Addentrandosi nel fitto percorso curato da Germano Celant, attraverso importanti lavori e installazioni, non si può non pensare infatti al grande influsso di dadaismo e surrealismo in opere come The Bronze Pinball Machine with Woman Afflixed Also (1980) nel cui titolo riecheggia ancora Le Grand Verre e che appare come un remix de l’Étant donnés di Duchamp, la cui ambiguità qui incontra l’immaginario ludico del flipper e di Playboy: la donna come giocattolo sessuale.
Proseguendo, il visitatore poco attento potrebbe trovare a prima vista addirittura divertenti alcune delle altre opere esposte come The Bear Chair (1991), ma, a ben guardarla, essa svela l’orrore di quella che a tutti gli effetti è una scena di stupro in un contesto infantile, perpetrato da uno dei simboli dell’America, il Teddy Bear, con tanto di pene eretto e stivaloni da cowboy.
La medesima sensazione di apparente “normalità”, anche nelle più grottesche installazioni sotto le mentite spoglie di giostre, televisori e scorci domestici, è sinergica al fardello dei temi in continua gestazione in esse contenuti: il collasso del capitalismo, la spietata ferocia che anima il sogno americano, il razzismo, il rimosso sessuale dietro il perbenismo e la corruzione delle istituzioni cristallizzate dai Kienholz in ex-voto kitsch, che da figure etiche tracimano in icone patetiche.

Edward Kienholz, Five Car Stud, 1969-72 - Fondazione Prada, Milano 2016 - photo Delfino Sisto Legnani Studio
Edward Kienholz, Five Car Stud, 1969-72 – Fondazione Prada, Milano 2016 – photo Delfino Sisto Legnani Studio

UN DIORAMA AGGHIACCIANTE
Si risale, come in un fiume che porta detriti e carcasse, attraverso la lunga galleria sud, verso il vero e proprio Cuore di Tenebra di questa mostra, rappresentato dall’ormai leggendaria installazione Five Car Stud (1969-72), il grande environment che Kienholz realizzò per Documenta 5. L’opera, che dopo svariate vicissitudini è ritornata visibile nel 2012 (ora acquisita da Prada), inscena il linciaggio di un afroamericano nel più grottesco dei modi, non risparmiando nulla né allo sguardo (l’evirazione del nero), né all’udito (il gracchiante folk proveniente dall’abitacolo del pick-up). L’agghiacciante diorama racconta plasticamente, meglio di mille parole, il peccato originale del nuovo mondo e di una società che, anche sul finire dell’epoca Obama, ancora non ha del tutto saputo esorcizzare tali spettri.

UN SOLCO NELL’ARTE D’OLTREOCEANO
Questo sguardo sulle cose e quest’uso dei “materiali” dell’immaginario americano hanno indubitabilmente impresso un solco preciso nell’arte statunitense, assai distante dal siderale concettualismo e dal minimal di artisti coevi ai Kienholz, ma ravvisabile in generazioni di artisti della costa ovest come Mike Kelley, Paul McCarthy o il più giovane Sam Durant.
Un suggerimento: sarebbe un vero peccato non osservare con cura il materiale documentale esposto nell’ultima sala, poiché attraverso le lettere, e soprattutto nei due filmati degli Anni Sessanta, si può comprendere più propriamente il precipitato storico, sociale e politico dell’arte di un autore che, come Arthur Danto scrisse nel suo saggio del 1996 dedicato a Edward Kienholz, “arruolò la bruttezza visiva nella guerra contro la bruttezza morale”.

Riccardo Conti

Milano // fino al 31 dicembre 2016
Kienholz: Five Car Stud
a cura di Germano Celant
FONDAZIONE PRADA
Largo Isarco 2
02 56662611
[email protected]
www.fondazioneprada.org

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/53770/kienholz-five-car-stud/

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Riccardo Conti
Riccardo Conti (Como, 1979; vive a Milano), critico d’arte e pubblicista, si occupa principalmente di cultura visiva e linguaggi come video e moda. Collabora con riviste come Vogue Italia, Domus, Mousse, Vice e i-D Italy, ha curato diverse mostre per gallerie e spazi privati ed è autore di alcuni format televisivi riguardanti arti visive e cultura contemporanea. Ha insegnato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera e la facoltà di Architettura del Politecnico di Milano e ha tenuto seminari presso altre università e istituzioni quali NABA, IULM e KHIO di Oslo. Attualmente è docente di Visual Culture presso le sedi IED di Milano e Torino.