Internet of Things e cultura. Tra ritardi e opportunità

Ci vorrà ancora qualche tempo per mettere a punto sistemi di sicurezza che consentano l’espansione e l’utilizzo massivo dell’Internet of Things. Perché la cultura non sfrutta questi ritardi per diventare competitiva in ambito tecnologico?

Photo by Markus Spiske on Unsplash
Photo by Markus Spiske on Unsplash

Storicamente, abbiamo costruito mura che ci difendessero da attacchi esterni per fare in modo che le nostre società, una volta protette, potessero crescere e svilupparsi. Questa tendenza, nel tempo, si è poi evoluta e riflessa nel nostro concetto di Stato, che è l’unico a poter esercitare la forza. La base logica che giustifica tale disparità di potere sta nel fatto che, concentrando il potere nello Stato, quest’ultimo possa garantire ai cittadini la tutela e, in linea di massima, il rispetto dell’ordine pubblico. Si tratta quindi di un rapporto in qualche modo funzionale allo sviluppo della nostra vita democratica. Non sempre, però, questo rapporto di forza è così evidente, e, ogni qualvolta questo accade, a farne le spese è proprio la collettività nella sua interezza. Malgrado queste affermazioni evochino in tutti noi gli anni di Mani pulite e le stragi di stampo mafioso, in realtà c’è un settore a cui queste dichiarazioni aderiscono con ancora più efficacia. E non riguarda il passato, ma proprio i nostri giorni e, in visione prospettica, anche il nostro futuro. Il comparto è quello tecnologico, e la minaccia è molto più ampia di quanto si sia portati a credere. Perché la minaccia non riguarda soltanto quello che oggi possiamo perdere in un attacco informatico, anche se già questo dovrebbe bastare a renderci preoccupati. La minaccia riguarda il processo di sviluppo delle nuove tecnologie, per le quali diviene sempre più impellente comparare i benefici che potrebbero apportare alla nostra vita quotidiana e le criticità in termini di cybersecurity.

INTERNET OF THINGS E SICUREZZA

Prendiamo a esempio uno sviluppo tecnologico che, soprattutto nel settore della valorizzazione culturale e territoriale, potrebbe abilitare molteplici linee di prodotti e servizi innovativi: l’Internet of Things. Semplificando, le tecnologie che utilizzano il protocollo IoT sono in grado di connettere oggetti fisici al mondo digitale: il forno che si accende con Alexa, le lampadine che si accendono quando rientri in casa, e le altre miriadi di mirabolanti cose bellissime e a volte inutili che il mercato, in realtà, sta già producendo.
L’applicazione massiva di queste tecnologie, però, non si limita soltanto all’ambito domestico: in ambito culturale, ad esempio, può essere il sensore posto ai piedi di una statua che interagisce con lo smartphone facendo partire in automatico la guida o la possibilità di personalizzare le visite guidate suggerite sulla base dei tempi medi registrati di fronte a specifiche opere d’arte nei vari musei che abbiamo visitato.
Questo mondo, un po’ immaginifico e un po’ già reale, è però un mondo che ci rende estremamente vulnerabili se non abbiamo la sicurezza di essere protetti: ogni sensore è un accesso al sistema, e questo significa che ogni sensore deve essere protetto come se fosse il sistema. Anzi, di più: perché ogni sensore è il sistema. Probabilmente, quindi, la reale esplosione dell’Internet of Things non sarà tanto abilitata dal 5G, come abbiamo ripetuto negli ultimi giorni, ma dalla realizzazione di un sistema di sicurezza che eguagli lo stesso rapporto di forza che c’è nel mondo reale. Questo, probabilmente, provocherà un po’ di slittamento nei tempi rispetto a quanto inizialmente previsto. Se in linea di massima questo ritardo è comunque una condizione non proprio piacevole, nel campo specifico della cultura rappresenta una enorme e importantissima opportunità.

INTERNET OF THINGS E CULTURA

Dato che, come ormai noto da tempo, le tecnologie Internet of Things prima o poi verranno abilitate e verranno utilizzate per stravolgere completamente il nostro rapporto con oggetti fisici e ambiente circostante, e dato che, come ormai noto, il settore culturale, fatta eccezione per i casi pioneristici, tende a essere sempre in ritardo in ambito tecnologico, allora l’opportunità è presto svelata: questo ritardo fornisce tempo sufficiente al settore culturale per progettare, ideare e definire utilizzi potenziali delle tecnologie IoT e guidare, per una volta, un fenomeno a cui inevitabilmente parteciperanno tutti i settori produttivi.
In altri termini, la cultura ha, per una volta, l’occasione di riscattarsi e acquisire nei confronti degli sviluppi tecnologici un ruolo-guida, smentendo quanto già accaduto con Internet, con Internet 2.0 e con i social.
E non per un riscatto di comparto, ma perché la cultura, in quanto produttrice di contenuti, dovrebbe essere naturalmente il comparto-guida di tutte le innovazioni tecnologiche che, nei fatti, pur quando rivoluzionarie, non solo altro che innovazioni nelle modalità di trasmissione di dati, informazioni, contenuti. Per poter esercitare tale ruolo, però, la cultura deve rendersi conto che ha, rispetto ad altri comparti, almeno qualche anno di ritardo, e deve iniziare davvero a organizzarsi per poter essere competitiva quando saranno disponibili i nuovi strumenti messi a disposizione dall’IoT.
A meno che, per pigrizia, arroganza o poca competenza, la cultura non decida ancora una volta di voler attendere che siano gli altri a sviluppare prodotti innovativi, salvo poi autocelebrarsi nei convegni per aver copiato dei prodotti già realizzati dalle industrie più sviluppate.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.