Di nuovo eventi. Ecco com’è andato il Robot Festival di Bologna

Ospitato dallo Spazio DumBO, tra sonorità elettroniche sperimentali, performance, talk e installazioni, il Robot ha vinto la scommessa di un festival post-pandemico.

Robot Festival 2021. Dozzy + Neel + Filippo Scorcucchi. Photo Richard Giori
Robot Festival 2021. Dozzy + Neel + Filippo Scorcucchi. Photo Richard Giori

Quando abbiamo deciso di trascorrere, dal 18 al 20 giugno, un weekend a Bologna per il ROBOT, non possiamo nascondere di esserci preoccupati di come sarebbe stata questa esperienza. Temevamo che le norme anti-Covid governassero troppo i corpi, limitando eccessivamente la possibilità di sentirsi liberi e parte di un solo corpo sociale e socievole, una condizione in genere innescata dall’atmosfera di un festival, e di cui avevamo bisogno. Fortunatamente, una volta arrivati al DumBO, le paure sono svanite e tutto il bello in cui speravamo è avvenuto.

I PROTAGONISTI DI ROBOT FESTIVAL

Con la direzione artistica di Marco Ligurgo, il tema di questa edizione è stato “Borders”, una tematica molto ampia che è stata però affrontata in modo multi-direzionale.
Confini come ricerca di una cartografia della musica elettronica italiana d’avanguardia, tra Eva Geist, Donato Dozzy, Caterina Barbieri, Lorenzo Senni e altri. Confini come superamento dei generi, dato dalla forte presenza femminile nella line up e dalla collaborazione con shesaid.so Italy, un network che lavora per la parità di genere nell’industria musicale. Confini intesi come necessità di abbatterli e renderli fluidi, attraverso le sonorità transcontinentali di Khalab e la geografia trascendentale del live Isola di Mai Mai Mai e Matt Bordin.
Confini poi non solo intesi in senso geografico, ma anche psichici e in bilico tra realtà e mondi altri. Come l’approccio sonoro alla filosofia cosmica di Simona Faraone, il “rinascimento psichedelico” di Giancane, o quello “sognante e decadente” dei Salò, veri protagonisti del festival, con una performance site specific frammentata in quattro atti nel corso del festival. Avevano tutto: teatralità, costumi, ambientazione, concept e musica. Raramente si trova una perfetta sinergia di tutti questi elementi, ma, quando avviene, il connubio è devastante. Il pubblico era in trance, in un’atmosfera esoterica e stregonesca che pareva un rituale catartico, sfarzosamente macabro e onirico, una colatura dal mondo reale che apriva uno spazio di libertà selvaggia e sottile allo stesso tempo.
Ipnotica e martellante la musica algoritmica eseguita in live coding da Guiot con Umanesimo Artificiale, una sperimentazione mai statica, un esempio di differenza nella ripetizione in cui ogni minima variazione del codice modificava progressivamente il suono ‒ ripetitivo e mai uguale. Il tutto visibile grazie alla proiezione del desktop trasformato in una dinamica scenografia.
Tra le diverse installazioni presenti nello Spazio Bianco – tra cui [id]entity di Project-TO, Above Human e altri ‒ spunta Medusa di Sara Tirelli, che affronta il tema della rimozione della memoria collettiva e la crisi dell’identità europea. Un’ esperienza immersiva in VR di grande impatto percettivo ed emotivo, una di quelle opere che non hanno bisogno di essere spiegate perché una volta esperite ti lasciano una forma ambigua di sapere inconscio che fa riflettere.

GESTIONE E SPAZI AL ROBOT FESTIVAL

Il festival si è svolto tra spazi aperti e chiusi, nel complesso di edifici post industriali di DumBO. L’offerta culturale è stata davvero ampia, e in ogni edificio o spazio aperto c’era simultaneamente un evento. Tra talk, live e DJ set, performance e installazioni, ci si muoveva liberamente come animali curiosi. Talvolta, per non perdersi nulla, ci si doveva muovere da un live all’altro attraverso esperienze frammentate, ma era una sensazione positiva, una concettualizzazione spaziale di fluidità dei confini. Conseguenza delle restrizioni vigenti, ogni spazio del DumBO aveva “regole” diverse, modificandone la percezione e l’abitabilità.
Caratterizzata da un’atmosfera tranquilla e conviviale, la BAIA era la piazza aperta del festival. Si poteva stare seduti o muoversi liberamente, bere ascoltando i live e i DJ set, oppure meravigliarsi davanti ai giochi di fuoco di Mutonia. Il Binario Centrale era invece la scommessa per eccellenza: la musica si ascoltava da seduti, non si poteva ballare, e gli stessi live sono stati concepiti per questa modalità. Lo Spazio Bianco invece è stato diviso in due aree, uno per le installazioni legate alla New Media Art, l’altro per le performance, a cui si poteva assistere anche in piedi, e con una libertà di movimento più audace rispetto al Binario Centrale.

IL FUTURO DELLA SOCIALITÀ

Questo scenario apre molte domande sugli eventi del futuro prossimo. Se tutto andrà per il verso giusto, non dovremmo regredire ai lockdown e alle rigide restrizioni che abbiamo vissuto. Il disagio psico-fisico si va allentando, si torna a vivere, ma la strada è a senso unico e non si tornerà indietro. Vivremo con la catastrofe dietro l’angolo, e quando non possiamo far nulla per prevenirle, dobbiamo imparare a lenire le ferite, e cercare di preservare la cultura e la socialità può essere una delle modalità possibili.

Christian Nirvana Damato

robotfestival.it

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Christian Nirvana Damato
Christian Nirvana Damato (Foggia, 1994) è un Visual Artist la cui ricerca si focalizza sul rapporto uomo/tecnologia/media. Le implicazioni di questo rapporto si mescolano a livello teorico in maniera interdisciplinare: i suoi interessi spaziano tra neurobiologia, neuroestetica, visual and media studies, filosofia, culture digitali e nuove tecnologie. Attualmente studia al corso specialistico di Arti Visive e Studi Curatoriali alla Naba di Milano.