Manifesta e i rischi del site specific

Il rapporto fra arte contemporanea e territorio è un tormentone nel campo della progettazione culturale. E se le sue origini possono essere rintracciate lontano nella storia dell’arte, soprattutto se consideriamo un concetto di più ampia accezione come quello di “arte pubblica”, la sua proliferazione è una faccenda recente, che riguarda perlopiù gli ultimi quindici anni.

Manifesta 9 - una delle tantissime declinazioni del tema carbone

Le ragioni di questo boom sono piuttosto semplici da individuare. Il primo fattore da considerare è l’onnipresente senso di colpa dell’arte contemporanea nei confronti di un pubblico che la capisce sempre meno e dimostra insofferenza e rifiuto verso le sue manifestazioni, specie quando sono finanziate con denaro pubblico e collocate in luoghi non deputati (spazi urbani e naturali). Nel tentativo, sentito come urgente e necessario, di avvicinare l’arte a più persone, curatori, direttori di museo e amministratori adottano la cura “territoriale”, promuovendo eventi che puntano a dimostrare, nei contenuti e nelle modalità, di tenere in considerazione il luogo in cui vanno ad agire.
Il secondo fattore, ça va sans dire, riguarda il fundraising: è molto più facile riuscire a ottenere un finanziamento da istituzioni locali o aziende se si è in grado di agganciare la mostra – tematicamente e a livello di comunicazione – a un territorio o a un prodotto di riferimento. Ecco allora comparire decine di mostre a tema “locale” o “aziendale”: sul marmo, sul grano, sul vino, sulla plastica, sull’energia elettrica e così via. Sull’efficacia di tale strategia in termini organizzativi e di immagine abbiamo pochi dubbi – il successo del modello ne è una conferma – ma cosa succede alle opere d’arte? Quali sono le conseguenze sulla ricerca artistica e sulla pratica curatoriale? E soprattutto: quale esperienza viene offerta al visitatore?

Manifesta 9

La riflessione nasce prepotente a margine della visita a Manifesta, Biennale Europea d’Arte Contemporanea quest’anno alla sua nona edizione. Nomade per statuto, Manifesta si sposta ogni volta in un territorio diverso, prediligendo luoghi periferici e di confine. La zona prescelta quest’anno è quella del Limburg belga, e la location è un edificio industriale dismesso alla periferia di Genk, piccolo centro di tradizione mineraria. Il tema della mostra, intitolata The Deep of the Modern e messa insieme da un trio di curatori di caratura internazionale (Cuauhtémoc Medina, Katerina Gregos e Dawn Ades), è la nascita del capitalismo industriale con tutte le sue conseguenze storiche, economiche e culturali.
Un argomento appassionante, importante, complesso, che finisce per appiattirsi mortalmente attorno al tema della miniera, che non è più soltanto un luogo ospitante ed evocante, ma un noioso leitmotiv. Le opere fatte con il carbone, sul carbone e attorno al carbone – con le sue varie declinazioni, dai fossili al carboncino – non si contano. E poi fabbriche, minatori, ciminiere, piccozze. I singoli lavori ne escono irrimediabilmente indeboliti, e la sensazione finale, usciti dalla mostra, è di aver visitato un sofisticato e scenografico museo della miniera.
Il rischio delle mostre “a tema” è piuttosto chiaro: le opere d’arte finiscono relegate nel ruolo di raffinate illustrazioni.

Valentina Tanni

Genk // fino al 30 settembre 2012
Manifesta 9 – Deep to the Modern
www.manifesta9.org

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #8

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Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Roma. Ha pubblicato “Random. Navigando contro mano, alla scoperta dell’arte in rete” (Link editions, 2011) e “Memestetica. Il settembre eterno dell’arte” (Nero, 2020). Collabora con la redazione di Artribune dalla sua fondazione.