Baj e Pinelli: doppio risarcimento

Nel 1972 l’opera era già stata allestita, ma la mostra non fu mai aperta. Quarant’anni dopo, il capolavoro di Baj che commemora il ferroviere anarchico torna nella sala delle Cariatidi. A Milano, a Palazzo Reale, fino al 2 settembre.

Enrico Baj - I Funerali dell'anarchico Pinelli - photo Andrea Scuratti

È un doppio risarcimento l’esposizione dei Funerali dell’anarchico Pinelli nella sala delle Cariatidi del Palazzo Reale di Milano. In primis, naturalmente, nei confronti della memoria del ferroviere anarchico, che negli ultimi anni è stato di nuovo usato come spunto per una propaganda politica involgarita e degenere, culminata con l’aggiunta pretestuosa di una seconda lapide in piazza Fontana. Ma anche dell’opera e del suo autore, Enrico Baj (1924-2003). Nel 1972 I funerali era già stato esposto nella stessa sala, ma la mostra fu annullata all’ultimo: lo stesso giorno della prevista inaugurazione, il 17 maggio, fu ucciso il commissario Calabresi.
La riproposizione dell’opera, visibile fino al 2 settembre, è un segno forte, artistico e politico, da parte della giunta Pisapia, che dopo qualche mese di studio ha cominciato a esprimere un’identità consona, proponendo il trittico di mostre sugli anni Settanta (Addio anni Settanta, Fabio Mauri e Baj, appunto, tutte e tre a ingresso libero). Non solo cultura artistica, dunque,  ma anche memoria e coscienza civica. Poche opere meglio di quella di Baj potevano inserirsi in un simile discorso. E in quest’occasione I funerali si mostra in tutta la sua evidenza di capolavoro, valorizzato al massimo dal luogo di esposizione, quella sala delle Cariatidi che rende al meglio proprio quando ospita un’opera sola.
Si entra e si ha subito una visione d’insieme (l’opera è collocata in fondo alla stanza). Si avanza poi, con il passo di un pellegrinaggio laico, verso un’opera bizzarra, patafisica come tutte quelle di Baj, ma dotata di una solennità più che marcata, perfetta per trasmettere il contenuto. Tre metri di altezza e dodici di larghezza, densissimi di tappezzerie, passamanerie e altri materiali di recupero.Il fulcro è la figura di Pinelli, che giganteggia al centro precipitando dall’alto. Sopra di lui, mani protese che lo scagliano dalla finestra (o alcune, quelle dei cittadini, le nostre, cercano di trattenerlo?). Alla sua sinistra, la gente, la cittadinanza che assiste ai funerali. Maschere intrise di dolore e di quel turbamento che non si riserva solo ai dolori personali, ma anche e soprattutto a ciò che indigna come cittadini.

Enrico Baj – I Funerali dell’anarchico Pinelli – photo Andrea Scuratti

Sul lato di destra, un’altra folla, molto meno civile. Incarogniti, eccessivi nei paramenti ostentati, ringhiano ostili contro la folla di persone dall’altro lato, come pronti a caricarla. Sono i tipici Generali di Baj, uno dei suoi cavalli di battaglia. Che qui rappresentano la polizia, il potere costituito e più in generale l’ottusità criminale. Davanti alla scena, un campo di fiori stilizzato. E soprattutto, altre tre sagome: quelle delle figlie di Pinelli, Claudia e Silvia, e di sua moglie Licia. Sulla parete di sinistra, una finestra conclude il quadro-installazione, e chiude il cerchio sul piano della composizione. La citazione di Guernica, felicissima anche a livello formale, serve a dichiarare l’intento di inserirsi nella lunga tradizione della pittura di protesta civile.
Già allestito pochi anni fa a Brera, un po’ costretta in una sala non adatta, il lavoro di Baj rifiorisce nella sala delle Cariatidi. Il gallerista storico dell’artista, Giorgio Marconi, è il proprietario dell’opera. Marconi ha proposto la donazione al Comune, a patto che sia esposta in un luogo adatto (potrebbe forse restare alle Cariatidi, secondo l’annuncio di Boeri).
Resta il significato artistico e politico di questa esposizione. La verità giudiziaria su Pinelli non è mai stata raggiunta. Ma la società civile ha da sempre un’opinione ben precisa sui fatti, formatasi anche con l’ausilio di opere come la pièce Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo (più inchiesta che testo teatrale) e come quella di Baj. Sarebbe chiedere troppo aspettarsi un passo in più dal Comune? Ovvero la rimozione di quella seconda lapide in piazza Fontana?
Un ulteriore tassello nella ricostruzione della memoria è il catalogo della mostra, ristampa di quello preparato per l’esposizione del 1972.

Stefano Castelli

Milano // fino al 2 settembre 2012
Enrico Baj – I funerali dell’anarchico Pinelli
Catalogo Skira
PALAZZO REALE
Piazza Duomo 12
02 875672
www.comune.milano.it/palazzoreale

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.