Hopper prima di Hopper. In mostra a Bologna

Palazzo Fava, Bologna – fino al 24 luglio 2016. Il prima e il dopo di Edward Hopper è in mostra a Bologna. Al centro di una retrospettiva che mette in luce la produzione meno famosa dell’artista americano, ma ugualmente emblematica.

Edward Hopper, Second Story Sunlight, 1960 - Whitney Museum of American Art, New York; Josephine N. Hopper Bequest - © Heirs of Josephine N. Hopper, Licensed by Whitney Museum of American Art
Edward Hopper, Second Story Sunlight, 1960 - Whitney Museum of American Art, New York; Josephine N. Hopper Bequest - © Heirs of Josephine N. Hopper, Licensed by Whitney Museum of American Art

DIPINGERE LA LUCE
Chi l’ha conosciuto, lo ritrae come un uomo schivo e taciturno. Un uomo amante degli orizzonti di mare e della luce chiara del suo grande studio al numero 3 di Washington Square. Quello che Edward Hopper (Nyack, 1882 – New York, 1967) ha sempre voluto fare, più di tutto, è “dipingere la luce del sole sulla parete di una casa”. Detto fatto. Lo farà per tutta la vita, una vita portata in mostra a Palazzo Fava a Bologna, a cura di Barbara Haskell – curatrice del Whitney Museum of American Art – in collaborazione con Luca Beatrice.
Sono poco più di 60 le opere tra acquerelli, dipinti a olio, carboncini e gessetti, selezionati per la mostra bolognese, provenienti dal Whitney Museum – partner insieme a Fondation de l’Hermitage di Losanna, Arthemisia Group, Fondazione Carisbo e Genus Bononiae – che raccoglie oltre 2500 opere dell’artista, donate dalla moglie Josephine dopo la morte di Hopper.

Edward Hopper, Soir Bleu, 1914 - Whitney Museum of American Art, New York; Josephine N. Hopper Bequest - © Heirs of Josephine N. Hopper, Licensed by Whitney Museum of American Art
Edward Hopper, Soir Bleu, 1914 – Whitney Museum of American Art, New York; Josephine N. Hopper Bequest – © Heirs of Josephine N. Hopper, Licensed by Whitney Museum of American Art

NARRARE LA SOLITUDINE
Narratore della solitudine urbana per eccellenza, Edward Hopper è tra i pittori più influenti del XX secolo. Ma quello che si trova a Palazzo Fava è più un viaggio nell’universo Hopper, prima di Hopper. Delle sei sale in cui è composta la mostra, infatti, solo l’ultima riprende le sue opere più famose. Tutto quello che viene prima è una retrospettiva sul suo lavoro, a partire dalle opere parigine. Nei primi due decenni del Novecento, Hopper fa frequenti viaggi in Europa. A colpirlo, però, sono soprattutto la Francia e i suoi maestri di allora, primo su tutti Degas. Vede Parigi come il luogo del divertimento, in contrasto con una New York che punta solo a far soldi. Semplici, dai toni scuri e spesso geometriche, le sue opere hanno già molto della composizione fotografica che le contraddistinguerà successivamente. Già in Soir Bleu, del 1914, si ritrova una scena che deve molto al cinema muto e al teatro, dove si narra l’attimo di sette diversi personaggi, ognuno racchiuso nella propria cruda quanto reale solitudine. L’opera diventa l’emblema della sua svolta artistica, ma solo dopo la morte di Edward Hopper. Al momento della prima esposizione del pittore al Mac-Dowell Club di New York, nel 1915, non piacque né ai critici né al pubblico. Fu lo storico dell’arte Lloyd Goodrich, nel 1967, a scoprire Soir Bleu nascosto nello studio di Hopper.

Edward Hopper - installation view at Palazzo Fava, Bologna 2016 - photo Giorgio Benvenuti
Edward Hopper – installation view at Palazzo Fava, Bologna 2016 – photo Giorgio Benvenuti

NEW YORK, LA MUSA
New York è però la cornice prediletta per alimentare l’immaginario di Edward Hopper. I suoi sono brevi attimi di osservazione, in cui “la violenza” – come dice il regista Wim Wenders, suo grande estimatore – “non sta nel mostrare sparatorie o ammazzamenti, ma nella sensazione per cui tutto questo possa essere di colpo sconvolto”. È la suspense sempre ricorrente nel lavoro narrativo di Hopper, dove lo scenario è fatto di pompe di benzina deserte, fari desolati, bar in cui tutto può accadere. L’America diventa la protagonista assoluta. Lui e la moglie Josephine comprano una macchina e girano gli Stati Uniti, mischiando spazi aperti a luoghi claustrofobici, in cerca degli stereotipi americani.

Edward Hopper, South Carolina Morning, 1950 - Whitney Museum of American Art, New York; Josephine N. Hopper Bequest - © Heirs of Josephine N. Hopper, Licensed by Whitney Museum of American Art
Edward Hopper, South Carolina Morning, 1950 – Whitney Museum of American Art, New York; Josephine N. Hopper Bequest – © Heirs of Josephine N. Hopper, Licensed by Whitney Museum of American Art

IL MONDO NEGLI OCCHI DI HOPPER
Presenti in mostra a Bologna sono tanto le opere quanto i disegni preparatori, che fanno entrare appieno nella visione del mondo di Hopper. L’artista americano realizza anche oltre 70 incisioni a punta secca, come Ombra nella notte, stampato poi in 600 copie, che lo avvicina a un fotografo espressionista. Quello che gli interessa è “indagare la vita nella sua cifra più buia”. Solitudine, intimità violata, voyeurismo, tutti questi temi sono già presenti nella suggestiva opera Interno d’estate (1909) e che si ritrovano al piano superiore nello Studio per Ufficio di notte. Arriva poi la luce, quella di Mattina in South Carolina (1955) e Secondo piano al sole (1960), che irradia le figure presentate, le ultime in mostra. Ciascuna è immersa nel proprio assente quotidiano. “Non è conscio. La nostalgia non è voluta. Perché non dovrebbe esserci nostalgia nell’arte?” sosteneva Edward Hopper, in merito al suo lavoro. Una lezione ancora attuale.

Anja Rossi

Bologna // fino al 24 luglio 2016
Edward Hopper
a cura di Barbara Haskell
Catalogo Skira
PALAZZO FAVA
Via Manzoni 2
051 19936317
[email protected]
www.genusbononiae.it

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/52156/edward-hopper/

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Anja Rossi
Se fosse un film, molto probabilmente sarebbe “Jules et Jim” di François Truffaut. Tratto da un libro autobiografico, narra le vicissitudini di tre personaggi. Ecco, lei potrebbe interpretare con amore ciascuno di loro (almeno fino al prossimo film). Nata nella parte veneta della pianura padana, ha imparato l’arte del pensare pattinando su fossati ghiacciati. Nella parte emiliana ha poi ricercato altri pensatori, altri paesaggi. Ha una bicicletta da uomo e calze colorate dal 1986. È sovversiva perché mancina o mancina perché sovversiva. Giornalista per sbaglio, mancato avvocato per passione, la cosa che le riesce meglio fare è la curiosa di professione.

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