Museo o piazza? Il pubblico al centro del Museion

Il museo si trasforma in agorà per il nuovo pubblico. Ready made e performance ripensati per attraversare l’osmotica membrana tra pubblico e privato. Ripiegamenti interiori e rivelazioni in pubblico. Tutto questo al Museion di Bolzano, fino al 13 gennaio.

Christian Jankowski, Dali Woman, 2007, Courtesy Lisson Gallery, Londra

Il museo si trasforma di fronte al suo nuovo pubblico. Assume le sembianze di una piazza priva di barriere dov’è possibile circolare, inciampare, imbattersi e addirittura rinchiudersi in un’opera. Una libera circolazione che favorisce una rete di condivisione d’idee. L’arte si pone all’incrocio delle diverse forme del sapere, catturandone tempestivamente gli stimoli.
Al di là delle premesse, la trasformazione in atto dello spazio non appare come una rivoluzione del modo di interpretare la mostra in sé. Il cambiamento non è radicale, non molto dissimile dai precedenti allestimenti di Museion, i cui spazi si prestano già di per sé a una fruizione da parte di un pubblico attivo. La performance e il ready made sono i due approcci all’arte che il guest curator Rein Wolfs sceglie per  rispondere al nuovo pubblico abituato più a produrre che a fruire.

Al limite tra questi due aspetti le Living Sculptures di Christian Jankowski sono un esempio di arte pubblica portata all’interno di un museo. Cesare, la donna-cassetto di Dalí, El Che non sono mere rappresentazioni in bronzo di personaggi noti al pubblico, ma sono le loro reinterpretazioni da parte di singoli individui. Sono nate infatti dall’incontro a Barcellona dell’artista con i classici performer di strada che vedono realizzata in questo modo la loro aspirazione a una monumentale immobilità.
Molti i ready made reali o apparenti. L’artista, agendo su brandelli di realtà sottoposti a trasformazione, raggiunge il punto di massima vicinanza con il pubblico produttore. La panchina di Helen Marten con borse e oggetti abbandonati sopra, il Ciao della Piaggio restaurato dall’artista Valentin Carron nel momento in cui non viene ormai più prodotto, spingono a un capovolgimento l’istituzione museo: non più luogo in cui vengono garantite separatezza e neutralità dalla vita quotidiana per esaltare l’autonomia dell’esperienza estetica. L’arte non è affatto kantianamente disinteressata: non rifiuta più la dimensione dell’utile o  quella della conoscenza.

Rossella Biscotti & Kevin van Braak, The Library, 2010, Photo A. Ochsenreiter

In The Library di Rossella Biscotti & Kevin van Braak è messa in atto la sparizione del pubblico a favore di un riversamento nell’intimo/privato di quello che era il pubblico sapere. Una gabbia dove giacciono libri di “ideologia comunista” cancellati dalla memoria collettiva in seguito alla caduta del Muro. Al contrario, un passaggio dal privato al pubblico si ha con i disegni ingigantiti a carboncino di Erik van Lieshout. Lo spiattellamento del dolore intimo della regina d’Olanda per la perdita del proprio figlio è un processo molto simile al Going Public nei social network. In tal senso si muove anche la croce di Danh Vo: una lapide temporanea posta sulla tomba della nonna, resa ora pubblica. Infine, con Astronauts saw my work and started laughing di Petrit Halilaj lo spazio del museo viene racchiuso in un angolo privato. Che si mostra in pubblico.

Antonella Palladino

Bolzano // fino al 13 gennaio 2013
The New Public. Una nuova dimensione pubblica e un nuovo pubblico
a cura di Rein Wolfs
MUSEION
Via Dante 6
0471 223413
[email protected]
www.museion.it

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Antonella Palladino
Ha studiato Storia dell’arte presso le Università di Napoli e Colonia, laureandosi in Conservazione dei Beni Culturali con una tesi dal titolo “Identità e alterità dalla Body Art al Post-Human”. Ha proseguito la propria formazione alla Fondazione Morra e poi al Mart di Rovereto. Ha collaborato come assistente con la Galleria Umberto di Marino e con Filippo Tattoni -Marcozzi, ex direttore della Goss- Michael Foundation. Nel 2009 si è trasferita in Trentino–Alto Adige dove ha iniziato l’attività di critico scrivendo per Artribune, Juliet Art Magazine, Exibart, Kulturelemente, Salto.bz. Ha curato la mostra Noisy di Gianluca Capozzi, Lichtkammer di Harry Thaler, Walking in Beuys Woods di Hannes Egger e i relativi eventi collaterali. È critico d’arte e docente di Storia dell’arte titolare nella provincia di Pavia.